La nobiltà napoletana in Puglia: i duchi di Sangro[1]

 

 

 

di Lucia Lopriore

 

 

                                          

 

A partire dall’anno Mille cominciarono a giungere nelle province meridionali d’Italia quei Normanni provenienti dalla Terra Santa i quali, con l’aiuto di forze locali, sconfissero i Bizantini ed i Longobardi, unendo le varie province sotto il loro dominio e formandone un regno.

Ciò fece sì che alcune famiglie venissero in possesso di feudi, ricevendo onori e glorie che tramandarono ai loro discendenti.

A Napoli, la nuova politica di scambi e di relazioni ebbe ripercussioni anche nel campo culturale, letterario ed artistico. La città andò perdendo quel volto orientale bizantino ed arabo favorito dalla dominazione dell’Impero d’Oriente; dal Ducato autonomo, conservato durante il periodo normanno-svevo, acquisì un aspetto occidentale ed europeo.

Per quanto attiene al sistema amministrativo, si deve agli Angioini il recupero dell’organizzazione in Seggi o Sedili. Tale organismo fu creato nel 1268 in continuità con le regiones normanne ed i tocchi svevi, conciedendo in tal modo all’aristocrazia locale questo privilegio.

I Seggi o Sedili erano sinonimi di Piazza perché gli edifici che li ospitavano sorgevano negli slarghi delle strade pubbliche. Per la loro architettura vennero anche denominati Teatro, Loggia o Portico. Gli edifici che ospitavano i seggi divennero, nel corso dei secoli, sontuosi ed adorni del proprio stemma e di quello appartenente alle famiglie che li componevano ed erano abbelliti continuamente da affreschi e sculture. Erano costruiti a pianta quadrilatera con arcate porticate ed ampie gradinate prospicienti, con un solo lato chiuso dove era una sala per le riunioni degli iscritti.[2] Questi ultimi erano chiamati Cavalieri di Seggio[3]. Trattavano affari pubblici inerenti il seggio che era un comprensorio territoriale ovvero un quartiere. Le votazioni per deliberare si svolgevano al termine di un libero dibattito.

Il riconoscimento ufficiale delle funzioni dei seggi si deve a Manfredi di Svevia, il quale stabilì che un sessantesimo dei diritti della Dogana di terra e di mare della città di Napoli andasse ripartito tra i nobili patrizi napoletani iscritti ai seggi, per decoro della vita che si svolgeva nel territorio di ciascun sedile.

Prima della riforma angioina, l’istituto dei seggi era composto da sedili maggiori che, in un primo tempo, furono i quartieri più antichi che dividevano in quattro parti la città: Capuana, Forcella, Montagna e Nilo o Nido. A questi si aggiunsero quelli di Porto e Portanova.

I seggi minori prendevano il nome da una nobile famiglia che in quel territorio aveva le case, oppure da una chiesa vicina. In totale a Napoli i seggi, tra maggiori e minori, erano ventinove.[4]

La riforma angioina iniziata da re Roberto e portata avanti dalla regina Giovanna ridusse notevolmente gli antichi privilegi dei seggi napoletani. Fu ridotto al minimo il potere amministrativo ed annientato quello politico. Furono soppressi i seggi minori e le famiglie ad essi appartenenti furono aggregate d’imperio al relativo seggio principale. Nel 1684 fu abolito l’antico seggio di Forcella e inglobato in quello di Montagna. In seguito a tali provvedimenti, il numero dei seggi napoletani fu ridotto a cinque, con l’aggiunta di quello del Popolo, con sede in via della Sellaria, “addetto alla Porta di Mercato ed a quella della Marina”. Quest’ultimo, soppresso da Alfonso d’Aragona, fu ripristinato da Carlo VIII.

Essi furono distinti nel seguente modo:

Capuana, presso la porta omonima che esso era tenuto a custodire;

Nido, deformazione della voce originaria Nilo, aveva sede presso la Porta di Costantinopoli;

Forcella, dal luogo delle esecuzioni aveva per simbolo la lettera Y in campo d’oro;

Montagna, nella via Capuana ne custodiva la porta;

Porto, trasferito nella prima metà del Settecento dalla strada omonima ad una sede più importante, presso la chiesa dell’Ospedaletto, proteggeva la porta di Chiaia;

Portanova, detto anche seggio di Porta di Mare, fu ricostruito per la seconda volta nel Settecento su disegno del Lucchesi;

Gli “eletti” dei sedili nel proprio seno, uno per ogni seggio e due per quello di Montagna, formavano insieme a quello del Popolo la Magistratura del Tribunale di San Lorenzo, che provvedeva all’amministrazione della città attraverso le “deputazioni” paragonabili ad assessorati ante litteram.

La prima deputazione, detta della pecunia, riscuoteva le gabelle ed amministrava il patrimonio della seconda; la terza era addetta alla difesa esterna della città ed all’adunanza di una milizia di volontari in caso di pericolo. La quarta provvedeva alla difesa interna, all’approvvigionamento idrico ed al mattonato, ossia alla manutenzione delle strade e dei fabbricati; la quinta deputazione, addetta alla tutela delle garanzie cittadine, aveva la facoltà di inviare, in caso di necessità, ambasciatori a trattare direttamente con il sovrano. La sesta provvedeva ai rapporti con i monasteri; la settima era addetta a tutelare la città dall’instaurazione del Tribunale del Sant’Uffizio; l’ottava, della Zecca, controllava il conio delle monete; la nona sovrintendeva all’Annona e all’approvvigionamento dell’olio e del grano. All’eletto del seggio del Popolo spettava il controllo sui venditori del mercato alimentare.[5]

Durante la dominazione spagnola, di tale organizzazione civica il vicereame minò alla base la forza fomentando rivalità non solo tra le classi, ma anche nel seno della stessa nobiltà. Avocando a sé la facoltà di ascrivere ai seggi sia il nuovo ceto in ascesa sia la nobiltà terriera, desiderosa di equipararsi a quella cittadina, Filippo II favorì l’ostilità dei “nobili di seggio” verso i “regnicoli” e verso la nuova élite culturale. Ciò privò i seggi di quelle forze nuove più che mai necessarie contro la disgregatrice politica vicereale.

La compattezza di interessi, sia in seno alla nobiltà che tra questa ed il popolo nel fine comune del bene della città, arrecò all’azione delle due classi quel successo che mancò, invece, quando le divise posizioni ideologiche ne contrapposero gli scopi; esempi emblematici: la rivolta di Masaniello, alla quale mancò l’appoggio della nobiltà e le vicende della Repubblica Napoletana che trovarono il popolo estraneo e addirittura ostile. Su due piani diversi due utopie, quella del pescivendolo rivoluzionario e quella di una rivolta, frutto immaturo per lungo tempo del declinante secolo dei lumi, sorta sull’onda della rivoluzione francese.[6] Certo è, che la venuta dei Borbone a Napoli nel primo Settecento aveva dato inizio ad un lungo periodo di riforme legislative rivelatosi propizio per apportare cambiamenti radicali nel Regno.

Carlo III fu il primo re di un Regno indipendente dopo due secoli di vicereame. Abolita per suo ordine la prammatica vicereale che, vietando le case palazziate extra moenia, aveva affollato fastosamente, ma disordinatamente il centro della città, Napoli cominciò ad espandersi verso le colline, verso il borgo dei Vergini, con i palazzi gentilizi dei de’Liguori e dei San Felice: a corona, il casino reale sarebbe diventato, più tardi, la Reggia di Capodimonte.

