Feudalesimo ed Età Moderna in Ascoli di Capitanata[1]

di Lucia Lopriore

 

Com’è noto Ascoli Satriano vanta origini antichissime, la testimonianza diretta è data dai reperti di eccezionale valore storico-artistico venuti alla luce durante le ultime campagne di scavi, nonché dall’immenso patrimonio documentario presente in vari archivi.[2]

In epoca romana, proprio nei pressi di questo centro i consoli P. Decio Mure e P. Suplicio Saverione in due successive battaglie furono sconfitti da Pirro nel 279 a. C.; al tempo delle guerre sociali il suo territorio venne devastato dal pretore C. Cosconio. La città nelle guerre puniche parteggiò per Annibale; in seguito con Roma vittoriosa, l’agro ascolano fu diviso tra i veterani romani. Fu colonia romana ai tempi di C. Crasso, di Livio Druso e di C. Ottaviano; a testimonianza di ciò esiste un’epigrafe traslata dal Duomo di Ascoli al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

La storia più recente riporta la città al 950 d. C. quando i Bizantini la occuparono e, secondo quanto riferisce l’Anonimo Salernitano, l’esercito di Ottone II, nei pressi di Ascoli, debellò l’esercito bizantino comandato da Abû-al-Qâsim.

Altrettanto celebre fu la battaglia del 1041 vinta dai Normanni, durante la quale Ruggiero mise a ferro e fuoco la città facendola in seguito riedificare.[3]

Dalle “Cronache” di Riccardo di San Germano si apprende che nel 1190 il conte di Andria vedendo Tancredi primeggiare e, non ritenendosi inferiore a lui nonostante non fosse discendente del Guiscardo, avendo fortificato la rocca di Sant’Agata si chiuse nella città di Ascoli.

I secoli successivi videro il feudo di Ascoli protagonista di vicende storiche connesse al dominio delle case Sveva, Angioina, Aragonese e Borbonica e, con queste, si susseguirono i vari feudatari che in cambio dei loro servigi resi ai sovrani ne ottennero il possesso e la giurisdizione con l’investitura.[4]

Notizie inizialmente contrastanti, tra le varie fonti letterarie consultate, fanno confluire la presenza certa in Ascoli solo di pochissime famiglie aristocratiche legate ai sovrani succeduti nei secoli.

In questa sede si è cercato di evidenziare le storie di quei feudatari, la cui presenza sul territorio ascolano è stata accertata, narrandone le gesta sia nei caratteri generali sia rivolgendo l’attenzione a contesti di riferimento strettamente locali.

Dalla ricerca risulta che tra i primissimi feudatari di Ascoli figura il conte Corrado Capece, figlio di Jacopo, appartenente ad una famiglia di antica nobiltà napoletana i cui esponenti sin dalla metà del XII secolo furono ricordati come canonici della cattedrale di Napoli, bedesse dei monasteri cittadini, feudatari con beni ad Aversa, e come conestabili regi ad Aversa e Napoli.

Le prime notizie sulla famiglia risalgono a Marino Capece originario di Sorrento che fu conestabile nel periodo in cui regnava l’imperatore d’Oriente Alessio I Comneno, ossia intorno al 1081. Tuttavia la famiglia si affermò sotto il regno degli Svevi; un tale Anfrigio Capece è menzionato tra gli intervenuti all’incoronazione di re Ruggiero II il Normanno, avvenuta il 25 dicembre 1130 nella cattedrale di Palermo. Altri esponenti della famiglia, quali Arrigo e Pietro Capece, furono conestabili prima sotto il regno di Ruggiero I d’Altavilla, conte di Sicilia, e poi durante il regno di Ruggiero II e di Guglielmo I il Malo; si distinsero, ancora, Giacomo Capece per essere stato siniscalco dell’imperatore Federico II; Bernardo Capece che fu giustiziere in Terra di Bari ed Enrico che fu viceré di Sicilia durante il regno di Manfredi. Altro personaggio importante fu Marino Capece che ricevette l’incarico da Manfredi di dirigere i lavori di costruzione della città di Manfredonia, secondo il piano predisposto dal sovrano.[5]

Appartenne alla famiglia Sica Capece, morta prima del 1171, che fu la prima moglie del vice cancelliere di Guglielmo II e cancelliere di Tancredi, Matteo da Salerno.

Per quanto attiene al personaggio di Corrado, feudatario di Ascoli Satriano, si può affermare che questi apparteneva alla linea Capece soprannominata “de Monacho”. Suo padre, Jacopo, fu menzionato per la prima volta nel 1219 come feudatario di Vico di Balano presso Avella. Prima del 1232 fu investito anche del feudo di Atripalda e fu uno dei nobili favoriti da Federico II; nel 1237 rappresentò l’arcivescovo Giovanni di Amalfi in un’alleanza svoltasi davanti ai familiari del Regno e custodì ad Avellino nel 1239-40, a nome dell’imperatore, la figlia di Alberigo da Romano. Nel 1240 Federico II gli conferì l’ufficio di siniscalco e lo propose nello stesso anno alla corte dell’imperatrice; morì prima del 1248.

Corrado successe alla morte del padre, insieme con i fratelli Marino e Giacomo, nei suoi feudi. Gli toccò la metà del feudo di Baiano ed una parte di quello diAtripalda.

Sposò Biancafiore da Molina che portò in dote altri feudi nei pressi di Nola e Cicala. Più tardi, Manfredi lo investi anche del feudo di San Martino Valle Caudina con varie località del circondario, feudo che era stato confiscato a Marino da Eboli avversario di Manfredi, che era stato imprigionato ed accecato. Corrado possedeva, inoltre, numerose terre e case a Napoli, Aversa, Capua, Calvi e Somma che Carlo I d’Angiò fece sequestrare a beneficio della Corona nel 1268. Nell’ottobre del 1254 Corrado con il fratello Marino, fece parte del piccolo seguito del principe Manfredi di Taranto, il quale ad Acerra dopo la rottura definitiva con il papa Innocenzo IV che avanzava verso Napoli, si accingeva alla fuga per trovare a Lucera una base sicura per la restaurazione del dominio svevo.

La conoscenza dei luoghi aveva permesso ai fratelli di condurre Manfredi, nella notte tra il 24 ed il 25 ottobre, ad Atripalda, per una via indiretta, faticosa e piena di pericoli, attraverso le alture dell’Appennino, evitando Monteforte Irpino ed Avellino, località controllate da Bertoldo di Hoenburg. Ad Atripalda il principe, ospite dei due fratelli e delle loro mogli, fece una breve sosta prima di ripartire per Nusco. Non è noto se Corrado avesse accompagnato Manfredi anche durante la cavalcata verso Lucera. Egli fu considerato uno dei più attivi sostenitori del principe che si era ribellato contro le rivendicazioni pontificie sul Regno di Sicilia.

Alessandro IV nel marzo del 1255 lo fece citare perentoriamente insieme con gli altri nobili fautori dello Svevo con la minaccia della scomunica e della confisca dei feudi, invitandolo, se pure con insuccesso, ad abbandonare Manfredi. Nel 1262, Corrado fu nominato dallo stesso Manfredi vicario generale della Marca di Ancona, del ducato di Spoleto e della Romagna, conferendogli nello stesso tempo anche il titolo di “socius et familiaris domini regis”. Ma nonostante l’assegnazione di tante province la sua sfera d’azione rimase circoscritta alla Marca di Ancona. Si distinse al seguito di Corradino che lo nominò capitano generale e vicario di Sicilia, conferendogli l’ufficio di maestro giustiziere di tutto il Regno conciedendogli anche la contea di Ascoli Satriano. Avvalendosi dei pieni poteri conferitigli nel marzo e nell’aprile 1267 cercò di raccogliere i partigiani in Toscana e tentò di assoldare mercenari tedeschi. Trovò adesioni soprattutto a Pisa dopo che Carlo I, il 1° aprile 1267, aveva proibito ai pisani di risiedere nel Regno. Il suo progetto era di trasferire con l’aiuto dei pisani un contingente di partigiani ghibellini a Tunisi, per tentare l’invasione in Sicilia. Verso maggio 1267 Corrado con un gruppo di altri esuli ghibellini ed un seguito di cavalieri tedeschi e toscani si imbarcò su una nave pisana per Tunisi dove fu accolto amichevolmente dall’emiro Abu ‘Abd al’Mostansir i cui rapporti con Carlo d’Angiò erano piuttosto tesi. A Tunisi ebbe anche l’aiuto di Federico di Castiglia che risiedeva lì e che gli assicurò anche una piccola scorta di cavalieri spagnoli. Vinse la battaglia contro d’Angiò facendo sì che gli abitanti di alcune città siciliane prestassero giuramento di fedeltà a Corradino. Alla morte di questi cercò di mantenere la veste di legittimità politica rinnovando, con una lettera indirizzata ad Umberto Pallavicino il legame con i ghibellini lombardi inviando un Ambasciatore al successore di Corradino, Federico di Meissen, per offrirgli i suoi servigi. Tuttavia le note vicende successive, che videro i d’Angiò al potere, non gli permisero di completare il suo progetto tanto che fu, infine, imprigionato ed impiccato nella città di Catania nei pressi del mare e, al suo fianco, gli fu lasciata l’arme in segno di rispetto per la dignità del personaggio. Morì senza discendenza.[6] I Capece ebbero per arme uno scudo Nero al leone rampante di Oro coronato dello stesso.

Da Corrado Capece, il feudo di Ascoli, fu ceduto a Guidone Arcella che ne ne ebbe il possesso per donazione di Carlo I d’Angiò, così come è citato nell’opera del Giustiniani.[7]

La famiglia Arcella o Arcelli che trova il capostipite in Enrico, ricordato nel Registro magno di Piacenza nel 1132, deriva come le altre casate piacentine fontanesi, dalla consorteria di famiglie denominate “da Fontana” a partire dall’XI secolo, che, a sua volta, trae origine dai signori “de vico vallencarii”, ricordati in vari documenti fin dal X secolo. Tale origine, che parrebbe più prossima al ceppo longobardo che ad altre ipotesi, sembrerebbe la più fondata storicamente. Esiste, tuttavia, una tradizione leggendaria che vuole che i fontanesi discendano dal conte Altarisio, vissuto nell’VIII.IX secolo e prossimo a Carlo Magno. Le origini del loro cognome derivano probabilmente dal nome della omonima località in Val Tidone, il cui nome potrebbe essere “ara coeli[8] Molti membri della famiglia si distinsero nelle armi e nelle alte carche ecclesiastiche, tanto da essere favoriti di molti privilegi dai pontefici e da casate potenti come i Visconti, gli Sforza, i Farnese, i Borbone. Col tempo fu suddivisa in diversi e numerosi rami nobiliari.[9] Essa godeva del titolo di signore di Montesellone e Piacenza e secondo il Mazzella[10] si spostò nel Regno di Napoli nel 1440 dopo la morte del tiranno Filippo a causa delle insurrezioni dei piacentini. Mentre secondo gli ultimi discendenti della famiglia nonché secondo Davide Shamà i suoi esponenti, Giannone e Ferracino, giunsero nel Regno di Napoli con Federico II che li aveva fatti prigionieri. Da questi discesero gli Arcella che si imparentarono con le più importanti famiglie aristocratiche napoletane tanto da essere annoverati al seggio di Capuana per la riconosciuta nobiltà. Secondo l’Ammirato[11] due dei suoi esponenti della linea napoletana, Jacopo e Giovanni, furono nominati cavalieri, il primo nel 1325 il secondo nel 1332. Di questa discendenza si ricordano ancora Francesco e suo figlio Matteo, quest’ultimo fu nominato signore dei vassalli del principe di Bisignano ed ebbe il dominio sulla terra di Mattafellone in Calabria che comprendeva la presenza di 150 fuochi. Matteo sposò una giovanetta della casata degli Spinelli o Caracciolo dalla quale ebbe tre figli: Francesco, che successe al padre nell’eredità dei titoli e dei beni; Fabio che intraprese la carriera ecclesiastica divenendo prima vescovo di Bisignano ed in seguito fu alla guida dell’arcivescovato di Capua; infine Giovanni. Francesco sposò una fanciulla di casa di Sangro e da questa unione nacque Pietro che sposò Ippolita d’Arena figlia del marchese d’Arena, Giovan Francesco, dalla quale ebbe Camillo che sposò Livia Acquaviva, sorella di Francesco duca di Nardò. Da quest’ultima unione non nacquero figli per cui la casata degli Arcella si estinse intorno alla metà del 1500[12]. La loro arme è di Rosso alla croce scaccata di due file (fontanese) di Azzurro e d’Argento.[13]

Dagli Arcella, il feudo di Ascoli ritornò alla Regia Corte e nel 1284 fu ceduto ai d’Aquino. Questa famiglia, tra le più antiche dell’Italia Meridionale, è annoverata tra le Serenissime Sette Grandi case del Regno, insieme con gli Acquaviva, del Balzo, Ruffo, Celano, de Molisio e Sanseverino.

Il più antico personaggio che si conosca appartenente a questa casata fu il longobardo Rodoaldo dei principi di Capua, il quale possedette la terra di Aquino; resta certo il fatto che la famiglia si diramò dai principi longobardi di Capua e Benevento. Imparentata con i re normanni fu annoverata nel Sovrano Militare Ordine di Malta fin dai primordi: tra i suoi rappresentanti si distinse Pirro che nel 1236 fu il 1° Gran Priore di Capua, carica che ricoprì per ben 46 anni fino alla sua morte; Landolfo fu creato Priore di Barletta nel 1380. Del ramo primogenito e magnetizio della casata, figurano i conti di Loreto. La linea primogenita si estinse nella Casa d’Avalos e quella secondogenita acquisì i titoli di: principe di Caramanico, duca di Casoli, duca di Casarano e barone di numerosi altri feudi. I principi di Caramanico ricoprirono le più alte Magistrature del Regno per ben 358 anni testimoniate dai documenti custoditi nel vari archivi pubblici.

La linea dei principi di Caramanico, patrizi di Benevento dal 1316, fu decorata del titolo di nobile di Taranto dal 1500, fu ascritta al patriziato napoletano del seggio di Portanova dal 1725. Ebbe vari cavalieri professi nell’Ordine melitense e fu insignita delle più alte cariche ed onorificenze di corte.[14]

Tra i suoi discendenti si ricorda Riccardo, morto nel 1197, che fu il primo conte di Acerra della sua famiglia; cognato del re Tancredi, poiché questi aveva sposato sua sorella Sibilla nel 1184, fu suo alleato nella lotta contro l’imperatore Enrico VI per la successione dinastica al Regno di Sicilia; morì a Capua torturato dagli aguzzini dell’imperatore, e la stessa Sibilla, regina di Sicilia, fu anch’ella vittima con i suoi figli della ferocia di Enrico VI.