Altre ed innumerevoli furono le opere fatte eseguire da Carlo III durante il suo regno: la Reggia di Caserta, il Palazzo di Portici, il Forte del Granatello, la fabbrica di porcellane a Capodimonte, la Casina di Persano, l’accademia ercolanense. A Napoli: l’obelisco di San Domenico, il teatro San Carlo compito in 270 giorni, l’obelisco della conciezione del Gesù, solo per citarne alcune; Carlo III finanziò gli scavi di Ercolano e Pompei.

Durante il suo regno, confermò alla città partenopea i suoi privilegi tanto che nel 1746 ci fu un nuovo tentativo, questa volta da parte del cardinale Spinelli, di instaurare il Tribunale dell’Inquisizione, ma il sovrano si oppose giurando nella chiesa del Carmine che il Tribunale non avrebbe mai avuto la sua sede a Napoli.

Partito Carlo III per la Spagna, l’opera di cambiamento politico-istituzionale continuò durante il regno di Ferdinando IV che, fino alla maggiore età, era sotto la reggenza del Tanucci, la cui politica ebbe grande influenza sulle decisioni del nuovo sovrano.

Tra le tante opere realizzate si ricordano: la costruzione del primo camposanto a Napoli, avvenuta nel 1762; il popolamento delle isole di Ustica nel 1760 e Lampedusa nel 1765, che tolse asilo ai corsari barbareschi.

Re Ferdinando IV fece costruire tre teatri: quello dei Fiorentini, quello del Fondo e quello di San Ferdinando; la fabbrica dei Granili, l’orto botanico a Palermo, la villa inglese di Caserta, il cantiere di Castellammare, il piccolo porto di Napoli, il palazzo Reale di Cardito e molte strade per collegare Napoli con le province. Riordinò la Marina e l’esercito, fondò l’Accademia per le armi dotte; incrementò l’economia del Regno con la fondazione dei Siti Reali e della colonia serica di San Leucio.

Nel 1768 stabilì che fosse aperta una scuola gratuita in ogni Comune aperta ad entrambi i sessi; con decreto dello stesso anno, prescrisse che in tutte le Case religiose vi fossero le scuole gratuite per i fanciulli; in ogni provincia introdusse un Collegio per educare la gioventù.

Dopo l’abolizione della casa gesuitica fu fondato un collegio per nobili giovanetti, detto Ferdinandeo, ed un Conservatorio al Carminiello per l’istruzione delle orfane povere.

Fu fondata, nel 1778, l’università di Cattaneo e, l’anno successivo, quella di Palermo sotto il titolo di Accademia, provvista di un osservatorio per le lezioni di anatomia, di un laboratorio di chimica ed un gabinetto di fisica. Furono davvero tante le opere fatte eseguire da Ferdinando IV per migliorare le condizioni di vita dei suoi sudditi.[7]

Sul calare del secolo settecentesco, la rivoluzione francese favorì l’espandersi nel Regno delle idee giacobine che incisero notevolmente e negativamente sugli ultimi sviluppi politici della monarchia borbonica. In seguito a tali avvenimenti il sovrano fu costretto a rifugiarsi in Sicilia per ben due volte con la propria famiglia aiutato dai nobili rimastigli fedeli.

Dopo il primo umiliante esilio, il 25 aprile 1800, ritornato al potere, in considerazione di quanto accaduto fino ad allora a Napoli, Ferdinando IV apportò una serie di riforme volte a modificare soprattutto l’assetto amministrativo della città partenopea: emanò a Palermo un editto con il quale sopprimeva gli antichi Sedili di Napoli, privando così la nobiltà di ogni suo diritto.

Alla base di questa decisione c’era la constatazione che la monarchia si era rivelata indegna della sua fiducia. I nobili dovevano costituire quella casta che avrebbe dovuto dare lustro allo Stato, ma nel 1799 quegli stessi nobili che avevano goduto della fiducia del sovrano si erano mostrati totalmente indifferenti alle sorti della dinastia e, conseguentemente, non avevano dato prova della fedeltà richiesta, consentendo ad un gruppo di loro rappresentanti di attentare all’autorità sovrana.

Per tali motivi, furono aboliti i Sedili, insieme al corpo degli Eletti della città di Napoli, e fu istituito il Supremo Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno di Napoli, composto da sette membri con l’incarico di compilare il Libro della nobiltà napoletana nel quale le famiglie furono iscritte con l’assenso reale. Questo fu il primo di una lunga serie di strutture analoghe dell’Ottocento, che avrebbero avuto il compito di mantenere inalterati i principi di onore, fedeltà e valore. L’editto del 1800 rivestì una grande importanza nella storia della nobiltà meridionale, come anche la legge del 2 agosto 1806 che aboliva la feudalità, trasformando in modo permanente quella casta dotata di privilegi e di propri organi di rappresentanza in un insieme di persone e di famiglie, se pure con particolari qualità, ma prive di un istituto atto a soddisfarne le esigenze e le aspirazioni.

Così i registri, nei quali il Supremo Tribunale Conservatore raccoglieva l’elenco dei nobili conservandone la memoria, divennero strumenti di un controllo sistematico esercitato da una monarchia in grado di valutare qualità e meriti, di riconoscere capacità e di dispensare cariche e servigi in modo più vessatorio rispetto al passato.[8] Vani risultarono i tentativi dei rappresentanti dei Seggi di far conciedere la grazia ai nobili repubblicani condannati a morte che, facendo propri gli ideali rivoluzionari, sacrificarono i loro privilegi pagando con la vita il progredire delle idee di libertà. Tra i tanti si ricordano: Giuliano Colonna di Stigliano, Gennaro Serra di Cassano, Ettore Carafa di Andria,[9] Ferdinando e Mario Pignatelli di Strongoli, Francesco Caracciolo, Eleonora Pimentel Fonseca, Luisa Sanfelice.

Privata delle sue funzioni storiche, l’aristocrazia napoletana perse quel rapporto con la città, in nome del quale era riuscita tante volte ad evitarne il disastro. Le sedi dei seggi furono incorporate al demanio e furono ridotte in case e botteghe.

I nobili, così, furono privati dei luoghi della loro identità culturale. Per evitare il disperdersi dell’anonimato, si poteva tentare una riedificazione all’incontrario del censo perduto, mediante la trasmissione di quei valori: tradizioni/memorie/religione, con i quali confermare la propria identità.

Nonostante questi cambiamenti, le grandi famiglie nobili rimaste fedeli al sovrano, continuarono a distinguersi per le imprese compiute in nome di quello status symbol che era stato da sempre loro riconosciuto.[10] Tra quelle più importanti ed antiche vi fu l’illustre famiglia de’Sangro.

Secondo la stragrande maggioranza delle fonti storiografiche, essa traeva le sue origini da Berengario, dal quale discese Bernardo Francesco, venuto in Italia al seguito di Ugone, duca d’Aquitania.

Tale tesi, in passato contestata da Giacomo Bugni[11] di recente è stata smentita anche da Davide Shamà.

Secondo quest’ultimo studioso, la documentazione archivistica, se pure insufficiente, fa risalire le origini della casata ad Oderisio, figlio di un conte omonimo non ben individuato, appartenente ad un’illustre casata che possedeva vasti feudi tra la Campania e l’Abruzzo. Questo personaggio appare in un atto del 1093 in cui dona al monastero di San Benedetto, Frattura e Collagnello, i suoi beni allodiali.

Dalla documentazione, sia pure esigua per la linea antica, risulta che Oderisio “professava la legge longobarda”. Sempre secondo Davide Shamà, la genealogia, riportata nei testi ufficiali, è da considerarsi dubbia in vari punti almeno fino alla metà del XIV secolo.[12] Egli afferma che la nobiltà franca aveva il suo limite invalicabile nel ducato di Spoleto. Da Spoleto, ed in tutto il Meridione d’Italia, è infatti segnalata la presenza delle sole popolazioni longobarde e bizantine. Per tale ragione non può attribuirsi alla casata dei de’Sangro il titolo comitale, soprattutto ai suoi esponenti vissuti dal XVIII secolo in poi. Essi, memori dell’antico titolo comitale portato dagli antenati, lo usarono per dare lustro ai cadetti quando i loro primogeniti fecero uso del titolo ducale o principesco. Tale titolo era esteso a tutti i maschi.

Alla luce di quanto emerge dagli studi attuali, non esiste altra soluzione razionale se non quella di considerare la famiglia dei conti de’Marsi e di Sangro come longobarda.

Davide Shamà afferma, inoltre, che alla casata non fu mai conferito il titolo comitale dalla dominazione angioina in poi, riferendosi al titolo generico, non a quello acquisito sui feudi. Il titolo comitale fu accettato per tolleranza dalla corte borbonica anche perché, sia nelle fonti cinquecentesche sia in quelle successive, esso non è mai menzionato. Anche se il discorso non è applicabile a tutta la penisola, nelle dinastie italiane, specie per le più antiche, è sempre stato un vanto pretendere l’ascendenza straniera specie francese o tedesca, ma in molti casi anche inglese, polacca, ecc.[13]

E’ noto che per i periodi più antichi della storia feudale non ci sono molti documenti, pertanto, per molte famiglie, è difficile risalire a prima dell’anno 1000. Non si deve trascurare, inoltre, un aspetto essenziale legato ai mutamenti dei governi e delle dominazioni nel corso dei secoli.

Nel Meridione d’Italia poi, il governo spagnolo si è mostrato estremamente generoso nell’accordare diplomi di nobiltà, che però dimostravano poco e nulla delle ascendenze da alto lignaggio. Nel caso dei de’Sangro, i pochi documenti rimasti, risalenti al secolo XI, delineano una genealogia molto differente da quella riportata nella letteratura ufficiale, mentre forniscono indizi interessanti sulle origini della famiglia.

In primo luogo, i de’Sangro professando la legge longobarda, non potevano provenire dall’Italia Settentrionale con i Franchi, e comunque, non avevano origini né tedesche né germaniche. Poiché la legge era osservata per discendenza etnica di padre in figlio, tra i secoli VIII e XI circa per analogia si è portati a pensare che la dinastia de’Sangro fosse di origine longobarda, come la maggior parte delle casate campano-abruzzesi di quell’epoca.

Altro indizio è l’uso per tutti i maschi del titolo di conte o barone, consuetudine che rimase alla famiglia fino alla fine del 1400 circa. E’ questa una caratteristica della nobiltà longobarda. Secondo le loro leggi, tutti i maschi avevano diritto al feudo e quindi al titolo. Inoltre, la nobiltà longobarda aveva anche la peculiarità di segnalare nei documenti la successione genealogica; un po’ come avveniva per le famiglie ebraiche menzionate nelle Sacre Scritture. Tutto ciò veniva fatto allo scopo di evitare lotte di successione sulle eredità.

Nelle fonti letterarie antiche, specie in quelle cinquecentesche, quando sono citati i documenti che ricoprono l’arco cronologico relativo al 1100-1300, si nota ancora questa caratteristica nel momento in cui ci sono gruppi più o meno numerosi di fratelli e cugini che gestiscono collegialmente il feudo. Nel diritto tedesco o francese ciò non avveniva, il feudo passava al solo maschio primogenito.

Anticamente i de’Sangro in molte scritture apparivano con il cognome “de Sanguine”; il riconoscimento del loro stato nobiliare è documentato a Napoli (nel Seggio del Nilo), a L’Aquila, a Benevento, a Lucera, a Troia, a Torremaggiore, a San Severo e in molte altre città.

La famiglia fu investita di diversi titoli nobiliari tra i quali si ricordano quelli di signori di Belmonte, duchi di Torremaggiore e principi di San Severo, baroni di Bugnara da cui discesero: i baroni di Casignano e Toritto, i duchi di Vietri, i duchi di Casacalenda, i principi di Viggiano, i principi di Fondi, i marchesi di S. Lucido, i duchi di Sangro, i duchi di Martina Franca.[14]

La famiglia trova esponenti certi con il conte Teotino, menzionato come padre di Simone già nel Catalogus Baronum[15]. Altro personaggio certo è il conte Simone vissuto tra il 1140 ed il 1160, citato nello stesso catalogo come nipote di Manerius conte di Trivento, investito del titolo di conte del territorio compreso tra Roccasecca, Rocca Tre Monti, Rocca Cinquemiglia, Castel di Sangro, Barrea e Alfedena. Questo personaggio veniva confuso spesso dai genealogisti con il conte Simone I. Tra gli altri discendenti della casata vi è il conte Filippo, investito della contea paterna nel 1160. Partecipò alla congiura contro l’Ammiraglio Maione nel 1162 e, costretto all’esilio, subì la confisca dei beni.

Personaggi altrettanto importanti portano lo stesso cognome ma non ci sono certezze del legame di parentela con quelli innanzi citati: Simone I, morto nel 1168 circa, probabilmente discese dai conti dei Marsi; possedeva i feudi compresi nel territorio di Roccasecca, Rocca Tre Monti, Rocca Cinquemiglia, Barrea e Alfedena. Investito del titolo di conte di Sangro poco dopo il 7 maggio 1166, fu il primo della dinastia a fregiarsi di questo cognome che derivava dal possesso di Castel di Sangro. Nel 1168 fece parte con Roberto conte di Caserta e Boemondo conte di Monopoli della giuria incaricata di giudicare Riccardo di Mandra, conte del Molise. Appartiene alla famiglia anche Riccardo I, conte di Sangro. Fu investito del titolo nel 1168 ed ebbe i territori di Castel di Sangro, Rocca Cinquemiglia, Barrea, Alfedena, Rocca Tre Monti e Roccasecca.