Altro personaggio di rilievo della casata fu Tommaso I, morto nel 1251, secondo conte di Acerra, fu il più importante collaboratore di re Federico II di Svevia che lo nominò capitano e giustiziere della provincia di terra di lavoro. Fu plenipotenziario dell’imperatore prima presso il sultano di Baghdad, ratificando la pace con questi nel 1229, poi  presso il Papa Gregorio IX Conti il 23 luglio 1230 stipulando importanti accordi. Agli inizi del 1232 fu nominato viceré di Sicilia e poi Podestà di Cremona per conto dell’imperatore. Nei suoi frequenti viaggi d’oltremare, Tommaso I apprese le tecniche di fabbricazione della polvere da sparo e fu incaricato dall’imperatore di fornire una sufficiente quantità de pulvere pro destructione luporum. Morì il 27 febbraio 1251 poco più di due mesi dopo il suo amato Imperatore.[15]

Tommaso II, morto il 15 febbraio 1273, terzo conte di Acerra, nipote ex filio di Tommaso I, sposò Margherita di Svevia figlia di Federico II. Il 26 febbraio 1266 nella battaglia di Benevento perì suo cognato re Manfredi vinto dal re Carlo I d’Angiò, ma Tommaso II restò fedele al re svevo combattendo ancora contro il sovrano angioino fino a quando non venne stipulata la pace.

Numerosi personaggi di questa casata furono alti prelati, come Tommaso sommo dottore della Chiesa divenuto poi Santo. Nato nel 1225 nell’avito castello di Roccasecca fu il più grande filosofo del Medioevo. Studiò a Napoli, a Parigi a Colonia e fu discepolo di Alberto Magno. La sua posizione come filosofo fissa un punto fermo nella storia della scolastica e il suo intento principale fu quello di giustificare l’esistenza di due mondi, quello razionale e quello soprarazionale, ovvero quello filosofico e quello teologico. Per tale ragione fu contrastato dai PP. Agostiniani che conciepivano come essere completo la sola anima o il solo corpo e non, come egli sosteneva, l’unione della prima con il secondo. Tommaso d’Aquino morì a Fossanova nel 1274, canonizzato nel 1323, fu dichiarato dottore angelico nel 1567.[16]

Di questa illustre famiglia si ricordano ancora: Donato d’Aquino della linea secondogenita del conti di Loreto divenuta poi, dei principi di Caramanico ecc., fu arcivescovo di Benevento dal 1385 all’8 aprile 1426, data della sua morte. Ladislao, cardinale del titolo di Santa Maria Sopra Minerva, nel conclave del 1621 fu prescelto papa dai cardinali che gli portarono in cella la lieta notizia; ma l’età avanzata e la salute malferma non gli conciessero di sopravvivere alla grande emozione; spirò l’11 febbraio ed in sua vece fu eletto Gergorio XV; Antonio, vescovo prima di Sarno e poi, dal 24 luglio 1618, arcivescovo di Taranto fino alla sua dipartita, avvenuta il 27 agosto 1627; Ladislao Tommaso, vescovo di Sessa dal 30 giugno 1670 alla sua morte avvenuta nel febbraio 1705; Andrea dei duchi di Casoli, Giudice della Vicarìa, poi ordinato sacerdote, fu eletto vescovo di Tricarico nel 1673 fino al 1676, anno del suo ritiro per gravi motivi di salute; Tommaso, principe di Caramanico, fu eletto Generale dell’Ordine dei Teatini quando, il 21 giugno 1700, fu consacrato vescovo di Vico Equense, morì il 25 ottobre 1732; Luigi Matteo, dei duchi di Casoli, Uditore Generale della Reverenda Camera Apostolica, fu preconizzato cardinale del titolo dei SS. Quattro Coronati ove fu sepolto poco prima che gli fosse imposta la berretta cardinalizia. Morì l’11 agosto 1679.[17]

Per quanto riguarda il feudo di Ascoli è riconosciuto il possesso a Cristoforo I d’Aquino, Signore di Albeto, San Donato, Campoli e Settefrati; Signore di Ascoli dal 28 novembre 1284 (in perpetuo dal 5 novembre 1292), 1° conte di Ascoli dall’11 novembre 1294, comprò  Interacqua e ½ di Raiano il 19 giugno 1295; fu armato cavaliere dal Re Carlo II d’Angiò. Sposò Margherita, figlia di Teotino II de’ Sangro signore di Specchia. A lui successe il figlio Cristoforo II, 2° conte di Ascoli, signore di Albeto, San Donato, Campoli, Settefrati, Raiano, Interacqua, Castrodivalva, Pescasseroli, Scanno, Civitella, 1/8 di Castel di Sangro, Colle d’Aspro. Sposò il 22 ottobre 1302 Teodora, figlia di Tommaso Sanseverino conte di Marsico. Suo figlio Cristoforo III fu il 3° conte d’Ascoli, signore di Albeto, San Donato, Campoli, Settefrati, Raiano, Interacqua, Castrodivalva, Pescasseroli, Scanno, Civitella, 1/8 di Castel di Sangro e Colle d’Aspro sotto tutela. Ebbe una figlia Margherita che fu la  4° contessa d’Ascoli dal 1317 ca., fece una transazione con gli zii il 12 marzo 1317 e diede loro i feudi e castelli di Castrodivalva, Pescasseroli, Scanno, Civitella, 1/3 di Castel di Sangro, Colle d’Aspro, Interacqua, Raiano, 1/3 di Albeto, Campoli, San Donato e Settefrati. Sposò in prime nozze nel 1318 ca. Riccardo da Marzano conte di Squillace, ed in seconde nozze nel 1332 Raimondo del Balzo 1° conte di Soleto; così il feudo di Ascoli passò ai del Balzo in seguito a tale matrimonio.[18] L’arme dei d’Aquino è rappresentata da uno scudo inquartato con nel 1° e nel 4° di Oro a tre bande di Rosso e nel 2° e nel 3° Spaccato al capo d’Argento alla punta di Rosso al leone rampante dell’uno nell’altro; sul tutto il Sole di San Tommaso.

Successero ai d’Aquino nel possesso dei feudo di Ascoli, per brevissimi periodi: i Marzano, i Di Sabrano, gli Acciaioli e i del Balzo. I Marzano ebbero grande importanza sotto il dominio dei principi di Normandia. furono investiti dei titoli di principi di Rossano, duchi di Squillace e Sessa; trovano il loro capostipite in Riccardo Marthianus,[19] signore di Marzano e Tufara, citato dal Catalogo Borelliano (fine del XII secolo). A lui successe Guglielmo, signore di Marzano (presso Avellino), Sant’Angelo le Fratte,

 

 

 

 

 

 

 

 

Napoli – Basilica di San Domenico Maggiore

Cappella d’Aquino

Sarcofago di Cristoforo d’Aquino (particolare)

 

 

 

 

 

Salvitella e Caggiano, viveva all’epoca degli Altavilla e professava la legge longobarda ed a questi successe il figlio Riccardo, signore di Marzano, Sant’Angelo le Fratte, Salvitella e Caggiano, insieme ai fratelli. Tra i personaggi di questa casata si ricordano inoltre, Guglielmo, signore di Marzano, Sant’Angelo le Fratte, Salvitella e Caggiano, con i fratelli, partecipò alla Congiura dei Baroni contro l’Imperatore Federico II e per questo fu privato dei feudi ed esiliato, fece ritorno a Napoli al tempo di Carlo I d’Angiò (†1270 ca.). Si ricordano ancora, Riccardo di Marzano, signore di 1/3 di Marzano e Roccamonfina dal 1266, che acquisì i feudi di Vallo di Novi e Gioia e di Monterotario in Capitanata, riacquistò inoltre l’avito feudo di Tufara, prese parte alla guerra contro Corradino di Svevia nel 1268, morto dopo il 1281.

Guglielmo fu signore di 1/3 di Marzano e Roccamonfina insieme al fratello (secondo la legge longobarda), signore di Vallo di Novi, Gioia, Monterotario e Tufara (secondo la legge franca), ereditò i feudi di Dragone, Formicola, Roccaromana, Latino, Baia e Sasso per le ragioni materne, acquistò il feudo di Sant’Angelo di Ripacanina, impazzì e fu interdetto nel 1298, ma rinsavì, sposò in prime nozze una fanciulla della famiglia della Marra, figlia di Angiolo della Marra, poi sposò Isabella Gesualdo, figlia del conte Mattia I di Gesualdo, signore di Frigento, e di Costanza di Gajano. Di questa famiglia fece parte anche Tommaso, nominato conte di Squillace il 7 aprile 1313, signore di 1/3 di Marzano e Roccamonfina insieme al fratello, ereditò nel 1306 alla morte di questi le Signorie di Vallo di Novi, Gioia, Monterotario, Tufara, Dragone, Formicola, Roccaromana, Latino, Baia, Sasso e Sant’Angelo di Ripacanina, acquistò dai Colonna la rocca di Aspro nel 1309, Maresciallo del Regno di Napoli dal 1307, Consigliere del Re di Napoli 1307, nominato Grande Ammiraglio del Regno di Napoli il 7 aprile 1313. Sposò in prime nozze nel 1295 ca. Giovanna di Capua, figlia di Bartolomeo di Capua, signore di Caprio e Gran Protonotario del Regno di Napoli, e di Marzia di Franco e poi Simona Orsini, figlia di Romanello Orsini, conte di Nola e Soana, e di Anastasia de Montfort. Dall’unione nacque Riccardo, conte di Ascoli per matrimonio dato che nel 1311 o 1316 sposò Margherita d’Aquino, contessa di Ascoli, figlia di Cristoforo II d’Aquino, conte di Ascoli, e di Teodora Sanseverino dall’unione nacque Maria, contessa di Ascoli che sposò Luigi de Sabran, 4° conte di Ariano e 2° conte di Apice. L’arme dei Marzano è di Oro alla croce potenziata di Nero.

Estintasi con Maria questa linea dei Marzano, il feudo di Ascoli passò a Luigi de Sabran o di Sabrano. La famiglia de Sabran era rappresentata dall’unione di due importantissime ed antiche casate della Provenza, Originaria della Languedoc, sin dal secolo XIII possedeva il titolo di conte sulle terre di Forcalquier e la sovranità sulle baronie di Ansouis e Beaudinar. Con il cognome di Sabrano si stabilì nel Regno di Napoli con i titoli di conte di Ariano di Apice e di Ascoli.[20]

Il capostipite della linea italiana fu Ermengaud de Sabran (italianizzato in di Sabrano),[21] cavaliere francese, figlio di Elzéar signore d’Ansouis e di Cécile d’Agoult, sceso in Italia al seguito di Carlo d’Angiò nel 1266; barone d’Ansouis, signore di Cadenet, Puyloubier, Cucubon, Vaugines e de la Motte prima del 1300, investito 1° conte di Ariano dal 1283 con l’aggiunta di  200 oncie di dote per due sue figlie, signore di Pozzuoli 1283/1295, Gran Giustiziere del Regno di Sicilia dal 1285, investito di Acerenza e di Maddaloni in saldo di 150 oncie che gli erano dovute dal Re di Sicilia nel 1305. Sposa in prime nozze Laudune d’Albe de Roquemartine; in seconde nozze nel 1290 ca. Alice del Balzo, figlia di Raimondo 9° signore di Meryargues e di Eustasia Stendardo dei signori di Arienzo. A lui successe Isnard, armato cavaliere da Carlo II Re di Sicilia, che sposò il 1 settembre 1294 Margherita de Villeharduin signora di 2/3 di Matagrifon e signora di Katochi, figlia di Guglielmo II principe d’Acaia e di Anna Angela Dukas principessa d’Epiro e signora di Kalamata. Dall’unione nacque una figlia Isabella che sposò a Messina 17 febbraio 1314 Ferdinando d’Aragona Infante di Maiorca e pretendente al trono di Acaia. Dall’unione nacque Giacomo III d’Aragona, re di Maiorca, conte di Rossiglione, conte di Cerdagna e signore di Montpellier 1324/1343, deposto da Pietro IV re d’Aragona e morì in battaglia durante un tentativo di recupero del suo Stato. Questi sposò in prime nozze a Perpignano il 24 settembre 1336, Costanza Infanta d’Aragona, figlia di Alfonso IV re d’Aragona e di Teresa d’Entença dei baroni di Alcolea ed in seconde nozze il 10 novembre 1347 Violant, figlia di Berenguer de Vilaragut e di Saura d’Aragona.

Tra gli esponenti della famiglia si ricorda Luigi, 4° conte di Ariano e 2° conte di Apice dal 1353, signore di Troiano dal 1381; fu acerrimo nemico dei Durazzo e del re Carlo III di Sicilia, marito di Maria da Marzano contessa d’Ascoli, figlia ed erede di Riccardo conte d’Ascoli e di Margherita d’Aquino contessa di Ascoli dall’unione nacque Roberta, contessa di Ascoli, che sposò Benedetto Acciaioli signore di Noja, Triggiano e Candela. La famiglia di Sabrano ha per arme uno scudo d’Argento al leone rampante di Rosso con la doppia coda rivoltata coronato d’Oro.

 

 

 

 

 

 

Assisi – Basilica inferiore – Cappella di S. Martino

Simone Martini 1322

affresco raffigurante San Elezario di Sabrano (particolare)

 

 

 

 

 

 

Con Roberta si estinse questa linea dei di Sabrano ed il feudo di Ascoli passò per matrimonio alla famiglia Acciaioli.

Questa casata vanta origini antichissime e, secondo il De Lellis[22] fu insignita del titolo di conte pari o palatino da Carlo Magno. Fu originata da Guglianello passato da Brescia a Firenze nel 1160 per sfuggire alle persecuzioni di Federico Barbarossa, essendo di parte guelfa. Potè godere di nobiltà a Napoli e qui fu ascritta al Seggio di Capuana, a Firenze ed a Melfi. La linea fiorentina annoverò undici senatori, sedici gonfalonieri e sessantacinque priori; fecero parte della famiglia anche gli zecchieri e coniarono monete con la loro arme.[23]

Tra i primissimi esponenti si ricordano Roberto ed Errico, nipoti del duca di Borgogna. I due fratelli giunsero in Italia nell’anno 804 d. C. Roberto si stabilì a Bologna assumendo il cognome di Bianchetti mentre Errico andò a Firenze dove assunse il cognome di Acciaioli. Tra i suoi più importanti personaggi si ricorda Ranieri che nel 1201 partì per la guerra in Grecia conquistando i territori di Acacia, Atene e Corinto. Fu insignito dei titoli di duca di Atene, conte di Melfi; tra i suoi discendenti ritroviamo Nicolò che ebbe dalla regina Giovanna numerosi territori nel Regno di Napoli; da lui discese Donato che nel 1328 si recò quale Ambasciatore di Firenze da re Roberto per offrire al duca di Calabria il suo dominio per la durata di dieci anni. Al suo seguito venne pure il fratello Acciaiolo che fu nominato Ciambellano di re Roberto divenendo signore di Prato. Da questi discese Guidotto detto Lotto e suo figlio Niccolò fu investito del titolo di Giudice del Comune di Firenze, Priore di Libertà nel 1289, 1294 e nel 1298. Ebbe un figlio naturale che ricoprì numerosissimi incarichi in Firenze.