La genealogia sicura incomincia a delinearsi con la presenza di Rinaldo I, morto nel 1248, che avrà una lunga discendenza.[16]

Nel corso dei secoli molti esponenti della famiglia presero parte anche alle vicende politiche e sociali della città di Napoli. Secondo alcune fonti, molti furono i personaggi della casata entrati nell’Ordine dei Benedettini; alcuni studiosi sostengono che tra questi siano annoverati: San Berardo, Sant’Odorisio ed il vescovo Leone Ostiense, autore dei primi libri della famosissima “Chronica casinensis[17] . Questa attribuzione di Santi e Beati alla famiglia, secondo Davide Shamà, è da considerarsi dubbia e probabilmente frutto della tradizione popolare. Che poi nei monumenti dedicati ai personaggi della famiglia tale presenza vi sia, come nella cappella Sansevero a Napoli, ciò non costituisce una garanzia dell’effettiva appartenenza degli stessi alla casata.[18]

Ma non tutti si distinsero per le gesta eroiche. Qualcuno della famiglia passò alla storia per aver abusato dei poteri conferitigli. E’ questo il caso di Simone II che, investito del titolo di signore di Bugnara e maresciallo del Regno,[19] conquistò con la forza i beni appartenenti alla casa dei signori di Altamura, poiché la sua seconda moglie, Caterina, era la figlia terzogenita di Berardo di Bari, signore di questi luoghi. Con la prepotenza Simone II spadroneggiò nella città di Altamura come fosse il legittimo signore. Nel 1331 pretese che gli ecclesiastici gli versassero le rendite sulle vigne loro conciesse da re Roberto.

A tale riguardo il Della Marra, nella sua opera, riferisce di un episodio alquanto singolare: poiché don Pietro De Moreriis, tesoriere della Basilica di San Nicola di Bari ed arciprete della chiesa Madre di Altamura, si oppose all’applicazione delle imposte pretese da Simone II, per vendetta la moglie di quest’ultimo, inviò i soldati per distruggere i raccolti delle vigne, al fine di infliggere all’ecclesiastico la giusta punizione per essersi ribellato alla legge imposta dal marito.

Saputo dell’accaduto, il re emanò un editto di condanna dei colpevoli, ma prima che questi ultimi fossero catturati e puniti, riunitisi in gruppi armati uscirono allo scoperto ad avendo avuto i rinforzi dalle terre d’Abruzzo, dove Simone II era signore, saccheggiarono quanto posseduto dagli ecclesiastici mettendo a ferro e fuoco le loro abitazioni. In più, come se non bastasse, depredarono la chiesa degli arredi liturgici, ferendo ed uccidendo i sacerdoti che si erano rifugiati lì. Ma la loro sorte fu subito segnata dalla vendetta poiché essi ben presto furono puniti; il loro capo impazzì e si suicidò, mentre degli altri colpevoli, alcuni furono giustiziati altri condannati alle galere.

Simone e Caterina, data la potenza del loro casato, scamparono alla giustizia regale ma, riferisce il Della Marra, non sfuggirono a quella divina perché da allora furono protagonisti di molte disavventure e, nonostante Caterina per espiare le sue colpe avesse fatto erigere una cappella nella Basilica di San Nicola di Bari, intitolata a Santa Caterina, dotandola di numerose e cospicue rendite, subì la giusta punizione pagando i suoi misfatti con la sterilità essendo stata privata della gioia della maternità.[20]

Personaggio di spicco fu Rinaldo di Sangro, che ricoprì la carica di giudice delegato e giustiziere in Capitanata nel 1312-1313.[21]

Figura tra gli esponenti della casata anche Lucido de’Sangro terzogenito di Nicolò, che fu consignore di Bugnara, da cui discese Giovanni, duca di Vietri, Cameriere Maggiore e Maggiordomo del re Alfonso II; per i servigi resi al sovrano, nel 1494 ebbe in dono dallo stesso Alfonso circa mille pecore di razza gentile assortite ed oltre cento vacche con altri beni e privilegi. Sposò Adriana Dentice che portò in dote Ischitella, Peschici e Barano. Il primogenito Ferrante fu Doganiere in Puglia e Commissario dell’esercito nella guerra di Siena.

Tra i figli di Ferrante, si ricorda Fabrizio, duca di Vietri, che ricoprì le cariche di Doganiere in Puglia, di Luogotenente nell’esercito del padre e di Commissario generale dell’esercito.[22] Fu Comandante di una compagnia di 300 fanti sulle galere di Andrea Doria. Quando divenne Papa Paolo IV, suo parente, egli vestì l’abito ecclesiastico e fu Legato a Venezia. Nel momento in cui stava per vestire l’abito cardinalizio, scoppiò la guerra tra il Pontefice ed il re di Spagna Filippo I; allora Fabrizio de’Sangro lasciò Roma e si recò in Spagna a combattere per il suo re. Dopo la guerra rimase a Corte e poté godere di vari privilegi, poi si trasferì a Roma. Morto Paolo IV, ritornò in Spagna e poi a Napoli, dove fu decorato del titolo di duca di Vietri e nominato Scrivano di Razione.[23]

Un’altra figura di rilievo fu quella di Placido de’Sangro, vissuto nel 1500, che lega il proprio nome al tentativo di introdurre a Napoli il Tribunale dell’Inquisizione. In quel tempo era Viceré Don Pedro Alvaréz de Toledo, cattolico convinto, il quale riteneva che questo Tribunale fosse non solo utile, ma indispensabile. Il popolo, preoccupato per la decisione, inviò una deputazione al fine di convincere il Viceré a desistere da tale proposito, ma Don Pedro non volle cedere; dopo vari tumulti ed alcuni interventi da parte di molti nobili, Don Placido de’Sangro intervenne per evitare la sommossa: grazie a lui, ritornò la pace in città. Il suo provvidenziale intervento lo rese famoso ed il popolo napoletano gli fu sempre riconoscente.

Della linea dei baroni di Bugnara si ricorda poi, Gerolamo, morto nel 1572. Questi si distinse nell'assedio di Malta e, per il suo valore, il Gran Maestro dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, gli conciesse il privilegio, unico tra i nobili della sua epoca, di fregiarsi della croce dell'ordine nel suo blasone. Privilegio ereditario, valido per sé ed i discendenti, estinti con la nipote Flerida.[24]

Tra le curiosità è utile segnalare che nel 1638 parteciparono alla fondazione del Monte Grande de' Maritaggi di Napoli:  Scipione di Sangro Duca di Casacalenda, Giovan Battista di Sangro Principe di Viggiano e Giovan Francesco di Sangro Principe di Sansevero che essendo appena bambino, probabilmente ebbe quale suo procuratore la madre.

Un altro personaggio che ha lasciato di sé in indelebile ricordo è stato Don Raimondo de’Sangro, principe di San Severo. Oltre ad essere esperto nelle arti e nelle scienze, si distinse per la sua perizia nel progettare e dirigere opere strategiche di architettura militare; per il suo talento fu elogiato e tenuto in gran conto dall’imperatore Carlo VI d’Asburgo, da Filippo V di Borbone e da altri regnanti d’Europa. Fu decorato del titolo di Cavaliere dell’Ordine di San Gennaro e Grande di Spagna e fu Gentiluomo di Camera[25] del re Carlo III di Borbone. Fu un esimio letterato.

Il suo nome è legato al palazzo omonimo sito a Napoli in Largo San Domenico Maggiore, sorto agli inizi del XVI secolo per volere di Don Paolo de’Sangro, principe di San Severo e duca di Torremaggiore. Progettato da Giovanni Merliano da Nola, e rimaneggiato più volte, il palazzo conserva il grandioso portale con semicolonne di marmo e piperno, disegnato dall’architetto Bartolomeo Picchiatti ed eseguito dallo scultore Vitale Finelli nel 1621.