Appartenne a questa casata Niccolò, Conte di Terlizzi e Satriano dal 1348, cambiò il feudo nel 1349 con quello di Melfi, 1° conte di Melfi con Rapolla, Cisterna e Spinazzola dal 1349, 1° conte di Gerace con Tropea e Seminara dal 1349, conte Palatino del Regno di Napoli e Gerusalemme dal 1348, barone di Kalamata, Vostitza e Nivelot dal 1338, signore Sovrano di Corinto dal 1358, signore di Gioia, Canosa, Corneto e Palo dal 1348, signore di Ginosa e Matera dal 1348 al 1349, signore del Castello di Sant’Elmo in Napoli dal 1348, signore di Tramonti, Roccapiemonte, Maiori, Gragnano, Pino, Scafati, Nocera dei Pagani e Lettere dal 1349, signore di Cava, Buccino, San Marzano, Valle e Civitella d’Abruzzo dal 1349 (avute in cambio di Matera e Ginosa), ascritto coi discendenti al Patriziato Napoletano per il seggio di Porta Capuana nel 1348, cavaliere dell’Ordine del Santo Spirito del Retto Desiderio (detto del Nodo) dal 1352, cavaliere Banderese del re di Napoli dal 1338, Ambasciatore del re di Napoli a Firenze dal 1341, Giustiziere della Terra di Lavoro dal 1341, Gran Siniscalco del Regno di Sicilia (denominazione usata per il futuro Regno di Napoli) dal 1348, Capitano Generale del Ducato di Calabria dal 1349, Capitano Generale della Spedizione Napoletana in Sicilia nel 1354, senatore di Roma dal dicembre 1359, conte (ossia governatore) della Campagna Romana dal dicembre 1359, rettore del Patrimonio di San Pietro dal dicembre 1359, Ambasciatore di Sua Santità a Milano nel dicembre 1359, visconte (vice governatore) di Romagna dall’ottobre 1360, consigliere di Sua Santità dall’ottobre 1360.

Della sua discendenza si ricordano Benedetto, conte di Ascoli dal 1390, signore di Noja, Candela e Triggiano, confermate nel 1390, Patrizio Napoletano, viceré della Capitanata, della Basilicata, della Terra di Bari e della Terra d’Otranto, Ambasciatore del Re di Napoli a Firenze nel 1408, Governatore Generale del Regno di Sicilia nel 1410 che sposò Roberta de Sabran, contessa di Ascoli, figlia di Luigi de Sabran, 4° conte di Ariano e 2° conte di Apice, e di Maria di Marzano, contessa di Ascoli. Benedetto ebbe un figlio naturale di nome Carlo, che ereditò il titolo di conte di Ascoli, confermato nel 1415. Subì la confisca del feudo poco dopo per ribellione alla Corona.[24] Gli Acciaiuoli usano per arme uno scudo d’Argento al leone rampante di Azzurro lampassato e armato di Rosso tenente una bandiera in palo bordata d’Oro, di Azzurro seminata di gigli d’Oro al lambello Rosso.

Ritornato a Margherita d’Aquino, il feudo di Ascoli passò ai del Balzo in seguito al secondo matrimonio contratto con Raimondo del Balzo, questi fu investito del titolo di conte nel 1332. I del Balzo erano originari della Provenza, ottennero attraverso i loro rappresentanti grande rilievo politico e sociale sotto il regno degli Angioini e degli Aragonesi.

Potenti in Francia per le numerose signorie possedute, furono tra l’altro, signori di Baux dal 981, di Berre dal 1116, conti palatini dell’Impero dal 1140, visconti di Marsiglia dal 1194, signori di Courthezon dal 1230. Vennero in Italia nel 1265 al seguito di Carlo I d’Angiò con Barral, signore dello Stato di Balzo (Baux) la cui figlia Cecilia andò sposa al conte di Savoia Amedeo IV, mentre il secondogenito Bertrando si distinse nella battaglia di Benevento il 26 febbraio 1266, quando le truppe di Carlo d’Angiò sconfissero le milizie di Manfredi di Svevia. In seguito a tale circostanza Bertrando del Balzo ottenne la contea di Avellino dal re Carlo, divenendo il capostipite del ramo principale della famiglia, estintosi nel 1426 con Alice del Balzo vedova di Corrado, conte di Fribourg e Neüchatel.

Un altro Beltrando del Balzo, signore di Berre, fu al seguito di Carlo I d’Angiò con i figli Ugo e Bertrando II, quest’ultimo fu capostipite della linea dei conti di Montescaglioso e duchi di Andria, aggiungendo in seguito anche altri titoli quali quello di conte di Bisceglie nel 1463, di Copertino nel 1468, duca di Venosa, principe di Altamura nel 1484. La contea di Andria fu conciessa in dote ai del Balzo in seguito al matrimonio tra Bertrando e la principessa Beatrice figlia di re Carlo II d’Angiò, già vedova di Azzo III d’Este marchese di Ferrara. Furono altri ancora i titoli conciessi a questa casata: quello di conti di Soleto nel 1305, conti di Noja nel 1480, conti di Castro e Ugento nel 1482, conti di Acerra nel 1487, conti di Alessano nel 1491. Bertrando II sposò in seconde nozze Margherita d’Aulnay, vedova di Luigi conte di Fiandra, e fu senatore a Roma e delegato del re nel 1323, gran giustiziere del Regno per molti anni e capitano generale in Toscana dal 1326 al 1330. Il figlio di Bertrando, Francesco, vide assurgere a ducato la contea di Andria e sposò Margherita d’Angiò di Taranto, la cui figlia Antonia del Balzo si unì in matrimonio con Federico III d’Aragona, re di Sicilia, mentre il figlio Giacomo del Balzo sposò Agnese d’Angiò e successe nel principato di Taranto allo zio materno Filippo II d’Angiò. Isabella, figlia di Pirro del Balzo principe di Altamura, sposò Federico III ultimo re di casa d’Aragona a Napoli. Il principato di Taranto dal 1393 ca. al 1406 fu governato da Raimondo del Balzo sposato alla francese Maria d’Henghien, il quale non avendo avuto discendenza adottò il nipote secondogenito del conte di Nola, Niccolò Orsini, che aggiunse al proprio cognome quello dello zio divenendo Giovanni Antonio Orsini del Balzo ereditando così il titolo di principe di Taranto dal 1406 al 1415.

Raimondo del Balzo, principe di Taranto noto come Raimondello, con la sua intelligenza conquistò la stima della Regina Giovanna I d’Angiò che lo nominò capitano contro gli assalitori della Terra di Lavoro. Con un editto promise perdono a coloro i quali colpevoli di misfatti si fossero presentati entro otto giorni proibendo alla popolazione sia di portare le armi che di viaggiare a cavallo per le campagne, obbligandoli ad andare a piedi portando l’animale per le briglie. Raimondo del Balzo fu inviato da re Carlo III di Durazzo al comando delle truppe per sottomettere la città di Barletta che appoggiava il principe Luigi d’Angiò venuto per impossessarsi del Regno di Napoli. Giunto nella città pugliese Raimondo fece decapitare un gran numero di nobili, provocando una sollevazione dell’intera provincia di Terra di Bari che obbligò il re ad emettere nei suoi confronti un ordine di carcerazione. Raimondo riuscì ad evadere raggiungendo Bari, dove era accampato Luigi d’Angiò, e decise di allearsi con lui. Luigi per assicurarsene la devozione gli affidò il comando di settemila uomini. Alla morte del principe angioino, Raimondo si ritrovò solo ed al comando delle truppe a lui affidate con le quali accorse in aiuto di papa Urbano VI assediato a Nocera da re Carlo di Durazzo. Con l’aiuto dei soldati del principe Sanseverino di Salerno, liberò il papa conducendolo a Bari e facendolo imbarcare sulle galee della Repubblica di Genova; per difendere il papa rimase ferito in un combattimento contro le truppe di re Carlo, comandate dal gran contestabile il conte Alberico di Barbiano, ma fu ampiamente ricompensato dal pontefice con il titolo di gonfaloniere di Santa Romana Chiesa.[25]

 

 

 

 

 

 

Napoli – Basilica di Santa Chiara

Mausoleo di Raimondo del Balzo – Scuola Fiorentina 1375

 

 

 

 

Passato ai successori, gli Orsini, nel 1426 fu confiscato dalla regina Giovanna II a Gabriele per offrirlo al conquistatore Giacomo Caldora[26] e, successivamente, nel 1439 fu confiscato al Caldora per essere restituito agli Orsini del Balzo. Gabriele del Balzo Orsini fu investito del titolo di duca di Ascoli il 14 giugno 1441 e morì nel 1443. Da questi[27] il feudo di Ascoli passò agli Orsini della linea di Monterotondo e Pitigliano, che trovavano quale rappresentante Orso Orsini, conte di Nola, conte e marchese di Atripalda, conte di Soave, figlio naturale di Gentile, padre di Napoleone e di Roberto e genero di Dolce dell’Anguillara, investito del ducato di Ascoli di Capitanata nel 1464.[28] Da questi discese Giulio, consignore dei vicariati di Monterotondo, San Polo, Collevecchio e Stimigliano, nobile romano; condottiero del re di Napoli nel 1478, del duca di Milano nel 1484, di Firenze nel 1487 e del papa nel 1492, investito del titolo di duca d’Ascoli e signore di Fiorino, Fontanafora, Castelnuovo, Collegato e Poggio d’Abruzzo il 15 ottobre 1485 feudi successivamente confiscati. Tali feudi ritornarono al discendente Valerio, consignore dei vicariati di Polo, Collevecchio e Stimigliano e Nobile Romano, condottiero al servizio di Firenze dell’Impero di Francia a partire dal 1537 stabilmente di Venezia, Governatore di Verona nel 1528, governatore di Prato nel 1536, duca di Ascoli, conte di Nola e signore di Fiorino per investitura del re di Francia nel giugno 1528; i feudi furono successivamente confiscati e le investiture revocate subito dopo dal re di Spagna.

L’arme dei del Balzo è uno scudo inquartato con nel 1°e nel 4° di Rosso alla cometa d’Argento e nel 2° e nel 3° di Oro al corno da caccia di Verde. L’arme degli Orsini è uno scudo troncato al capo d’Argento recante una rosa Rossa bottonata alla punta bandato di Argento e di Rosso sul tutto una trangla d’Oro caricata di anguilla azzzurra serpeggiante in fascia.[29]

Dalla famiglia Orsini il feudo di Ascoli, ritornato alla Regia Corte, fu ceduto a Troiano Caracciolo.

La famiglia Caracciolo, tra le più illustri ed antiche del Regno di Napoli, si compone di più linee genealogiche importanti. Le prime notizie documentali sono riportate nel 2° volume del Regii neapoletani archivi monumenta, in una pergamena che attesta l’origine napoletana della casata.

Uno dei primissimi esponenti della casata fu Landolfo, da questi discesero Riccardo, da cui si formò la linea dei Carcciolo Rossi, e Filippo che diede origine alla linea dei Caracciolo Pisquizi. Dai Rossi derivarono, tra gli altri, i rami dei principi di Avellino, Torchiarolo, i duchi di Vietri e duchi di San Vito, marchesi di Vico. Dai Pisquizi derivarono i Caracciolo del Sole, del Leone, i principi di Melissano, Villa e Cellamare.

I suoi rappresentanti ebbero il titolo di patrizi e furono titolari di numerosissimi feudi; furono ascritti ai seggi di Capuana e del Nido, furono cavalieri dell’Ordine melitense dal 1578. La famiglia partecipò intensamente alla vita sociale, religiosa, politica e militare non solo nel Regno di Napoli, ma in Italia e in Europa. Molto spesso alcuni membri della casata ricoprirono una delle sette Grandi Cariche del Regno di Napoli. Uno dei suoi componenti, Ascanio, della linea dei Pisquizi, divenne Santo e compatrono della città di Napoli, fondò insieme ad Agostino Adorno e Francesco Caracciolo, l’Ordine dei Chierici Regolari Minori, approvato da Papa Sisto V, il 1° luglio 1588 con la Bolla Sacrae Religionis. [30]

Si ricordano, inoltre, Giovanni detto “Catania”, Patrizio Napoletano, Governatore della Santa Casa dell’Annunziata nel 1519, possedeva una rendita di 210 ducati annui sul castello di Melfi, fu spesso procuratore dei cugini principi di Melfi.

Tommaso, sepolto a Napoli nella chiesa di Santa Caterina a Formiello, Patrizio Napoletano, Primicerio del Duomo di Napoli 1502/1537, Vescovo di Trivento 1523/1540, Vescovo di Capaccio 24 aprile 1524/1531, Cappellano Maggiore del Regno di Sicilia (rinunciò il 10 giugno 1540), Arcivescovo di Capua dal 24 aprile 1536.

Antonio detto “Bis”, Patrizio Napoletano, armato Cavaliere dall’Imperatore Carlo V nel 1535, inquartò le armi dei Caracciolo Rossi il 3 settembre 1554, fu Governatore della Santa Casa dell’Annunziata di Napoli nel 1555, possedeva una rendita di 110 ducati annui sulla dogana di Foggia.

Giovanni Girolamo, Patrizio Napoletano, dall’avo Gennaro aveva ereditato una rendita di 340 ducati (100 sullo stato di Bucchianico, 100 sullo stato di Montesantangelo, 40 su Castrovillari e 100 sulla bagliva di Candela).

Salvatore, Patrizio Napoletano, Ambasciatore a Venezia nel 1517, comprò una rendita di 250 ducati sul castello di Rapolla dal principe di Melfi con Regio Assenso 27 luglio 1518 (altre rendite comprate sul principato di Melfi con Regio Assenso del 19 marzo 1519).

Giovanni noto come Sergianni, Patrizio Napoletano; fu armato Cavaliere il 26 maggio 1411, Gran Siniscalco del Regno di Napoli dal gennaio 1418, ottenne il feudo di Lagopesole 1416.[31] Fu conte di Avellino con le terre di Capua, Sant’Erasmo, Santa Maria Capua Vetere, Torre del Greco, Ottajano, Policastro, Lagonegro, Campagna, Contursi, Postiglione e Roccagloriosa dal 25 gennaio 1418, fu signore di Cerignola e Orta (acquistati e ceduti poi al fratello Marino), 1° Duca di Venosa con privilegio del 12 marzo 1425 con le terre di Venosa, Melfi, Atella, Ripacandida e Rapolla; Conte di San Giorgio per acquisto,[32]

Discendente da un ramo dei Caracciolo detto "del Sole", Sergianni si era dapprima distinto in guerra al fianco del re Ladislao di Durazzo, divenendo poi l'amante ufficiale della regina Giovanna II, dalla quale ebbe i predetti possedimenti e la carica di Gran Siniscalco del Regno. Nel giro di pochi anni la contea si ingrandì con i feudi di Candela, Rapolla, S. Fele, Avigliano e Forenza. Al 1420 risale l'acquisto di Ripacandida dai Bonifacio, mentre Abriola fu portato in dote dalla moglie Caterina Filangieri. Ottenne anche il ducato di Venosa nel 1425, ed esercitò indirettamente il controllo su Oppido, sul castrum di Monticchio e su Lavello.

Il prestigio acquisito da Sergianni cominciò a destare serie preoccupazioni negli ambienti vicini alla monarchia angioina, soprattutto dopo la scoperta del suo tentativo di avvicinamento alla fazione aragonese. Fu perciò la stessa Giovanna II a tessere la congiura che portò all'assassinio di Sergianni proprio nel giorno del matrimonio tra il figlio Troiano e Maria Caldora, nell'agosto del 1432. Fu un duro colpo per Troiano, che si vide confiscare tutti i feudi, ma la fine del governo angioino era imminente, di ciò ne fu consapevole, dal momento che negli anni successivi si pose al servizio di Alfonso d'Aragona contribuendo al successo di quest'ultimo, e fu premiato pertanto nel 1441 con il titolo ducale e la restituzione dell'intero stato di Melfi.

Troiano fu decorato del titolo di duca di Venosa dal 1432, Conte di Avellino dal 1436 (titoli confermati nel 1436 dagli Angiò, mentre gli Aragona indussero ad uno scambio tra Venosa e Melfi nel 1441); 1° Duca di Melfi con le terre di Cisterna, Leonessa, Canarda, Pasasacco, Rapolla, Atella, San Fele, Lagopesole, Montorio e Candela; fu Barone di Frigento (a cui vennero aggiunte Torella e Villamaina nel 1442) dal 1441; Patrizio Napoletano; nel 1447 comprò ½ del feudo di San Nicola de’ Carcisi che fu venduto poco tempo dopo dai discendenti a Roberto di Tocco.

Per oltre quarant'anni la configurazione del vasto comprensorio di feudi non subì alcuna variazione, nonostante il diretto successore di Troiano, Giovanni II, avesse sostenuto il partito francese all'inizio degli anni '60 del XV secolo, nell'interminabile conflitto tra iberici e transalpini per il dominio sul Meridione d'Italia. La partecipazione di Giovanni II all'ennesima congiura contro Ferdinando I d'Aragona, ordita nel 1485, gli costò la confisca dei feudi nel 1487 e, dopo la prigionia nelle segrete di Castelnuovo, a Napoli, la stessa vita nel 1487.

Giovanni II, fu decorato del titolo di 2° Duca di Melfi, Conte di Valleino, Barone di Frigento, Signore di Cisterna, Leonessa, Canarda, Solofra, Rapolla, Atella, San Fele, Lagopesole, Montorio, Candela, Torella, Villamaina ecc. dal 1449 e Patrizio Napoletano; giurò fedeltà al re di Napoli nel 1458, fu Cavaliere dell’Ordine dell’Ermellino dal 1469.

Il figlio di Giovanni II, Troiano II, fu 3° Duca di Melfi (il feudo era stato confiscato al padre ma lo riebbe dal re di Francia nel 1495), Barone (o Signore) di Frigento, Signore di Cisterna, Leonessa, Canarda, Rapolla, Atella, San Fele, Lagopesole, Montorio e Torella; Patrizio Napoletano; Conte di Forenza, Signore di Rapolla, Ripacandida, Candela e Abriola investito il 20 gennaio 1494; creato Principe di Melfi e Marchese di Atella con Privilegio conciesso a Napoli il 25 giugno 1498, fu creato Cavaliere dell’Ordine di Saint-Michel ma restituì l’onorificenza al re di Francia il 12 novembre 1511.

Troiano II, dovette barcamenarsi tra simpatie filofrancesi alimentate dalla spedizione di Carlo VIII nel Regno di Napoli, e la fedeltà alla monarchia aragonese, ma nel 1495 riuscì a rientrare in possesso dei feudi di Rapolla, Ripacandida, Candela ed Abriola ebbe il possesso del feudo di Ascoli. Il 17 dicembre 1498 Troiano II fu insignito del titolo di principe di Melfi da Federico d'Aragona, si ricomposero così gli antichi confini dello stato feudale, fatta eccezione per Avigliano, pervenuto nel frattempo in possesso dei discendenti del ramo cadetto dei Caracciolo del Sole, i quali, a partire da Diomede, avevano assunto la denominazione di Caracciolo di Avigliano.

Alla sua morte gli successe il figlio Giovanni che nel 1523 ereditò i suoi feudi e la carica di Grande Siniscalco. Fu 2° Principe di Melfi, Marchese di Atella, Conte di Forenza, Barone di Frigento, Signore di Cisterna, Leonessa, Canarda, Rapolla, Atella, San Fele, Lagopesole, Montorio, Candela, Torella, Villamaina e Ascoli di Capitanata; fu decorato del titolo di Patrizio Napoletano dal 1520, detti titoli e feudi furono confiscati nel 1528 per fellonia; militò nell’esercito francese, fu Luogotenente Generale in Lussemburgo il 4 dicembre 1543, Maresciallo del Regno di Francia dal 4 dicembre 1544; investito dei feudi di Romorantin, Nogent, Brie-Comte-Robert, Vitry-aux-Loges, Chateauneuf-sur-Loire e l’isola di Martigues il 5 dicembre 1543.[33]

Nel marzo 1528 si trovò alla difesa di Molfetta con la sua compagnia di uomini d'arme, due battaglioni di fanti spagnoli e quattro di fanti italiani. Intercettò il flusso dei vettovagliamenti diretti al campo del Lautrec. Fu assediato in Molfetta dal Navarro e dai fanti veneziani di Camillo Orsini (7000 uomini con 5 cannoni). Respinse due assalti nemici preceduti da un violento fuoco di artiglieria.

Lautrec fece affluire altri 5 nuovi pezzi di artiglieria con i fanti delle Bande Nere di Orazio Baglioni: gli abitanti incominciarono ad insorgere, per cui i difensori rimasti (1000 uomini) si ritirano nel castello. Francesi e veneziani irrupperno in Molfetta mettendola al sacco. Durante le operazioni di assedio rimasero uccisi 3000 fanti imperiali, per lo più italiani, parte nella città, parte nella rocca.

Giovanni Caracciolo fu catturato sulle mura durante il combattinento, si arrese (con moglie e figli) nelle mani del Vieilleville, che lo consegnò a Lautrec.

Ugo di Moncada non volle pagare il riscatto del condottiero per cui, sdegnato, Caracciolo passò al servizio dei francesi. In quella occasione gli furono dati il comando di una compagnia di lance ed il collare dell'ordine di San Michele. Sempre nel 1528, in ottobre, tentò con Lorenzo da Ceri (1000 fanti) un'azione diversiva tra Nocera Umbra e Gualdo Tadino: molti soldati lo abbandonarono su ordine del Papa, mentre nel frattempo si rappacificò con gli imperiali. Riparò nelle Marche e a metà mese si imbarcò a Senigallia, raggiunse Barletta e continuò la guerra in Puglia. Per tale ragione subì la confisca dei beni, compreso il feudo di Ascoli, e fu accusato di fellonìa.

Nel gennaio 1529 con Giovan Corrado Orsini fece catturare il capitano Girolamo da Cremona, sospettato di volere consegnare una porta di Barletta ad Alfonso d'Avalos. Fu anch'egli avvicinato da un emissario del marchese di Vasto: gli fu proposto un matrimonio che legasse le famiglie Caracciolo-d'Avalos, la grazia dell'imperatore Carlo V e la restituzione dei suoi beni.

Il Caracciolo informò Ceri e costui fece torturare il messaggero per conoscere i veri disegni degli avversari. Con lui alla guardia di Barletta, si trovarono oltre al Ceri, Federico Carafa, Simone Tebaldi, Giovan Corrado Orsini ed il principe di Stigliano Antonio Carafa.

Altre ancora furono le gesta di questo personaggio che in Europa si distinse per l’alto valore militare. Nella primavera del 1550, consunto dalla vecchiaia e dalle malattie, decise di ritirarsi a Romorantin con i suoi familiari; durante il viaggio diretto in Francia decise di sostare a Susa per incontrare Brissac suo successore, ma morì improvvisamente subito dopo l'incontro. Fu sepolto a Torino nella chiesa dei domenicani, nella cappella della Beata Vergine del Rosario.[34]

I Caracciolo del Sole usarono per arme uno scudo Rosso al Sole d’Oro caricato di un Leone di Azzurro con la coda controrivoltata armato e lampassato di Rosso.

Confiscato a Giovanni Caracciolo, il feudo di Ascoli fu destinato nel 1530 da Carlo V a Filippo o Filiberto Chalons principe d’Oranges, per aver combattuto le guerre in Italia negli anni compresi tra il 1526 ed il 1530. Con Ascoli ebbe anche il possesso sui feudi di Melfi, Candela, Forenza, Lagopesole, Atella, Rapolla, Ripacandida, Abriola e Sanfele, come pure ebbe Gravina, Matera, Campagna, Terlizzi, Monteverde, Canosa, Vaglio, Guaragnone, Venafro.[35] Nacque il 18 marzo 1502 a Nozeroy e morì nel 1530 nei pressi di Firenze, fu un grande militare e fu viceré di Napoli dal 1528 al 3 agosto 1530, trovandosi a Napoli alla morte del viceré Ugo di Moncada, deceduto in combattimento nel golfo di Salerno nel 1528, il principe di Orange fu nominato da Carlo V nuovo viceré, vista l'urgenza della situazione. Sbaragliò le truppe francesi grazie anche alla peste che si sviluppò in quel periodo e al passaggio di Andrea Doria nel campo antI.francese; ciò condusse al riconoscimento della legittimità delle pretese di Carlo V su Napoli, dopo la Pace di Cambrai, anche grazie alla formale investitura di Papa Clemente VII. Nel 1529 fu inviato a Firenze per restaurare il dominio dei Medici e durante la sua assenza il governo vicereale fu affidato a Pompeo Colonna che esercitò il suo potere tra il 1530 e il 1532.[36] L’arme degli Chalons è uno scudo Rosso alla banda d’Oro caricata di tre stelle di Azzurro.

Deceduto Chalons senza discendenza, Ascoli ritornò alla Regia Corte e per volere di Carlo V fu ceduta al condottiero spagnolo Antonio de Leyva in cambio dei servigi resi, il 18 giugno 1532[37]. Questi, già duca di Terranova, ebbe la concessione con il titolo di 1° principe di Ascoli di Capitanata e la garanzia di una rendita annua di seimila ducati; ebbe inoltre numerosi privilegi fiscali, la giurisdizione sulla Bagliva, la Portolania, lo Scannaggio, la Zecca dei pesi e misure, ed infine, il potere sulle cause civili, penali e miste, in cambio dell’adoha. Gli fu conciessa, inoltre, la proprietà di una casa in Napoli sita nella Strada Capuana che fu del principe di Melfi, Giovanni Caracciolo, cui fu confiscata con il feudo di Ascoli ed altre rendite per essersi macchiato, come già detto, del delitto di fellonìa. Ad Antonio de Leyva furono conciessi, con lo stesso privilegio i titoli di 1° marchese di Atella, Abriola e San Fele, feudi che gli avrebbero fruttato una rendita annua di ducati 1890. Il 6 febbraio 1531 fu decorato del titolo di 1° conte di Monza. L’investitura gli fu conciessa dal duca Francesco Sforza ed era comprensiva dei dazi e dei redditi definiti a ragione di mercato, tale titolo era trasmissibile ai discendenti maschi. Detto feudo in seguito, con Istrumento rogato il 7 settembre 1647 dal notaio Giambattista Aliprandi, fu alienato dai suoi discendenti, Antonio e Girolamo, a Giambattista Durini, che lo acquistò anche per conto dei fratelli Giuseppe, Angelo Maria e Carlo Francesco con l'obbligo del Regio Assenso, per la somma di 30,000 ducati napolitani.[38]

Antonio de Leyva il 16 dicembre 1526 fu decorato da Carlo V del titolo di conte di Melzo, feudo ceduto ad Antonio Rabbia l’8 giugno 1529,[39] del titolo di signore di Villamaina e di Cavaliere dell’Ordine di Santiago. Fu commendatore di Yeste, consigliere di Stato di Guerra di Carlo V e suo luogotenente imperiale in Italia, fu governatore di Milano dal 1535 e, dopo la morte di Francesco II Sforza, fu generalissimo della Lega Santa.

Il 21 febbraio 1527 Antonio de Leyva entrò in Milano con le sue truppe e nel luglio dello stesso anno bloccò a Monza quelle di Gian Giacomo de’ Medici detto il “Medeghino”. Il 15 aprile 1528 firmò il trattato di Pioltello con il Medeghino mentre il 22 giugno 1529 lasciò Milano per porre l’assedio in Firenze al fine di ristabilire il governo mediceo. Il 15 settembre 1536, durante la campagna contro i francesi in Provenza, morì di podagra. Fu sepolto in Milano nella chiesa di San Dionigi che aveva fatto riedificare dopo i danni subiti dalla guerra.