I lavori che modificarono la facciata del palazzo furono realizzati nella prima metà del Settecento proprio da Raimondo che, tra le altre cose, fece eseguire nell’androne del palazzo alcuni bassorilievi a stucco con scene di baccanali dallo scultore napoletano Giuseppe Sanmartino. Purtroppo, verso la fine del 1889, un’ala dell’edificio crollò, distruggendo il cavalcavia che collegava gli appartamenti alla cappella. Quest’ultima, intitolata a Santa Maria della Pietà, fu rimaneggiata interamente verso la metà del XVIII secolo. La volta fu decorata con colori preparati dallo stesso Raimondo.

Questi nel 1753 fece scolpire dal Sanmartino il famoso “Cristo velato” che rese celebre la cappella stessa in tutta l’Europa.[26] A tal fine è utile segnalare che il procedimento per marmorizzare il velo del “Cristo” e la rete che ricopre la statua del “Disinganno”, mausoleo dedicato al padre Antonio de’Sangro anch’esso collocato nella cappella, fu opera di Raimondo, il quale grazie ai suoi studi, attraverso un complesso procedimento chimico, riuscì ad ottenere su queste opere gli effetti ottici che ancora oggi si possono ammirare nella loro bellezza e perfezione.

Nel succorpo della cappella sono tuttora custodite le famose macchine anatomiche che nel 1764 Raimondo fece costruire dall’anatomopatologo dottor Giuseppe Salerno di Palermo, utilizzando scheletri umani autentici con spago, cera e filo di ferro per ricostruire il sistema circolatorio da mostrare ai medici dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli affinché non incorressero nello stesso errore commesso dal loro collega dottor Curzio. Questi, negli anni compresi tra il 1752 ed il 1754, aveva curato una donna affetta da sclerodermia diffusa progressiva che in seguito era deceduta, proprio a causa dell’incompetenza professionale del medico[27].

Molti altri furono i successi di Raimondo de’Sangro in campo alchimistico e scientifico: inventò particolari tipi di inchiostro inalterabile utilizzati poi nella sua stamperia. Inventò complessi sistemi per la costruzione di un teatro pirotecnico, praticò l’esoterismo in senso lato e fu anche in grado di predire la propria dipartita.[28]

Negli anni compresi tra il 1750 ed il 1759, Raimondo attraversò periodi drammatici per la sua vita; si lasciò convincere da Guglielmo Moncada, principe di Calvaruso, a far parte della Massoneria, vi entrò nel giugno 1750 e già a settembre fu riconosciuto gran maestro della Massoneria di Napoli. A lui si dovette la suddivisione dei massoni partenopei nelle distinte logge di “Sangro”, costituita da nobili e “Moncada”, composta in prevalenza da borghesi e commercianti. Avversato per il suo impegno massonico dalla Chiesa, attraverso il gesuita padre Francesco Pepe che ricorse al re, dopo alterne vicende, Raimondo decise di lasciare la Massoneria, ma i confratelli lo accusarono ingiustamente di aver rivelato la loro identità al sovrano[29].

Di questa illustre casata anche altri personaggi, vissuti nel periodo di Raimondo, si distinsero per le loro gesta, ma essendo questi appartenenti ai rami cadetti della famiglia, non sono citati nelle fonti letterarie, nel rispetto di quel principio che li costrinse a vivere un ruolo marginale.

E’ questo il caso dei de’Sangro marchesi di San Lucido, da cui discesero i duchi di Sangro e i duchi di Martina Franca; questi ultimi ereditarono dai Caracciolo Pisquizi anche i predicati nobiliari di baroni di Mottola, Locorotondo e San Giovanni in Fiore.[30]

Di sicuro interesse storiografico si rivela lo studio svolto sulla linea dei duchi di Sangro per l’intreccio delle strategie sociali, familiari, politiche e culturali che la famiglia adottò per affermare la propria egemonia.

La partecipazione attiva dei suoi personaggi alla vita politica nazionale ed internazionale e la celebrazione dei matrimoni, volta all’espansione dell’asse patrimoniale, pone in luce aspetti che rendono bene l’idea del modo in cui si svolgeva l’intricata matassa strategica per garantirsi il massimo potere.

Nel pieno rispetto delle norme legislative imposte dal Maggiorasco secondo cui il matrimonio, la trasmissione dei titoli nobiliari e dell’asse patrimoniale erano appannaggio dei soli primogeniti maschi, il patrimonio era indissolubile e fedecommesso con la garanzia della sua conservazione. Il destinatario del fedecommesso godeva dell’usufrutto generale dei beni con l’obbligo di conservarli per restituirli ai suoi successori. Per questi vigeva il divieto assoluto di alienazione, ipoteca, donazione, cessione e quanto altro relativo alla suddivisione dell’asse patrimoniale che era soggetto obbligatoriamente all’inventario.

Ai maschi cadetti era preclusa qualunque possibilità di contrarre matrimonio: per strategie familiari erano destinati ad intraprendere la carriera ecclesiastica o quella militare. Nel primo caso la scelta era influenzata dalla possibilità di godere di agganci politico-ecclesiastici che la famiglia avrebbe avuto attraverso il proprio referente; nel secondo, il potere derivante dagli incarichi assegnati al nobile cadetto consentiva un’ascesa politica anche alla casata; tuttavia, questa condizione faceva sì che i continui spostamenti dovuti al ruolo ricoperto precludessero la possibilità di poter seguire la propria famiglia e, quindi, il matrimonio risultava sconveniente.

Solo nel caso in cui non era garantita la discendenza del ramo primogenito, si conciedeva alla linea cadetta la possibilità di contrarre matrimonio. Un esempio che renda con maggiore chiarezza questo concietto può essere rappresentato dalla figura di Domenico, primo duca di Sangro, che con il matrimonio garantirà quella discendenza negata alla famiglia dalla primogenitura.

Non meno complessa era la vita per le donne che, se primogenite godevano del diritto di contrarre matrimonio con l’obbligo da parte della famiglia di fornire una cospicua dote. Ma spesso si decideva secondo alleanze di potere e strategie economiche a chi destinare le figlie facendo sì che il principio endogamico prevalesse al punto da divenire un fenomeno sociale. Alle donne ultrogenite cui generalmente non era garantita la dote necessaria per contrarre matrimonio, non restava altro che la vita claustrale forzata con un minimo vitalizio ed una dote molto modesta.

Emblematico in tal senso il profilo che il Manzoni nel romanzo “I Promessi Sposi” traccia di Marianna de Leyva, alias suor Virginia Maria, figlia di Martino, conte di Monza. Rinchiusa nel convento di Santa Margherita e destinata alla clausura contro la propria volontà, decide di vivere la propria vita in maniera eufemisticamente “diversa”, cedendo deliberatamente alle lusinghe di Gian Paolo Osio e trasgredendo così l’osservanza delle regole impostele dalla propria condizione e dal rango di appartenenza.