Antonio de Leyva si imparentò con famiglie di grande rilievo: sua figlia Costanza andò in sposa a Francisco II Fernández de La Cueva, 4° duca di Albuquerque,[40] l’altra figlia, Giovanna, sposò a Milano Marcantonio Doria del Carretto, principe di Melfi e ammiraglio del re di Spagna.[41]

Ad Antonio nel 1539 successe il figlio Luis 2° principe di Ascoli, marchese di Atella, Cavaliere dell’Ordine di Santiago, commendatore di Yeste.[42] Questi con Regio Assenso conciesso a Bruselas il 1° febbraio 1557 fu nominato membro del Consiglio Collaterale di Napoli con salario,[43] ed il 15 giugno 1557 con Regio Assenso conciesso dall’Escuriale ricevette la nomina di Mastrodatti della città di San German e del Regno di Napoli rimasto vacante in seguito alla dipartita di Don Alessandro Pignone.[44] Sposò Mariana de La Cueva y Cabrera y Bobadilla, dalla quale ebbe cinque figli maschi ed una femmina.[45] Tra questi il primogenito, Antonio Fernandez, fu 3° principe di Ascoli, prefetto di Gaeta, commendatario e governatore per la giurisdizione criminale di Cassino; dai documenti custoditi nell’Archivo General de Simancas si apprende che con Regio Assenso conciesso a Madrid il 30 ottobre 1561, ottemperò al pagamento di una somma di danaro dovuta al fisco in favore di sua madre, Mariana de La Cueva, gravante sul feudo di Ascoli, al fine di poter saldare il debito che aveva contratto per pagare la dote.[46] Inoltre, il 30 giugno 1564 acquistò con Regio Assenso conciesso a Madrid alcuni beni feudali nel Regno di Napoli con il capitale dotale della moglie.[47] Sposò Eufrasia de Guzmán e dal matrimonio nacque Antonio Luis che fu 4° principe di Ascoli, 4° marchese di Atella, capitano generale dell’esercito di Francia, governatore dei Paesi Bassi, maresciallo di campo dell’esercito di S. M. in Italia, capitano generale della Lega Cattolica.[48]

Sempre dai carteggi custoditi nell’Archivo General de Simancas si apprende che con Regio Assenso conciesso ad El Pardo il 13 marzo 1572, a sua madre Eufrasia di Guzman, fu conciessa la facoltà di agire per suo conto versando la somma di 250 scudi di rendita feudale, relativa al feudo di Monza in acconto dell’ ammontare di 3.500 ducati che egli doveva al milanese Giovanni Pietro Rabia, ad estinzione del suo debito.[49] In quello stesso anno, con Regio Assenso conciesso a Madrid il 28 giugno, sempre sua madre, la principessa de Guzman, usufruendo del diritto istituito dal Corregidor de Madrid, ebbe il permesso di cedere lo jus luendi[50] al suo tutore al fine di riacquistare i feudi di Atella, Abriola, San Fele ed altri beni. La stessa, il 30 ottobre 1593, con Regio Assenso conciesso dall’Escuriale ebbe la possibilità di vendere parte delle rendite feudali possedute dai de Leyva nel Regno di Napoli oltre a poter effettuare la vendita della terra di Briona di pertinenza del figlio, in quanto libera da ipoteca ed altre obbligazioni gravanti sui beni posseduti in Napoli;[51] al tale riguardo ella fu vincolata nei confronti di suo figlio, Antonio Luis, a garantire la sicurezza su detti beni anche per la quantità destinata al genovese Nicola Doria.[52]

Antonio Luis, inoltre, con Regio Assenso del 31 dicembre 1604 conciesso a Valladolid, cedette per conto della madre al milanese Francesco Morosini un censo sui beni feudali posseduti a Napoli;[53] il 13 giugno 1616 fu nominato Governatore della Provincia nel Principato Ultra per un biennio,[54] ed il 23 dicembre 1620 con Regio Assenso conciesso a Madrid fu nominato Consigliere Collaterale nella città di Napoli[55] e qui fondò il Monte di Ascoli. Sposò Magdalena Porzia de Marin di Vincenzo e Lucia Herrera y Mendoza, figlia di Vincente, duca di Terranova, e Lucia de Lugo Herrera y Mendoza. Dall’unione nacque Antonio Luis Benítez de Lugo, 5° principe di Ascoli, duca di Terranova in Calabria, 5° marchese di Atella, conte di Monza, che il 30 giugno 1564 su richiesta di suo padre, con Regio Assenso conciesso a Madrid, fu nominato Capitano Generale della Cavalleria di Milano, castellano di Gaeta e Cerignola, maestro di campo e generale dell’esercito di una compagnia di uomini armati, governatore di San Germán con salario e con tutti gli onori richiesti per assolvere a tale incarico.[56] Ricevette la nomina di 6° “Adelantado”[57] maggiore per eredità, delle isole Canarie e della Fortezza di Arévalo, fu, inoltre, pupillo di Filippo III. Questi sposò Ana Florencia de la Cerda y Silva, vedova di Enrique de Mendoza y Aragòn e di Garcia Hurtado de Mendoza y Mendoza, 5° marchese di Canẽte.[58]

Tra le curiosità, si apprende che un altro dei figli di Antonio Luis e Magdalena, Giuseppe, potè godere dal 1649 dei diritti sul feudo di Sambatello in quanto vantava un credito di 30.000 ducati nei confronti della Regia Corte, tali diritti dopo la sua dipartita passarono al Monte di Ascoli in Napoli.[59]

Alla morte di Antonio Luis Benìtez de Lugo, il feudo di Ascoli passò nuovamente alla Regia Corte per mancanza di discendenti. [60]

 

 

 

 

 

 

 

 

Ritratto di Martino de Leyva

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ritratto di Suor Virginia Maria de Leyva 

 

 

 

 

 

 

 

 

Monastero di Santa Margherita in Monza

 

 

 

 

I de Leyva ebbero per arme uno scudo inquartato con nel 1° e nel 4°di Verde al castello turrito di Oro e finestrato di Azzurro, dalla torre centrale un braccio nascente armato di spada d’Argento; (Leyva) nel 2° e nel 3° di Rosso ai tre leopardi di Oro passanti in palo linguati e armati di azzurro (Inghilterra); bordato di Rosso alle tredici stelle d’Oro; (Poncie de Salazar).[61]

Ritornato alla Regia Corte, il feudo di Ascoli il 7 luglio 1651 fu venduto all’asta, ad estinzione di candela, al duca di Torre Orsaia, Tommaso de Franchis, Presidente della Regia Camera della Sommaria al prezzo di ducati 70.000, con le medesime conciessioni fatte ai de Leyva, ossia il diritto di Portolania, Bagliva, Scannaggio, Zecca di pesi e misure, ecc., in più gli fu conciesso il feudo di Pizzo d’Uccello in agro di Ascoli avente un’estensione di carra 800, più 17 carra di mezzana utilizzata per il pascolo e per i locati, di cui parte di questa era riservata a terreno seminativo, in questo luogo esisteva una casa rurale di grandi dimensioni diruta detta il Palazzo; in più con l’acquisto, si conciedeva la proprietà di una taverna con molino e panetteria utilizzata dai fuochi convicini[62] che rendeva annualmente 1442 ducati. Fu conciesso, inoltre, il possesso di una masseria detta la Salvetra ubicata in agro ascolano, con numerose altre pertinenze e rendite derivanti da fitti a terzi. Fu stabilito che il pagamento sarebbe stato effettuato con dilazioni maggiorate di un interesse annuo in ragione del sette per cento.[63] Dopo la morte di Tommaso, avvenuta il 3 febbraio 1652, gli successe il figlio Vincenzo che fu dispensato dal pagamento del relevio, mentre il pagamento dell’adoha sarebbe stato corrisposto deducendo la metà delle entrate annuali derivanti da fitti ed altre rendite.[64]

Le origini della famiglia de Franchis secondo il Della Marra[65] sono gote o longobarde. La storia documentata della linea principale dei de Franchis, per quasi un millennio può essere distinta in tre periodi trascorsi a Capua, a Piedimonte e a Napoli. I de Franchis furono investiti del titolo di conti di Avella nel 1087 con Aldoino che proprio in quell’anno donò alla chiesa di San Sebastiano in Napoli un oliveto sito nella contea di Avella per devozione ed a beneficio della sua famiglia. La contea di Avella fu soppressa nel 1152 da Ruggiero II.

A Capua i de Franchis primeggiavano fra le quattro principali famiglie. Autori come Granata ed Ughelli scrivono[66] che i de Franchis possedevano in questa città una loro cappella nel seggio dei cavalieri, e ad essa era annesso il beneficio di Santa Maria dei Franchi. In questa cappella gli Eletti dell’amministrazione cittadina ascoltavano la messa prima di cominciare le adunanze. In San Domenico di Capua possedevano una cappella gentilizia con il sepolcreto e, dopo il loro trasferimento a Piedimonte, l’ipogeo rimase abbandonato. Fu restaurato nel 1618, da Giacomo de Franchis marchese di Taviano.

Durante il regno di Federico II, i de Franchis assursero ad alte cariche. Nel 1230 Guerriero de Franchis ricevette il delicato incarico di Provveditore alle fortezze di Sicilia. Nel 1268, Landolfo de Franchis fu nominato da Re Carlo I, viceré di Terra di Bari. L’anno seguente Giovanni de Franchis si recò in veste di Ambasciatore in Aragona. Ma il Privilegio più importante fu conferito a Giovanni, divenuto consigliere aulico, da Re Carlo II. A Nizza, la casa d’Angiò possedeva anche la contea di Provenza, così il 12 Dicembre 1293, il sovrano, ricordando le benemerenze della famiglia, stabilì che, quando fosse giunto a Capua la prima volta dopo l’incoronazione, il de Franchis avrebbe retto le briglie del cavallo dalla porta della città  fin dove sarebbe smontato. Così, verificatosi tale evento, il re donò a lui il cavallo ed alla consorte un anello;[67] poco dopo tale avvenimento, Giovanni si trasferì a Piedimonte nel Matese.[68]

La famiglia è ancora oggi ricordata per aver commissionato al Caravaggio il dipinto “La Flagellazione”. Tale committenza fu dovuta a Tommaso, presidente della Regia Camera della Sommaria, fratello di Lorenzo, avvocato fiscale e deputato del Pio Monte della Misericordia. Per la chiesa del Pio Monte, Caravaggio aveva eseguito Le Sette Opere di Misericordia, dipinto consegnato il 9 gennaio del 1607.[69] Fu certamente Lorenzo a suggerire al fratello di richiedere al medesimo pittore la pala da destinarsi alla cappella di famiglia in San Domenico Maggiore in Napoli. Per la realizzazione dell’opera nel maggio del 1607 Caravaggio ricevette un compenso di 200 ducati; la pala fu sistemata in un primo tempo sull’altare della cappella di famiglia, annessa, ma strutturalmente fuori, la chiesa di San Domenico. Solo nel 1632 la famiglia acquistò una cappella nella chiesa domenicana, quella degli Spinelli, che si trovava all’interno, in corrispondenza della loro. Pertanto, i de Franchis poterono attuare il progetto di unificazione delle due cappelle ricavando una struttura architettonica più ampia. In questo nuovo ambiente la “Flagellazione” fu collocata solo nel 1652 e probabilmente durante i lavori fu custodita nel palazzo avito.[70]

Si nota, inoltre, in Sicilia la presenza di un Girolamo de Franchis, senatore di Palermo nell’anno 1587-88 ed un Antonio Maria con la stessa carica dal 1733 al 1738. Tuttavia, il personaggio più ricordato di questa famiglia fu Vincenzo, nato a Piedimonte nel 1531. Questi fin da ragazzo studiò a Napoli, e da studente di Legge ebbe come maestro Tommaso Nauclerio.

Esercitò la professione di avvocato a Napoli per tredici anni, dove conquistò gran fama per la serietà e l’eloquenza. Rifiutò cause ingiuste, e spesso patrocinò cause riguardanti i poveri senza percepire alcun compenso. Grande importanza professionale rivestì l’incarico ricevuto dalla contessa di Alife, Cornelia Piccolomini; Vincenzo de Franchis, giovane trentenne, dottore in Diritto canonico e civile, fu nominato

 

 

 

 

 

 

 

Ritratto di Vincenzo de Franchis

 (incisione di Carlo Biondi)

 

 

 

 

                                                                              

 

 

Napoli – Basilica di San Domenico Maggiore

Cappella del Rosario, mausoleo di Vincenzo de Franchis (particolare)

 

 

 

 

 

procuratore della contessa presso il viceré[71]. Visse in una villa fuori le mura di Napoli, in S. Maria degli Angeli alle croci, dove spesso era solito ritirarsi per preparare le Decisiones. Sposò Antonia Celia di Napoli dalla quale ebbe tredici figli; tra questi si ricordano: Jacopo primogenito, marchese di Taviano; Lorenzo che divenne Presidente della Camera della Sommaria e della corte dei conti; Andrea che fu arcivescovo di Trani, poi trasferito ad Acerenza e Matera; Luigi religioso teatino, divenuto vescovo di Nardò; Luca vescovo di Ugento; Geronimo vescovo di Pozzuoli, ed alla morte del fratello trasferito a Nardò, poi arcivescovo di Capua; Francesco Antonio abate di Capi e regio cappellano; Tommaso e Giovan Battista avvocati a Napoli; infine, Camilla, Fulvia e Lucrezia.

Vincenzo fu protonotaro del Regno di Napoli, fu, inoltre, a Madrid membro e poi presidente del Supremo Consiglio d’Italia, si occupò direttamente della politica degli Stati dipendenti dalla Spagna (Napoli, Sicilia, Sardegna, Milano); consigliere del re Filippo II fu investito del titolo di duca di Torre Orsaia e cavaliere di Santiago de la Espada, il re fece affiggerne il ritratto all’Escuriale. La sua più importante opera giuridica si intitola Decisiones sacrii regi Consili neapolitani, divisa in quattro parti, è considerata una compiuta enciclopedia di diritto, richiesta in tutt’Europa fu ristampata in otto edizioni. [72]

Dopo la sua morte avvenuta nel 1601 Vincenzo fu sepolto a Napoli nella basilica di San Domenico Maggiore nella cappella di famiglia.

Ritornando ai feudatari di Ascoli, non sono giunte ulteriori notizie oltre a quelle suesposte. Si sa solo che ebbero il possesso del feudo di Ascoli per ventidue anni; ossia fino a quando Vincenzo, discendente ed omonimo del giureconsulto piedimontese, il 7 ottobre 1674[73] lo alienò a Troiano Marulli, della linea dei duchi di Barletta, al prezzo di 57905.2.10 ducati, senza patto di ricompera, versando un anticipo di ducati 24590.2.12 ai creditori del de Franchis, acquisto approvato con Regio Assenso del 7 novembre 1674. La rimanente somma di ducati 33314.9.98 sarebbe stata corrisposta con pagamento dilazionato in forma semestrale maggiorato di un interesse annuo in ragione del sei per cento.[74]

I de Franchis ebbero per arme uno scudo troncato di Rosso e d’Argento, alla corona all’antica d’Oro sulla partizione.[75]

Secondo quanto riportato da Maria Carmela Marinaccio in uno studio pubblicato qualche anno fa sui Marulli, subentrato al de Franchis nel possesso del feudo di Ascoli,[76] Troiano Marulli, grazie all’abile politica economica seguita dalla sua famiglia ed agli ingenti capitali accumulati, acquistò nel 1679 anche il titolo di duca. Si trasferì, assecondando una tendenza comune all’aristocrazia, nel feudo di appartenenza, dando origine ai Marulli di Ascoli.

La studiosa sostiene che nel corso del XVIII secolo i Marulli d’Ascoli svolsero un ruolo importantissimo in Capitanata. Per tutto il Settecento la politica familiare fu orientata all’acquisto di beni immobili, soprattutto fondiari.

La famiglia cercò, inoltre, di stringere legami con membri di importanti famiglie feudali, per rafforzare il prestigio e l’onore del casato, continuando la rigida strategia familiare seguita sin dal Cinquecento, che permetteva l’unione matrimoniale al primogenito maschio ed alla prima figlia femmina, ed indirizzava al celibato militare o ecclesiastico i figli cadetti.

Troiano, terzo duca di Ascoli, morì nel 1749, lasciando erede universale il figlio primogenito Sebastiano, poco più che trentenne. Il giovane duca aveva tre fratelli il secondogenito, come voleva la tradizione di famiglia, fece parte dell’Ordine di Malta, gli altri due furono chierici. Ebbe, inoltre, quattro sorelle di cui tre religiose, per le quali pagava ogni anno un censo al convento. Sebastiano alla morte del padre era ancora celibe; viveva con la madre Eleonora Sanfelice, dei duchi di Bagnoli, famiglia ascritta al seggio di Montagna.

Grazie al legame matrimoniale di Eleonora e Troiano il ramo dei Marulli di Ascoli fu ascritto al Libro d’Oro della nobiltà napoletana. Eleonora fu una donna longeva e molto attiva. Disponeva di un proprio patrimonio derivante dalle rendite di miele e cera prodotti nelle sue terre, dall’affitto di alcuni beni immobili, dai proventi di un trappeto di sua proprietà. Compariva anche in un atto di vendita di alcuni animali che ella effettuò nel 1774 in favore di Sebastiano.

Anche lo zio Vincenzo, fratello secondogenito del padre di Sebastiano, cavaliere di Malta, ebbe delle proprietà immobiliari e fondiarie ad Ascoli.

Il duca Sebastiano disponeva di entrate derivanti dai fitti di alcune proprietà immobiliari, abitazioni e botteghe di varie dimensioni, situate nella città di Ascoli e nei dintorni, ma soprattutto dei proventi derivanti dalla coltivazione delle proprietà terriere della famiglia.

Il feudo di Pizzo d’Uccello consistente in 17 carra di mezzana divisi in quattro corpi, che secondo la stima del catasto del 1753 rendevano circa 752 ducati annui e carra 87 di terreni arativi, che apportavano una rendita di 1.335 ducati annui. La masseria Salvetra era costituita da 25 carra e 12 versure e mezzo che rendevano a metà Settecento 470 ducati annui.

Poteva, inoltre, contare sui feudi di Puzzo Terragno, Fontana Fura e Delli Pavoni, situati in agro di Cerignola, acquistati da più di un secolo dal sua avo Sebastiano.

Era possibile notare pertanto un interesse da parte della famiglia verso le proprietà terriere come forma di investimento nei primi anni sessanta del 1700.

Dopo la seconda metà del secolo il forte aumento dei prezzi dei cereali e la diminuzione delle rendite fisse diedero una grande importanza al reddito agrario e spinsero molti feudatari a trasformarsi in proprietari terrieri.

Le proprietà fondiarie dei Marulli non avevano una specializzazione ben precisa. Nella maggior parte dei terreni prevaleva la cerealicoltura, con nettissima prevalenza del frumento sui cereali minori. All’agricoltura si affiancava  l’allevamento. Gli animali utilizzati per la coltivazione delle proprietà feudali erano quasi trecento. Gli ovini di proprietà della famiglia erano circa duemila, ai quali si aggiungevano un centinaio di mucche.  I Marulli intorno agli anni cinquanta del Settecento cercarono per quanto  possibile di curare direttamente la gestione delle terre.

La situazione cambiò a partire dagli anni sessanta del XVIII secolo. Sebastiano sposò un’illustre membro della nobiltà napoletana, Giuseppa Carafa di Stigliano, e spostò residenza ed interessi verso Napoli, fu infatti il primo membro della famiglia a risiedere per lungo tempo nella capitale partenopea.

Dall’unione nacquero 5 figli. Molti beni fondiari furono dati in fitto. Emblematico è il caso del feudo di Puzzo Terragno, situato nel territorio di Cerignola, che il duca Sebastiano nel 1779 diede in fitto ad un membro della famiglia Tonti. Il canone contrattato fu di ducati ottantacinque a carro per la mezzana e 856 ducati complessivi per le terre seminatoriali. Ai beni di Sebastiano si aggiungevano alla fine degli anni ’70 ed inizi degli ’80 anche quelli della madre e dello zio Vincenzo, il fratello del padre, cavaliere di Malta; entrambi infatti testarono in favore del duca d’Ascoli. Alla morte del duca Sebastiano, avvenuta nel 1791 il 70% dei possedimenti terrieri fu dato in fitto.

Il suo primogenito ed erede Troiano, protagonista delle lotte politiche della fine del ‘700, riteneva più redditizio dare in gestione i propri averi, spinto anche dal crescente disordine finanziario e dall’instabilità politica.

La studiosa conclude il suo saggio sostenendo che i Marulli come tutti gli aristocratici, avevano bisogno di liquidità a causa dell’aumentata pressione fiscale di fine secolo. Negli anni venti dell’800 i beni ex feudali in Puglia della famiglia che ormai risiedeva stabilmente a Napoli, furono affittati ad una sola persona: Luigi Zezza. Anche questi nobili preferirono optare per la gestione indiretta dei beni di famiglia.

Nel 1797 quando Ferdinando IV soggiornò a Foggia in occasione delle regie nozze fra suo figlio Francesco I e Maria Clementina d’Austria, il duca d’Ascoli accompagnò il sovrano nelle battute di caccia e durante la visita nelle masserie della Capitanata.[77] Sempre in questa occasione don Paolo Marulli fu nominato Maggiordomo di Settimana del re.

In Capitanata l’Ordine di Malta aveva diverse commende e baliaggi nella zona di Foggia e dintorni. Dai cabrei risulta che il priorato di Barletta aveva tra le sue pertinenze, a titolo feudale, Alberona che gestiva le masserie presso Foggia, che la commenda di Troia disponeva di grange a Foggia, Biccari, Mafredonia, Ariano, Montecalvo, Apice,[78] e che il baliaggio della SS. Trinità di Venosa occupava beni nella “Puglia piana” in particolare nel territorio di Ascoli Satriano.[79]

Negli attuali confini della provincia di Foggia ricade il comune di Trinitapoli, già Casaltrinità, commenda magistrale dell’Ordine di Malta che, per una serie di particolari circostanze, era posta sotto la giurisdizione del priorato di Venezia e non di quello di Barletta. Il casale nel 1589 era stato venduto all’Ordine di Malta dai suoi feudatari, i Marulli di Barletta, subentrati a loro volta ai della Marra, e le sue vicende testimoniano il protagonismo delle famiglie nobili barlettane, in particolare dei Marulli, sugli scenari della Capitanata connotati dalla presenza della croce gerosolimitana.

I cavalieri di casa Marulli, approfittarono della propria posizione di commendatori e di dignitari dell’Ordine per distinguersi nel settore creditizio ed in quello del commercio dei grani. Nel 1653 Orazio prese in fitto Casaltrinità, Ettore fu priore di Barletta e negli anni quaranta del Seicento fu agente di Bartolomeo d’Aquino e commissario di grano per i mercati napoletani.

Girolamo ottenne prima la commenda di Troia poi quella di quella di Santa Maria Cannatello in Sicilia, fu ammiraglio della lingua d’Italia e poi priore del baliaggio di Santo Stefano.[80]

La presenza dei Marulli in Capitanata non si ferma qui: sulla commenda di Troia si erano succeduti Ettore nel 1664, Carlo nel 1672 e Nicola nel 1712,[81] mentre Francesco nel 1790 era titolare, a titolo di cabimento,[82] della prima Commenda conciessa al fratello per ordine della sua anzianità della commenda di Foggia.[83]

Tra coloro che godevano di pensioni imposte sulle rendite della commenda di Troia vi era Carlo Marulli, assegnatario nel 1653 di 100 scudi, Carlo Queralt di Barletta pensionista nel 1668 per 50 scudi, il nobile Filippo Marulli al quale nello stesso anno fu trasferita quella pensione, poi passata nel 1682 al nobile Fabrizio Marulli e nel 1714 al nobile Vincenzo Marulli.[84]

Come si può notare non erano solo i cavalieri a ricevere pensioni sulle commende, ma anche i laici e nel nostro caso la presenza di Carlo e Nicola Marulli tra i commendatori di Troia consentì ad altri membri della famiglia di godere dei beni dell’Ordine.

Il fatto che le commende di Troia e di Larino fossero di grazia magistrale e, quindi, venissero conferite a discrezione di un’autorità lontana come il gran maestro testimonia della rilevanza della famiglia Marulli e della considerazione di cui essa godeva anche in ambito sovralocale.[85]

Interessante lo studio di Francesca Maria Lo Faro sulla linea di Barletta. [86] Ella sostiene che i Marulli si distinsero per le loro gesta nel 1799 e che Troiano Marulli, omonimo e coetaneo del duca di Ascoli, fu soprattutto un uomo di lettere e di scienze ed un sensibile conoscitore delle antichità.

Appartenne all’Accademia Pontaniana di Napoli e alla Colombaria di Firenze scrisse numerose opere, rimaste per lo più inedite che gli valsero una certa notorietà fra i suoi contemporanei. [87]

Troiano Marulli era primogenito di Paolo e della nobildonna materana Maria Giuseppa Venusio dei marchesi di Turi. Troiano 4° conte di Barletta ebbe un’educazione rigida. A poco meno di sei anni fu allontanato dalla famiglia per essere mandato a studiare insieme al fratello minore nel collegio Tolomei di Siena. Tornò a Barletta dopo quasi vent’anni di assenza; trascorse la sua giovinezza a Siena, a Bologna e a Pisa. Godette la cittadinanza fiorentina e fece parte del Senato di Bologna, che era allora sotto il dominio della Santa Sede.[88]

Vissuto in un ambiente diplomatico in cui lo zio aveva un alto incarico, fu cavaliere dell’Ordine di Santo Stefano e ciò giovò alla sua vita di relazione che arrivò subito ad alti livelli. Nel 1796, il Marulli volle offrire al re Ferdinando IV un numeroso corpo di volontari per l’esercito, e nel clima di disorientamento imposto dalla guerra antifrancese, il Marulli richiamò in Barletta i suoi fratelli, Carlo e Giuseppe, che si trovavano rispettivamente a Bologna e a Malta. Tutti e tre intrapresero il servizio militare nel corpo dei “Volontari nobili di cavalleria” sotto il comando del principe Leopoldo.  Presto furono insigniti del grado di Alfiere, il conte cominciò il suo tirocinio il 19 maggio 1796. Essendo volontario di cavalleria non percepiva alcun compenso fuorché i foraggi per i cavalli. Dopo due anni quel corpo fu sciolto. I componenti furono incamerati nei reggimenti di fanteria e cavalleria, della nuova leva nel 1798, ed in parte, passarono al servizio nella piazzeforti e nei castelli. Giuseppe Marulli passò al reggimento dei Dragoni Principe, suo fratello Carlo entrò invece a far parte del reggimento Cavalleggeri Principe, di nuova formazione. Sedici volontari nobili furono promossi al grado di sottotenente con patente dell’8 settembre 1797, ed insigniti di medaglia d’oro “in ricompensa delle straordinarie commissioni eseguite”.  Uno dei premiati fu Troiano Marulli, che divenne sottotenente addetto allo stato maggiore del castello  di  Barletta. Il giovane conte Marulli, aveva aderito alla leva volontaria nel 1796 sulla spinta di aspirazioni a gradi ed incarichi. Questo modello era già noto al Marulli perché la sua famiglia aveva ricevuto da Carlo VI d’Austria il titolo di conte del Sacro Romano Impero, per aver fatto parte dei reggimenti italiani al servizio di quel paese.[89]  Durante la dominazione austriaca un reggimento dei Marulli composto da baresi e barlettani, capeggiato da Filippo Marulli combatté nella battaglia di Velletri ed in Ungheria, nella guerra contro i turchi, alle dipendenze del principe Eugenio di Savoia. Nella stessa epoca il cavalier Francesco Saverio Marulli ebbe una splendida carriera divenendo feldmaresciallo, governatore di Belgrado, consigliere aulico di guerra, e primo consigliere dell’amministrazione del regno di Serbia. Il reggimento Marulli continuò a combattere in tutta Europa, sotto le bandiere dell’Austria anche quando il regno di Napoli passò ai Borbone.[90] Troiano Marulli, fu al centro degli avvenimenti rivoluzionari fin dai primi giorni del gennaio 1799, quando la repubblica napoletana non era stata ancora proclamata. In quei frangenti egli si mostrò uomo d’ordine e sedò i dissidi che erano stati provocati dallo smarrimento sociale derivato dalla fuga del re.

Poco dopo Barletta, che era una piazzaforte militare, fu tra i primi centri del barese a democratizzarsi.  Il castello cadde sotto il controllo dei repubblicani  e ben presto la città divenne sede delle truppe francesi. Ma il Marulli non aderì mai al sistema di governo repubblicano.  Si può solo supporre che avesse aderito alla municipalità per moderare le pretese delle contribuzioni di guerra che colpivano i maggiori possidenti della città. In quelle settimane un suo zio, il cavalier Francesco Marulli , Preside della provincia di Lecce, feudatario di Grassano, tenente colonnello, morì avvelenato, forse suicida, in modo assai misterioso, dopo essersi sforzato di contrastare le democratizzazione delle città pugliesi. Francesco Marulli subì in modo tragico gli eventi rivoluzionari, la sua fine fu il tragico epilogo di una carriera segnata da un alto spirito di servizio. La scomparsa del Preside, rappresentò per Troiano l’assunzione di nuove responsabilità di carattere politico, che lo fecero divenire depositario dell’iniziativa controrivoluzionaria.

Il giovane conte poté venire allo scoperto solo quando verso la metà di maggio si sparse la voce che lungo l’Adriatico all’altezza delle coste pugliesi era stata avvistata la squadra navale alleata, che si aspettava da tempo. La spedizione era il risultato dell’iniziativa diplomatica di Antonio Micheroux, che il 13 febbraio si era recato a Palermo per portare la notizia che i russi erano pronti a dare soccorso all’Italia ed al Regno di Napoli. Il 15 febbraio il re diede a Micheroux pieni poteri e le istruzioni per concludere in suo nome la convenzione. Circa 6000 russi dovevano approdare a Manfredonia e coordinare con i sanfedisti i loro spostamenti, in modo da avanzare su due linee verso la capitale. Ma la squadra navale destinata a sbarcare sulle coste pugliesi rimase a lungo un miraggio nonostante le premure di Micheroux che ne affrettava l’allestimento. Finalmente la flotta il 14 maggio sbarcò a Bari con a bordo Micheroux, che provvide a conciedere in nome del re l’indulto generale. Appena fu nota la presenza in zona della piccola squadra navale il 15 maggio inalberarono il vessillo reale dopo aver abbattuto l’albero della libertà. Il conte Marulli, agendo in nome del re, con uno stratagemma tolse ai repubblicani il controllo del castello ed impedì una inutile e fanatica resistenza. Gli insorgenti barlettani, da parte loro, effettuarono la carcerazione di “giacobini”. Il conte Marulli in quell’occasione fece in modo che l’azione popolare controrivoluzionaria non degenerasse e del pari, consentì il passaggio senza traumi dalla democrazia al sistema di potere borbonico. La piccola flotta russo-turca sbarcò a Barletta il 16 maggio. La presenza delle truppe alleate fu un’occasione di festa memorabile per la città. Il cavaliere Micheroux fu ospite in casa Marulli, e ciò per la vecchia amicizia che correva tra lui e uno zio del conte di nome Giacomo, ministro Plenipotenziario del Granduca di Toscana e dell’Imperatore di Germania nelle Legazioni Pontificie prima, e poi alla Cispadana ed alla Cisalpina sedicente repubblica. Giacomo Marulli, marito della nobile bolognese Camilla Boccadiferro, non ebbe figli. Prese a cuore l’educazione dei giovani nipoti ed in particolare di Troiano suo erede spirituale.