Il Codice Napoleonico, introdotto da Gioacchino Murat nel 1809, stabilì un nuovo ordinamento con l’abolizione dei fedecommessi e l’uguaglianza ereditaria per tutti i figli. Così, anche coloro che fino ad allora erano stati destinati ad un ruolo minoritario prendevano parte alla suddivisione dell’asse patrimoniale. Dopo

la Restaurazione del 1815, tali norme furono modificate dal sovrano, con il riconoscimento della quota “legittima” da ripartire a tutti gli eredi in maniera identica senza più distinzione di sesso, una quota “disponibile” e l’obbligo della “collazione”. Nonostante tutto ciò, per consuetudine alle donne fu destinata la dote ma non l’eredità degli immobili. In genere i maschi preferivano versare loro un compenso in danaro, evitando che ci fosse qualunque altra pretesa sulla suddivisione del patrimonio.[31]

Queste tematiche, volutamente accennate in questa sede, sono state oggetto di attenti studi da parte degli storici che hanno analizzato a fondo il fenomeno socioeconomico derivante dalle imposizioni feudali protratte fino al XIX secolo.[32]

In relazione a quanto già detto e rivolgendo l’attenzione alle linee genealogiche oggetto del presente studio, si può affermare che non fu diversa da quella degli altri nobili la vita sociale dei duchi di Sangro, discendenti dai Marchesi di San Lucido. Questi ultimi, a loro volta, per discendenza dai baroni di Casignano, furono investiti di tale titolo, in conseguenza del matrimonio contratto da Nicolò de’Sangro, figlio di Berardino e Lucrezia Caracciolo, con Lucrezia Brancaccio, baronessa di Casignano.

Per Maggiorasco, Placido, primogenito dei quattro figli di Nicolò e Lucrezia, ereditò anche i titoli della madre; sposò Giovanna de Cardenas, dalla quale ebbe un solo figlio: Nicolò Placido.[33] Questi sposò Eleonora Frangipane della Tolfa. Con il matrimonio i suoi discendenti acquisirono il titolo di marchese di San Lucido per trasmissione ereditaria da Giovanna Carafa, madre di Eleonora.[34]

Da quest’ultima unione nacquero sei figli ed il primogenito, Luzio, marchese di San Lucido, il 20 giugno 1619 sposò Alivina Frangipane della Tolfa, già vedova del 3° Marchese di San Giorgio, Giovanni Milano. Dei loro nove figli si ricordano: Placido, 2° marchese di San Lucido dal 1666, barone di Casoria, Casignano ed Olivola, capostipite dei principi di Fondi; Antonio, padre teatino e professore di Teologia Sacra, eletto vescovo di Troia il 16 dicembre 1675, fu consacrato il 26 gennaio 1676. Il 19 luglio 1682 tenne un sinodo per regolare i costumi del clero e del popolo, durante il suo mandato realizzò numerosi interventi di restauro nella cattedrale di Troia[35] e fece edificare a sue spese la chiesa dell’Annunziata in Foggia; questo evento è ricordato in un’epigrafe attualmente custodita nel Lapidario del Museo Civico di Foggia.[36] Usò per Arme uno scudo Partito con a destra i colori dei de’Sangro ed a sinistra quelli dei della Tolfa. Una copia marmorea di quest’arme è custodita nel Lapidario del Museo Civico di Foggia.

Il sestogenito di Luzio ed Alivina, Giovanni Battista, il 18 novembre 1674 sposò Beatrice d’Afflitto dei principi di Scanno.[37]

Il titolo conferitogli fu quello di Patrizio Napolitano, che trasmise ai figli.[38] Alla sua morte tutti i beni furono destinati a Luzio, suo primogenito, con Decreto di Preambolo della Gran Corte della Vicarìa del 16

maggio 1699, confermato il 23 dicembre 1709, per essere deceduto senza aver fatto redigere il suo testamento (ab intestato).[39]

Dei cinque figli nati dal matrimonio con Beatrice, il terzo, Domenico, fu Maresciallo di Filippo V di Spagna, accompagnò l’Infante Don Carlo alla spedizione di Napoli e più tardi quando questi divenne re, ricoprì numerosissimi incarichi alla sua corte. Nel 1759, con il Ministro Tanucci ed altri nobili napoletani fu reggente al trono di Ferdinando IV, dopo la partenza del padre di quest’ultimo per l’ascesa al trono di Spagna. Fu nominato Tenente Generale della Guardia Reale il 12 aprile 1737 e Maresciallo di Campo il 22 gennaio 1758. Nominato Governatore della Piazza di Gaeta, Comandante Generale della Cavalleria e Comandante della Guarnigione di Napoli, ricoprì le cariche di Capitano Generale dell’esercito, Consigliere di Stato, Presidente della Giunta di Fortificazione; fu inoltre Gentiluomo di Camera di Sua Maestà, decorato del titolo di Cavaliere del Real Ordine di San Gennaro;[40] per la sua nota fedeltà al sovrano e per le sue eroiche gesta l’11 novembre 1760 fu decorato del titolo di 1° duca di Sangro,[41] dando così origine a questa nuova linea. Fu, altresì, autore di molte opere e, per questo, fu decorato del titolo di principe dell’Accademia degli Uniti di Napoli.[42] Il 10 febbraio 1751, all’età di 70 anni, impalmò Maria Teresa Montalto dei duchi di Fragnito, più giovane di lui di 54 anni, il matrimonio fu celebrato nella chiesa di S. Anna di Palazzo.

Dall’analisi dei Capitoli Matrimoniali, si evincono gli accordi stabiliti per l’assegnazione del capitale dotale da parte di Antonio Montalto, duca di Fragnito padre della nubenda, atto che viene ripreso successivamente alla prima stipula da suo figlio Gaetano a causa del decesso paterno, alla presenza di Luzio e Placido, fratelli di Domenico.[43] La dote assegnata alla ragazza ammontava complessivamente a ducati 24,000. Dote che Gaetano avrebbe corrisposto ai de’Sangro nel seguente modo: cinquemila ducati da versare immediatamente, per la rimanente somma si stabilì che a far tempo dalla data di stipula dei Capitoli Matrimoniali e fino alla celebrazione del matrimonio, la famiglia della sposa avrebbe corrisposto la somma di annui ducati 200 con una maggiorazione per interessi in ragione del 4%. La rimanente somma sarebbe stata corrisposta negli anni successivi al matrimonio mediante titoli di credito, beni mobili ed immobili di varia natura, sia feudali che burgensatici.[44] L’unione della coppia fu allietata dalla nascita di due figli: Maria Beatrice e Nicola Maria.[45]

Domenico fece parte della nobiltà napoletana ascritta al Seggio del Nilo e visse in un’ala del palazzo dei duchi di Vietri sito nella piazzetta del Nilo, oggi corrispondente al civico n° 7 della stessa piazza ed ubicato di fronte alla Chiesa di Sant’Angelo a Nilo. L’ingresso principale dello stesso palazzo domina, ancora oggi, Largo San Domenico Maggiore.

L’edificio fu fatto edificare nel 1506 da Giovanni de’Sangro e da sua moglie Adriana Dentice,[46] cui si è già accennato, su suolo acquistato in precedenza dalla monache di Santa Patrizia. Fu progettato da Giovan Francesco di Palma ed ampliato su progetto di Giovanni Donadio, detto “Il Mormanno che gli conferì grazia e bellezza. Più tardi, i duchi di Vietri vendettero l’ala prospiciente Largo San Domenico Maggiore ai Carafa di Belvedere e da questi, in seguito, il palazzo passò ai Gambacorta, duchi di Limatola, che lo possedettero fino al 1732, anno in cui fu venduto alla famiglia Saluzzo di Corigliano. Verso la fine del Cinquecento assurse alla gloria della cronaca nera poiché Carlo Gesualdo, terzo principe di Venosa e settimo conte di Conza, noto madrigalista e nipote di San Carlo Borromeo, fece assassinare la moglie, nonché sua cugina, Maria d’Avalos e l’amante di lei, Fabrizio Carafa di Andria.[47] Il lato prospiciente la Piazzetta Nilo corrispondente al civico n° 7, fu invece venduto a Giovanni Battista de’Sangro, che lo ampliò con ulteriori soprelevazioni.[48]

Il palazzo, che si presenta molto ampio nella sua estensione, è disposto su tre ordini più due corpi aggiunti al quarto ed al quinto piano risalenti ad epoche seriori. Confina a sinistra del suo ingresso con il già citato palazzo dei Corigliano e a destra con la chiesa di S. Maria de’Pignatelli che anticamente fu una delle sedi del seggio del Nilo. Esso non ha vincoli da parte della Soprintendenza ai Beni Ambientali.