La brillante carriera militare di Troiano fu identica a quella dello zio Francesco, che fu nominato preside provinciale dopo che, nel 1799, in occasione della cosiddetta peste egiziana sviluppatasi in Dalmazia, aveva organizzato le milizie provinciali in Puglia ed in Abruzzo, per formare un cordone sanitario rigoroso per tutto il lunghissimo litorale dal Tronto al Golfo di Taranto.

Un grande contributo alla causa borbonica fu dato anche dai fratelli del conte, che costituirono un vero punto di forza del reggimento Marulli. Troiano assunse il comando dell’esercito in qualità di generale, il fratello Domenico fu posto a capo dell’artiglieria e Filippo a capo della fanteria, Giuseppe a capo della cavalleria con Federico Guarini dei duchi di Poggiardo. Domenico studiò nell’Accademia militare di Napoli. Si distinse nell’apprendimento della matematica e della balistica, sotto la guida del celebre Vito Cavelli e del lucchese canonico Saladini. Fu primo paggio dei sovrani (paggio di balice). Appena tredicenne, nel 1797, fu nominato alfiere nel reggimento Re Artiglieria, l’anno successivo partecipò alla campagna romana nella colonna di riserva spedita negli Abruzzi e comandata dal tenente generale De Gambs. Dopo la disfatta dell’esercito tornò a Barletta e con i fratelli fece una campagna per la riconquista del regno segnalandosi negli assedi ed in una valorosa impresa, tra Capua e Caiazzo, che contribuì alla capitolazione dei nemici.[91] Filippo, come Domenico, fu educato nell’Accademia militare di Napoli “a regie spese” Divenne paggio ed il mondo delle armi sembrava a lui precluso perché epilettico, ma una serie di circostanze favorevoli condizionarono positivamente la sua carriera. Nel 1799 partecipò alla spedizione controrivoluzionaria alla testa del granatieri.[92]

Giuseppe, dopo aver studiato dai 5 agli 11 anni nel collegio dei Tolomei a Siena, fu mandato Vienna, all’Accademia militare imperiale al fine di intraprendere il servizio militare nell’armata austriaca e proseguire la tradizione di famiglia. Dopo aver acquisito una severa disciplina militare ed un addestramento di prim’ordine, all’età di sedici anni entrò come alfiere nel Reggimento italiano Caprara e prese parte ad azioni militari in Piemonte ed il Lombardia contro le truppe francesi al comando dei generali Beaulieu e Alivinczy. Allo scopo di avere maggiori possibilità di carriera Giuseppe passò nel Reggimento tedesco Lattermann che era pure alle dipendenze dell’Austria ma fu dimesso dal servizio per indisciplina. Per punizione lo zio Giacomo, lo mandò a Malta per seguire il noviziato necessario per progredire nell’ordine dei cavalieri di Malta. Ritornato nel Regno nel 1796, riprese la carriera militare nel nobili volontari di cavalleria; ed alla soppressione di quel corpo passò 1° tenente nel Reggimento Borbone Dragoni. Nella campagna del 1798 fu aiutante di capo del tenente generale duca di Salandra, a cui salvò la vita in un’azione nelle vicinanze di Aversa.

Carlo, sebbene non fosse con i fratelli, dopo gli studi a Bologna e a Pisa entrò nel corpo dei nobili volontari di cavalleria ed in seguito come primo tenente, passò nel Reggimento cavalleria Principessa, con cui fece l’infelice campagna del’98. Ad Orticoli si distinse per il suo valore in un’azione contro i francesi. Fatto prigioniero fu condotto in Lombardia e poté tornare nel Regno di Napoli solo nel novembre del 1799.

Dopo la rivoluzione del 1820-21 Troiano Marulli fu nominato presidente del secondo consiglio di guerra e poté concludere la sua carriera come generale comandante delle armi della provincia della Capitanata. A conclusione dello studio, la Lo Faro afferma che il conte, sempre sensibile al sentimento dell’onore, sino alla sua morte trascorse la maggior parte del tempo a riversare la sua insofferenza per la politica del tempo in diversi scritti, tra cui le sue “Memorie”.

L’arme dei Marulli di Ascoli è uno scudo di Azzurro al leone rampante di Oro sormontato da una croce patente dello stesso, lampassato e armato di Rosso.

 

 

 

 

 

 

 

 

Le note vicende storiche che caratterizzarono la fine del XVIII secolo,  con la  Rivoluzione Francese, la costituzione della Repubblica Partenopea e, successivamente, il Decennio Francese che abolì la feudalità, apportarono fondamentali cambiamenti nel Regno, favorendo la formazione di una “monarchia amministrativa” in grado di modificare in modo drastico le precedenti forme istituzionali che caratterizzarono i secoli trascorsi.

Le strutture del governo locale si dipanavano dai consigli decurionali a quelli provinciali, passando dai consigli distrettuali. Nel governo locale trovavano rappresentanze gli interessi dei nuovi ceti emergenti ai quali si erano aggregati i “galantuomini” di estrazione nobiliare. Alla frattura di antico regime tra la capitale del Regno e la sua grande campagna, si sostituiva quella tra le realtà che sarebbero divenute centrali e quelle che sarebbero rimaste periferiche.[93]

In questo clima di fermento ed innovazione rientrò anche Ascoli di Capitanata quando, spodestata degli ultimi rappresentanti dell’antico regime feudale, vide l’accrescersi di nuove ricchezze, in massima parte, derivanti dal possesso di grandi estensioni terriere, con la creazione di nuove figure sociali nobilitate poste al governo della città. La presenza di famiglie che già durante il vecchio regime si erano distinte perché benestanti, così come si evince dal catasto Onciario del 1753,[94] si affermarono in modo preminente soprattutto durante il Decennio Francese.

Tra queste figurano: i Bari, i Briganti, i Centomani, i Cirilli, i Crisafi, i D’Alessandro, i D’Autilia, i De Benedictis, gli Scaramuzza ed altri, censiti nell’Onciario come benestanti in quanto “vivevano civilmente”, alle quali si aggiunsero quelle degli artigiani, commercianti, massari ecc. come: i Cautilli, i Conti, i Covini, gli Giuliani, solo per fare qualche citazione; inoltre, furono annoverate le famiglie della “borghesia togata” costituita dai “professionisti”; tra questi si citano: i Coretti, i Grassi, i Mastromattei. Non si deve trascurare, infine, la presenza dei nuovi proprietari terrieri che, dopo il 1806, si imposero in modo determinante nel governo della città.

Queste presenze assunsero un ruolo fondamentale in Ascoli offrendo nuove prospettive di sviluppo socioeconomico e favorendo, attraverso l’ostentazione del potere, l’espansione urbanistica con l’edificazione di palazzi imponenti che, ancora oggi si possono ammirare nella loro bellezza, conferendo alla città il suo attuale aspetto.

 

 

Referenze fotografiche:

 

-          Foto della tomba di Raimondo del Balzo: conte Gioacchino del Balzo di Presenzano.

-          Foto di San Elezario di Sabrano dal sito:

-          http://it.wikipedia.org/wiki/Elezario_da_Sabrano.

-          Foto di Vincenzo de Franchis dal sito:

-          http://asmvpiedimonte.altervista.org/De_Franchis_Vincenzo.html.

-          Foto di Martino de Leyva dal sito:

-          http://arcobaleno.net/personaggi/capricorno/monacadimonza.htm.

-          Foto di Virginia de Leyva e Monastero di Santa Margherita in Monza dal sito:

-          http://www.arwcu1956.spaces.live.com.

-          Foto di Troiano Marulli da:

-          S. Capone, Le nozze del Principe, Foggia 1997.

 

Abbreviazioni

 

 

ACA                = ESPAÑA. MINISTERIO DE CULTURA, Archivo de la Corona de Aragón

AGS                = ESPAÑA. MINISTERIO DE CULTURA, Archivo General de Simancas

S.P.                  = Simancas Papeles, Pergamente de Simancas

ASNA             = Archivio di Stato di Napoli

ASBNF            = Archivio Storico del Banco di Napoli Fondazione

fol.                  = folio

c./cc.               = carta/e

cc.nn.              = carte non numerate

R.C.                 = Regia Camera

doc. cit            .           = documento citato

op. cit.             = opera citata

mm.ss.             = manoscritti

n./nn.               = numero/i

reg.                  = registro

b.                     = busta

fasc.                = fascicolo

min.                 = minuta

 


 

[1] Il presente saggio è tratto dal volume di Lucia Lopriore “Ascoli di Capitanata tra Medioevo ed Età Moderna”, Foggia 2008.

[2] A tale riguardo si veda il volume recentemente dato alle stampe da Mons. Antonio Silba dal titolo Frammenti di Storia nella città del tre colli – Ascoli Satiano in tre antichi documenti, Foggia 2007.

[3] S. Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, San Giov. Persiceto (BO) 1997, (rist. anast. del 1601), pag. 310. 

[4] G. Checchia de Ambrosio, Ricordi Storici di Capitanata, San Severo 1987, pag. 54 e segg.

[5] N. della Monica, Le grandi famiglie di Napoli, Roma 1998, pag. 87.

[6] AA.VV. Dizionario Biografico degli italiani, Roma 1975, vol. VIII, pag. 411 e segg.

[7] L. Giustiniani, Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Bologna 1969 (rist. anast. del 1797), Tomo II, pag. 12 e segg.

[8] www.iagi.info/genealogienobili, ad vocem.

[9] V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare Italiana, vol. I, pag. 414 e segg., Milano 1928-36.  

[10] S. Mazzella, Descrittione… op. cit. pag. 614.

[11] S. Ammirato, Delle Famiglie Nobili Napoletane, Firenze 1650, Vol. II, pag. 292 e 293.

[12] Cfr. www.arcelli.org.linea antica, e www.iagi.info/genealogienobili, ad vocem, e S. Ammirato, Delle Famiglie… op. cit.

[13] Ibidem.

[14] A. M. Siena Chianese, La Nobiltà Napoletana oggi, Incontri, Napoli 1995, pag. 35 e segg.

[15] Ibidem.

[16] N. della Monica, Le grandi famiglie di Napoli, Roma 1998, pag. 45 e segg.

[17] A. M. Siena Chianese, La Nobiltà… op.  cit.

[18] Cfr. www.iagi.info/genealogienobili ad vocem.

[19] Secondo il della Marra il capostipite fu Guglielmo da Marzano. Cfr. F. Della Marra, Famiglie estinte, fuorestiere o non comprese ne’ Seggi di Napoli imparentate colla casa Della Marra, pag. 246 e segg., Napoli 1641.

[20]Almanach de Gotha, Annuaire généalogique, diplomatique et statistique, cent – quatorzième anée, Justus Perthes Gotha 1877, pag. 314 e segg.

[21] Secondo il De Lellis il capostipite della linea italiana fu Eliziario di Sbrano venuto in Italia al seguito di Carlo I d’Angiò per la conquista del Regno. Cfr. C. De Lellis, Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli, Napoli 1654-71, pag. 157 e segg.

[22] C. De Lellis, Discorsi … cit., pag. 5 e segg.

[23] B.Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle Province Meridionali d’Italia, vol. I, Napoli 1875.

[24] www.iagi.info/genealogienobili, ad vocem.

[25] N. della Monica, Le grandi famiglie…  op. cit. pag. 60 e segg.

[26] Cfr. www.condottieridiventura.it, Giacomo Caldora originario di Castel del Giudice presso Isernia, fu investito dei titoli di Conte di Trivento e duca di Bari, marchese del Vasto, conte di Monteodorisio, signore di Pacentro, Atri, Palena, Minervino, Conversano, Agnone, Manfredonia e Aversa. Padre di Antonio fu suocero di Francesco Sforza. Abile condottiero si distinse per le campagne in Abruzzo, Campania, Lazio, Emilia Romagna, Umbria, Marche, Molise e Puglia. Nel 1434 contrastò il principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo con Baldassarre della Ratta, Marino Boffa ed Urbano Cimino. Occupò Acerra, Montefusco, Vico Equense e Flumeri. Al seguito di Luigi d’Angiò conquistò la Capitanata al comando di 14.000 uomini; entrò in Terra di Bari con 4.000 cavalli e molti fanti ottenendo così il feudo di Ascoli Satriano, posseduto da Gabriele Orsini del Balzo, da frà Ruffino da Mantova, che ne era alla guardia con 1.000 cavalli ed altrettanti fanti. In seguito, per trattato, si impadronì di Andria, Bitonto, Ruvo e Corato; assediò invano Altamura e con l’Angiò irruppe in Castellaneta dopo alcuni furibondi assalti. Passò per Grottaglie, scese in Terra d’Otranto e rinchiuse l’Orsini del Balzo in Taranto. Trascorsi alcuni giorni Giacomo Caldora lasciò il campo; espugnò Oria, che fu saccheggiata. Assediò Lecce e pose i suoi alloggiamenti nella vicina badìa dei Santi Niccolò e Cataldo; dopo undici giorni si ritirò per incomprensioni con l’Angiò. Nel febbraio del 1435 si ammalò gravemente in Andria ma continuò ancora per lungo tempo le sue numerose campagne nel Regno di Napoli. I Caldora ebbero per arme uno scudo inquartato nel 1° e nel 4° di Oro nel 2° e nel 3° di Azzurro.

[27] Cfr. www.sardimpex.com ad vocem, e cfr. E. Di Maio (a cura di), I Dispacci Sforzeschi da Napoli, regesti dai mmss. della Bibliotèque Nationale de France, Italien, 1590, cc. 544 e 545 min. in www.storia.unina.it/Sforza/. Da un documento datato 29 dicembre 1464 si evince che Francesco Sforza inviò un dispaccio ad Antonio da Trezzo con cui dopo aver esaltato i meriti di Angelo Acciaioli e della sua famiglia, lo raccomandava affinché Ferrante d’Aragona gli conciedesse la terra di Ascoli Satriano, che aveva già promesso ad Orso Orsini. A suo avviso quest’ultimo avrebbe potuto ottenere dal re un altro dominio di pari importanza. Tuttavia il duca era pronto a rinunciare al suo desiderio qualora Ferrante si fosse trovato nell’impossibilità di realizzarlo. Inoltre, in una nota di Davide Shamà riportata nel sito www.sardimpex.com linea di Brienza, risulta che Giovanni Battista Caracciolo (n. 1462 m. 1548) detto “Ingrillo” ottenne una rendita di duc. 150 il 28 maggio 1544 sul feudo di Ascoli. Cfr. ASNA, Sez. Diplomatica, Cedolario della Provincia di Capitanata, Ascoli, fol. 33, c. 345r., e cfr. www.iagi.info/genealogienobili, e http://cognomiitaliani.org/cognomi/cognomi003car.htm.

[28] Cfr. www.condottieridiventura.it, ad vocem.

[29] Dal possesso del feudo di Anguillara.

[30] A. M. Siena Chianese, La Nobiltà… op. cit., pag. 101 e segg

[31] Ibidem.

[32] www.iagi.info/genealogienobili, voce Caracciolo del Sole.

[33] Ibidem.

[34] www.condottieridiventura.it

[35] L. Giustiniani, Dizionario … op. cit. pag. 14.

[36] Cfr. http://it.wilkipedia.org/wiki/filiberto_di_Chalons.

[37] España. Ministerio de Cultura, ACA, Barcelona, Real Cancillería, registros 3940, fol. 149v, 150r, 150v, 151r, 151v, 152r, 152v, 153r, 153v, 154r, 154v, 155r, 155v. Privilegio de Carlos V conciediendo el feudo de Ascoli a Antonio de Leyva en año 1532. Esiste nello stesso fondo un altro documento che corrisponde al privilegio in questione riportato nel reg. 3965 fol. 248v, 249r e 249r.  e ASNA, sez. Diplomatica, Cedolario della Provincia di Capitanata, Ascoli, fol.33, cc. 170 r., 345r e 349r.

[38] E. Casanova, Dizionario feudale delle province componenti l'antico Stato di Milano, Firenze 1930, pag. 67. Si ringrazia per la segnalazione il sig. Giovanni Cairo.

[39] Ibidem, pag. 63.

[40] Cfr. www.grandesp.org.uk, e www.storiadimilano.it/cron/dal 1526 al 1550.htm .   

[41]. España. Ministerio de Cultura, ACA, Barcelona, Real Cancillería, registros 3941, fol. 200r, 200v e 201r. Cfr. www.genealogy.euweb.cz/italy/delcarretto1.html

[42] ASNA, sez. Diplomatica, Cedolario… doc. cit. c. 349 r.

[43] España, Ministerio de Cultura, AGS, S. P. cc. 113 - 412 v., Cfr. R. Magdaleno, Titulos y Privilegios de Napoles siglos XVI.XVIII, Catalogo XXVIII dell’Archivo General de Simancas vol. I onomastico, Valladolid 1980, pag. 320.

[44] Ibidem, S. P. cc. 138 - 113v.

[45] Sposò Massimiliano II Stampa, 3° marchese di Soncino che dopo la morte della moglie rinunciò ai titoli ed entrò nell’Ordine del Cappuccini con il nome di “Fra Ambrogio da Soncino”

[46] España, Ministerio de Cultura, AGS, S. P. cc. 125 - 91; Cfr. R. Magdaleno, Titulos… op. cit. pag. 319.

[47] Ibidem, S. P. cc. 127- 4 v. e Cfr. R. Magdaleno, Titulos... op. cit., pag. 320.

[48] Il secondogenito di Luis, Martino conte di Monza, noto per le campagne belliche condotte tra la Spagna ed altri Stati europei, sposò in prime nozze la vedova Virginia Marino, figlia del ricchissimo banchiere Tommaso, già madre di cinque figli avuti dal precedente matrimonio con Ercole  Pio di Savoia, dalla quale ebbe una figlia, Marianna, che costretta alla vita claustrale forzata, divenne badessa nel Monastero di Santa Margherita in Monza con il nome di suor Virginia Maria. Ella, trasgredendo l’osservanza delle regole impostele dal proprio rango, scelse di vivere in maniera dissoluta macchiandosi di numerosi crimini complice dell’amante Gian Paolo Osio. Il Manzoni parla di lei nella prima stesura del romanzo “Fermo e Lucia” divenuto poi “I Promessi Sposi”, traendo spunto da due opere scritte dallo storico Giuseppe Ripamonti (1573-1643) che traccia un profilo completo ed esaustivo di questo personaggio, raccontando anche le varie vicende che caratterizzarono la sua vita di infelice fanciulla, cresciuta senza affetto, incapace di amare. Marianna, rimasta orfana di madre in tenera età, subì l’usurpazione dell’eredità materna a lei spettante da parte del padre che destinò l’intera quota patrimoniale agli altri figli maschi avuti in seconde nozze dalla nobildonna spagnola Ana Viquez de Moncada, avviando la fanciulla al chiostro con un minimo vitalizio. Marianna de Leyva fu in realtà un personaggio controverso per i tanti aspetti che caratterizzarono il lato affettivo; non riuscì ad amare né la sua unica figlia, Alma Francesca Margherita, né amò il padre di quest’ultima, se pure ne condivise i crimini per i quali fu processata e condannata con sentenza emessa dal Vicario Criminale, Marmurio Lancillotti, a vivere murata in una cella nella Pia Casa delle Convertite di Santa Valeria in Milano, per quattordici anni ricevendo quotidianamente solo pane ed acqua. Fu disconsciuta dalla sua famiglia che non solo si disinteressò di lei ma non fece niente per chiedere clemenza per i crimini commessi. Il fratellastro Luis, venuto dalla Spagna per rilasciare le proprie dichiarazioni in rappresentanza dei de Leyva, durante il processo dichiarò che la famiglia avrebbe preferito sapere che Marianna fosse morta, piuttosto che vedere infangato il buon nome del loro casato. Dopo qualche anno dalla sua scarcerazione, avvenuta per volere del cardinale Federico Borromeo, Marianna de Leyva si spense il 7 gennaio 1650 nello stesso monastero in cui era stata detenuta. Cfr. G. Ripamonti, Historia Ecclesiae mediolanensis, Milano 1625. e idem, De peste Mediolani quae fuit anno 1630, Milano 1630.

[49] España, Ministerio de Cultura, AGS, S. P. cc.110 r. e 111 r.; Cfr. R. Magdaleno, Titulos y Ptivilegios de Milan, siglos XVI.XVII, Catalogo XXXIII del Archivo General de Simancas, por Adela Gonzalez Vega e Ana Maria Diez Gil, Valladolid 1991, pag. 175.

[50] Diritto di riscatto in caso di vendita. España – Ministerio de Cultura, AGS, S. P. cc. 133 – 141v.; Cfr. R. Magdaleno, Titulos… op. cit. pag. 291.

[51] Ibidem, S. P. cc. 153 – 16v.; Cfr. Ricardo Magdaleno, Titulos… op. cit. pag. 291.

[52] España. Ministerio de Cultura, AGS, S. P. cc. 152 – 220; cfr. R. Magdaleno, Titulos… op. cit. pag. 291.

[53] Ibidem, S. P. cc. 166 – 17; cfr. R. Magdaleno, Titulos… op. cit. pag. 320.

[54] Ibidem, S. P. cc. 179 - 268; cfr. R. Magdaleno, Titulos… op. cit. pag. 319.

[55] Ibidem, S. P. cc. 182 – 301; cfr. R.Magdaleno, Titulos… op. cit. pag. 320.

[56] Ibidem, S. P. cc. 127 - 1; cfr. R.Magdaleno, Titulos… op. cit. pag. 319.

[57] L’Adelantado era un ufficiale della Corona castigliana che durante il periodo della Baja Edad Media (sec. XI.XV) aveva competenze giudiziali e governative in una determinata circoscrizione.

[58] Cfr. www.grandesp.org.uk. voce Medinaceli.

[59] Crf. www.caulonia2000.it/pagine/storia/carafa3.htm  

[60] Dallo studio di M. Romano svolto dall’Archivio Caracciolo di Torella, si evince che nel 1651 il feudo di Ascoli era passato a Carlo Filomarino con il titolo di principe; tale notizia, tuttavia, non è riportata in nessun’altra fonte consultata. Cfr. M. Romano, Gli Apprezzi e le Platee dell’Archivio Caracciolo di Torella come fonte per la ricostruzione del paesaggio e della “Forma Urbis” Medievale degli insediamenti del Vulture, Potenza 2004, pp. 58, 125, 126, 249 e 266.

[61] Cfr. www.grandesp.org.uk, della casa de Rioja: signore di Leyva, conte di Baños. Il quarto d’Inghilterra commemora il matrimonio di Sancho Martinez de Leyva signore di questa casa con Isabella, figlia naturale di re Edoardo III d’Inghilterra; la bordura simboleggia il matrimonio del padre di Sancho, Juan Martinez de Leyva, con Urraca Poncie de Salazar, la cui arma era di Rosso alle tredici stelle di Oro.  

[62] Famiglie confinanti.

[63] Concorse al bando di acquisto anche il marchese di Taviano Don Andrea de Franchis che offrì la somma di sessantamila ducati, ma la vendita fu aggiudicata a Don Tommaso de Franchis, a mezzo del suo referente Giovanni Domenico Artusi. Cfr. ASNA, sez. Diplomatica, Cedolario della Provincia di Capitanata - Ascoli, fol. 33, cc. 347r., 349v., 350r e 369r.

[64]Ibidem.

[65] Della Marra F., Famiglie estinte fuorestiere o non comprese ne’ Seggi di Napoli imparentate colla casa della Marra, Napoli 1641, pag. 163 e segg.

[66] F. Granata, Storia della fedelissima città di Capua, Napoli 1752, libro III, p. 38 e segg.; F. Ughelli, Italia Sacra sive de episcopis Italiae, Venezia 1721.

[67] Granata F., op. cit.

[68] Della Marra F., Famiglie estinte ... op. cit.

[69] ASBNF, Apodissari, Giornali Copiapolizze dell’antico Banco della Pietà di Napoli, reg. 5, fol. 25r. Il documento riporta che in quella data fu firmato un mandato per l’importo di 370 ducati versati a Tiberio del Pezzo e per lui a Michelangelo da Caravaggio a saldo dei ducati 400, somma complessiva per la committenza di un quadro dipinto per il Monte della Misericordia.

[70] Cfr. http://xoomer.alice.it/atm2003/flagellazione.htm

[71] Cfr. http://asmvpiedimonte.alterivsta.org/De_Franchis_Vincenzo.html: Dalla copia del documento custodito presso l’archivio storico medio volturno, atto del notaio Pietro Macaro, anno 1560, b. 330.

[72] A tale riguardo è utile segnalare che il 10 gennaio 1607 il libraio Andrea Pellegrino di Napoli ricevette la somma di 100 ducati da Tommaso de Franchis, figlio di Vincenzo, in conto dei 900 ducati complessivi stabiliti per la stampa del quarto tomo dell’opera consistente in centosessantotto decisioni; e la consegna degli altri tre tomi già stampati, così come riportato nell’istrumento a cura del notaio Vincenzo de Marro rogato per mano del notaio Giovan Angelo Angrisano. ASBNF, Apodissari, Giornali Copiapolizze dell’antico Banco della Pietà di Napoli, reg. 6, fol. 15r.

[73] ASNA, sez. Diplomatica, Cedolario… doc. cit. fol. 33, cc. 369r, 370r e 415r; fol. 34, cc. 69r e 70r; fol. 35, cc. 191r e 192r.; fol. 36, da c. 196r a c. 202r.

[74] Ibidem, c. 371v.

[75]Cfr.http://xoomer.alice.it/piedimontematese/persone.html e ww.regione.sicilia.it/benicultrali/bibliotecacentrale/mango/franchi.htm .

[76]M. C. Marinaccio, Una famiglia feudale ed il suo patrimonio nella seconda metà del 1700: I Marulli di Ascoli, in AA. VV. “La Daunia Felix”, Foggia 2000. Pag. 133 e segg.

[77] S. Capone, Le nozze del principe, Foggia 1997, passim.

[78] P. De Biase, I cabrei del Gran Priorato del Regno delle Due Sicilie nell’Archivio di Stato di Napoli, in “studi melitensi”, II (1994), pp. 281-288.

[79] G. Crudo, La SS. Trinità di Venosa, Trani, 1899, p. 399. Nella zona di Ascoli il baliaggio disponeva di una grangia e di fondi, alcuni dei quali erano tenuti dal ramo locale dai Marulli.

[80] M. C. Marinaccio, Una famiglia patrizia pugliese in età moderna: i Marulli, Foggia 1996, pp. 29, 53 e 55.

[81]A Spagnoletti, Presenze gerosolimitane in Capitanata in età moderna, in AA.VV. “La Capitanata in età moderna”, a cura di S. Russo, Foggia 2004, pp. 71, 72 e 73.

[82] Ibidem, pag. 73, nota n. 30. Vocabolo francese con il significato di togliere la possibilità a qualcuno di fare qualche cosa, della quale altri stima di poter dare buon conto.

[83] Ibidem, Francesco era preside di Terra d’Otranto nel gennaio del 1799. Incapace di reggere agli sconvolgimenti provocati dalla caduta della monarchia si suicidò il 13 gennaio di quell’anno.

[84] Ibidem.

[85] Ibidem.

[86] F. M. Lo Faro, Un nobile volontario di cavalleria, la Santafede e l’orgoglio militare: il conte Troiano Marulli nel 1799, in AA.VV. “La Capitanata nel 1799”, Foggia 2002, pag. 113 e segg.

[87] Il conte fu padre di Gennaro, storico, e di Giacomo, letterato, autore teatrale e di poesie in dialetto napoletano.

[88] La concessione della cittadinanza bolognese rappresentò un piccolo caso diplomatico che coinvolse anche l’allora pontefice.

[89] La concessione del titolo risale all’8 giugno 1726.  

[90] Un esempio è costituito dalla carriera del padre di Troiano, Paolo Marulli, Dopo aver studiato a Napoli dai gesuiti, intraprese la carriera militare nell’armata austriaca, al servizio nel reggimento Marulli (dal 1756 al 1771). Nei 16 anni di servizio, con quel reggimento partecipò alla guerra dei Sette anni contro Federico II di Prussia.  Combatté a Breslavia, Praga e Dresda.  In seguito entrò al servizio di re Ferdinando IV di Borbone.    

[91] Domenico nacque il 4 gennaio 1784. Fu un noto musicista e durante il decennio intraprese la carriera della magistratura, che proseguì in Calabria ed in Sicilia, negli anni della Restaurazione in veste di regio procuratore nei tribunali civili.

[92] Filippo nacque il 15 marzo 1783. Il 16 luglio 1799, sotto Capua, fu protagonista di azioni di valore contro i francesi. Dopo la rivoluzione da “paesano fu elevato al grado di capitano dei granatieri del Reggimento Marulli” Dopo la pace di Firenze, soppresso il reggimento Marulli, passò a far parte della I compagnia del Battaglione Appuli sotto il comando del tenente colonnello Santer, con il grado di capitano.

[93] A. Spagnoletti, Storia del Regno delle Due Sicilie, Bologna 1997, passim.

[94] A. Ventura (a cura di ), Onciario della città di Ascoli 1753, Foggia 2006,  pag. 345 e segg.