Rispettando il primo progetto, presenta trabeazioni triangolari ed a lunetta in corrispondenza dei balconi sul piano nobile e sul secondo piano. Gli ambienti interni del primo piano, oggi suddiviso in tre quartini, sono ben conservati e su alcune volte sono ancora visibili gli affreschi, opera di artisti locali.[49]

Il terzo piano presenta solo trabeazioni mistilinee. Purtroppo le ultime soprelevazioni del palazzo non rispettano lo stile originario. Nonostante ciò, nella zona è certamente il palazzo che meglio rispecchia l’architettura del proprio tempo. La facciata esterna presenta un recente intervento di restauro. Gli ambienti interni del primo piano, gli unici da noi visitati grazie alla cortesia degli attuali proprietari, presentano ampi locali con gli stipiti originali in marmo rosso Verona. Alcune modifiche, effettuate in fase di frazionamento dell’immobile, non cancellano le evidenti tracce antiche della originaria costruzione. Gli interventi di restauro non hanno alterato le peculiarità dell’architettura interna.

Nulla si può dire sulle condizioni degli ambienti dei piani soprastanti, dato che non è stato possibile effettuarne il sopralluogo. Il portale del palazzo è impreziosito da un bellissimo bugnato, sulla cui chiave di volta appare lo stemma di Riccardo, figlio di Nicola Maria e III duca di Sangro. L’ingresso presenta il vestibolo con un’ampia volta a botte, oggi fatiscente a causa di concrezioni dovute all’umidità e in procinto di essere restaurata. Vi è affrescata l’Arme di Giovanni Battista de’Sangro con la seguente disposizione: Inquartato, nel 1° e nel 4°: Vaiato,[50] nel 2° e nel 3°: Torre[51]. Sul tutto: clipeo di Oro a tre Bande di Azzurro.[52] Lo scudo, con ornamenti ducali, è sormontato dal motto: “UNICUM MILITIÆ FULMEN”; in basso pende l’Ordine del Toson d’Oro[53] e quello di un altro Ordine cavalleresco non meglio identificato.[54] Sul campo esterno del mantello sono raffigurate bandiere, trombe, asce, lance e dardi, quali insegne di dignità.

Dall’interno della corte si accede alla Cappella, oggi adibita ad altra destinazione d’uso, un tempo dedicata all’Assunta in Cielo raffigurata in una tela seicentesca inserita tra gli stucchi. Su una parete è collocato lo stemma della famiglia, scolpito in marmi policromi; un’epigrafe ricorda il restauro eseguito nel 1743 da Nicolò, figlio di Giovanni Battista:

 

D.O.M.

NICOLAUS DE SANGRO EX MARSORUM COMITIBUS S. LUCIDI DYNASTIS

FUNDORUM PRINCIPIBUS

A PHILIPPO V HISPANIARUM REGE

AURELI VELLERIS EQUES GENERALIS CONSPU PRAEFECTUS

INTIMUSQUE CUBICULARIUS

A CAROLO BORBONIO UTRIUSQ. SIC. REGE

ORDINIS S. JANUARII EQUES SUPREMUS MILITIAE DUX

SACELLUM HOC VETUSTATE DEFORMATUM

IN PIGNUS SUI ERGA DEIPARAM CULTUS

INSTAURAVIT ORDINAVIT DITAVIT

A PARTU VIRG. AN. CI DI DCCXLIII

 

Un’altra epigrafe, posta sempre nella cappella, ricorda i restauri fatti eseguire nel 1786 da Nicola, figlio di Domenico, e recita:

 

D.O.M.

QUOD

VIRGINI IN COELII ASSUMETAE DICATUM

A IO. BAPT. DE SANGRO PRIMO ACQUISTUM

A NICOL. DEIN FILIO INSTAURATUM

DUX NICOLAUS NEPOS

FERD. IV. SICIL. REG. A CUBICULIS

PRAEF. AGMINIS

EQ. HIROSOLYMITANUS

SACELLUM

UT SACRIS COMMODIUS VACARETUR

AERE DECORAVIT SUO

DE NOVO ADIECITQ. SACRARIUM

AN. SAL. MDCCLXXXVI[55]

 

Un’ampia corte interna con una scalinata immette ai piani superiori e conferisce all’edificio quello stile peculiare dei palazzi antichi napoletani.

Per ragioni non meglio accertate, la proprietà del palazzo fu trasferita a Domenico e da questi al figlio Nicola Maria.[56] Il palazzo, verso la fine del 1800, passò al duca di Martina Franca, Don Placido de’Sangro, collezionista di ceramiche, di cui si parlerà più avanti. Agli inizi del 1900 fu ceduto ai conti Mangoni di Santo Stefano che lo hanno abitato fino a tempi recenti.[57] Nonostante oggi non appartenga più ai duchi de’Sangro, continua a svettare più bello ed imponente che mai, a testimonianza di un glorioso passato della famiglia che lo ha posseduto.

Ritornando a parlare dei personaggi di questa linea della casata, un ruolo importante fu ricoperto dalla duchessa Maria Teresa Montalto, la quale fu per i suoi figli più che una madre una sorella maggiore, data anche la sua giovane età nell’averli conciepiti; ella visse nel loro periodo e morì 15 anni prima di loro.

La primogenita di Domenico e Maria Teresa, Maria Beatrice, sposò a Napoli il 25 febbraio 1775 Giovanni Vincenzo Tommaso Revertera, duca di Salandra, fu insignita dell’onorificenza di Dama di Corte che le fu conferita il 24 gennaio 1768, quando era ancora nubile, durante il regno di Ferdinando IV e Maria Carolina. Il 24 gennaio 1831, le fu conciesso il titolo di Dama d’Onore Onoraria, da re Ferdinando II per premiarla dei 63 anni di servizio a Corte.

Dalla documentazione archivistica consultata nella Biblioteca Comunale di Martina Franca, ed in particolare dal dattiloscritto inedito del Campanile, emerge il tratto umano di Don Nicola Maria. [58] Questi fu il secondo duca di Sangro ed una delle figure più belle di questa nobile casata; nel dattiloscritto si legge:

 

“[…] uomo assai illustre per le sue doti morali, si distinse per la fermezza di carattere e per la sua dedizione al sovrano, al quale restò fedele nella buona e nella cattiva sorte anche quando questi fu costretto a rifugiarsi per ben due volte a Palermo, con la Famiglia Reale, sotto l’incalzare degli avvenimenti politici.

Seguendo l’esempio del padre, il quale aveva visto nascere l’Infante Ferdinando e, governato per suo conto durante la reggenza, il duca Nicola gli volle rimanere fedele soprattutto quando il sovrano si trovò in difficoltà per i noti avvenimenti politici.

Don Nicola fu molto stimato da Ferdinando IV e dai suoi successori, re Francesco I e re Ferdinando II di Borbone, fu anche stimato da altri sovrani fra i quali il re di Prussia, Federico il Grande, il quale aveva tenuto in gran conto suo padre Domenico e gli zii Nicola e Placido,[59] e dal Granduca di Toscana Ferdinando III, presso il quale fu Ambasciatore verso la fine del XVIII secolo.

Il 24 gennaio 1772 fu nominato Gentiluomo di Camera con Esercizio ed attese a tale incarico con la solerzia che gli derivava dall’esempio del padre.

Nel 1797 gli fu conferita l’onorificenza di Cavaliere di Giustizia del Reale Ordine di San Gennaro delle Due Sicilie. Per tale nomina presentò le prove di nobiltà dei di Sangro, dei d’Afflitto, dei Montalto e degli Imperiale, suoi avi.

Quando il re fu costretto ad abbandonare Napoli per la prima volta, Nicola fu inviato quale Ambasciatore dal Granduca di Toscana, Ferdinando III, cognato del re, per assolvere ad incarichi di grande responsabilità. Egli doveva convincere il Granduca a tenere fede agli impegni presi, non abbandonando i suoi parenti durante lo sventurato periodo. In realtà il suo compito non fu semplice, anche perché in quel periodo vi erano conflitti di interessi, interferenze politiche, intrighi, passioni ecc. Il successo della missione fu reso molto difficile anche per il carattere del Granduca, debole ed opportunistico, e fu assicurato proprio dal duca Nicola e dalla sua diplomazia.[…]”.

 

Nel 1794 Nicola sposò Maria Giuseppa Carafa dei duchi di Andria, le nozze ebbero luogo il 16 novembre nella chiesa di San Gennaro all’Olmo.

Con la stipula dei Capitoli Matrimoniali, avvenuta tra Riccardo Carafa, duca di Andria, sua moglie Margherita Pignatelli di Monteleone, e Nicola de’Sangro fu stabilito l’ammontare della dote assegnata alla nubenda per un importo complessivo di 60,000 ducati. Tale somma sarebbe stata corrisposta al duca de’Sangro nel seguente modo: 30,000 ducati sarebbero stati versati nell’arco di un anno, gli altri 30,000 ducati negli anni compresi tra il 1800 e 1801 in “tanne”. L’importo di ciascun versamento non sarebbe stato inferiore a ducati 10,000.

Fu stabilito, inoltre, che a far data dalla stipula dei Capitoli Matrimoniali e fino alla celebrazione delle nozze, i Carafa avrebbero corrisposto al futuro genero un interesse sull’ammontare dell’intero capitale dotale in ragione del 3,5 %, a scalare proporzionatamente alle “tanne” che dei ducati 60,000 sarebbero state pagate. Fu stabilito, altresì, che Nicola avrebbe donato Maria Giuseppa una somma pari a ducati 3,000 e che, ogni anno in occasione del suo genetliaco e dell’onomastico le avrebbe regalato il corrispettivo di ducati 200 in oggetti di oro: “lacci e spille”.

Tra le altre condizioni fu stabilito che, in caso di vedovanza della moglie, gli eredi diretti del duca, i suoi figli, avrebbero corrisposto alla madre un vitalizio di ducati 3,600 ripartiti in rate da 300 ducati con l’usufrutto della casa di abitazione. In caso contrario, se avesse lasciato la casa in cui viveva, i figli avrebbero dovuto corrisponderle la somma di annui ducati 400 affinché potesse vivere, secondo le regole imposte dal rango nobiliare, in un’altra dimora di suo gradimento. Negli accordi fu inoltre stabilito che, nel caso la vedova fosse convolata a nuove nozze, le sarebbero stati corrisposti i frutti sia della dote sia dell’ “antefato”, secondo quanto stabilito dalla Prammatica del Viceré duca di Ossuna, in ragione del 3,5 % , senza poter avanzare alcuna pretesa sul capitale dotale che sarebbe spettato ai figli. In caso di assenza di eredi diretti, alla vedova sarebbe stato restituito il capitale dotale con i frutti dell’ “antefato”.

Nel documento non sono elencate né le proprietà immobiliari assegnate alla sposa dalla famiglia, né il corredo né altro. L’atto riporta, inoltre, le condizioni sulle modalità di celebrazione del matrimonio. Per tutti gli altri patti non espressi si rinvia a quanto stabilito dalla Legge allora vigente, mediante decisione del “Consiglio dei Savi” riportata nei Rescritti dei nobili appartenenti alle Piazze del Nido e di Capuana della città di Napoli.

L’unione della coppia fu allietata dalla nascita di otto figli.[60] Dal 1797[61] la duchessa di Sangro fu Dama di Corte con l’incarico di Camerista Maggiore[62] e fu promossa d’Onore nel 1831, durante il regno di Ferdinando II. Dal 1818 al 1829 fu Ispettrice della Real Casa dei Miracoli, al fianco del marito che rivestiva l’incarico di Sovrintendente. Il Campanile, prosegue la biografia del duca nel suo dattiloscritto, riportando alcune fasi significative delle vita di questo personaggio:

 

“ […] Il 24 gennaio 1801, dopo il primo ritorno a Napoli di re Ferdinando IV, Don Nicola fu nominato Somigliere del Corpo, al quale incarico attese a vita. Le alte cariche di Corte, con insignita qualifica di Capo di Corte, erano quelle di Maggiordomo Maggiore, Cavallerizzo Maggiore, Capitano della Guardia del Corpo, alle quali fu aggiunta la carica di Cacciatore Maggiore.

Nel 1806 seguì nuovamente i Borbone in Sicilia, dove si trovò nella condizione ancora più difficile degli altri esuli, dovendo provvedere alla sua numerosa famiglia, giacché i suoi beni erano stati confiscati dai nuovi re proclamati da Napoleone.

Rientrato a Napoli, durante il regno di Gioacchino Murat e Carolina Bonaparte, per salvare almeno una parte dei propri beni, assolse ad incarichi di carattere amministrativo.

In qualità di Eletto di Città, fece in modo che fossero approvati alcuni provvedimenti, tra i quali nel 1808 quello di poter instaurare per la prima volta a Napoli l’illuminazione notturna della città; le lampade installate furono 1920 e questo esempio fu imitato più tardi anche da altre città d’Italia.

Nel marzo 1813, già da qualche tempo nuovamente in Sicilia, Don Nicola si rese promotore di un avvenimento di rilevante importanza politica e storica che ebbe un gran peso negli avvenimenti successivi. L’inglese Lord William Bentinck, Comandante in Capo delle Forze Britanniche in Sicilia, Ministro Plenipotenziario ed Inviato Straordinario, lanciò un vero e proprio ultimatum al re Ferdinando. Questi, tenuto prigioniero, stava per cedere quando il duca di Sangro, forzando la consegna, si precipitò nella casa dov’era il sovrano e, compiendo un atto di inaudito coraggio, strappò dalle mani del re l’atto di abdicazione, lo ridusse in mille pezzi e lo gettò ai piedi dell’esterrefatto diplomatico.

Se il duca di Sangro non fosse intervenuto, i Borbone non sarebbero mai più ritornati nella Reggia di Napoli; Lord Bentinck apprezzò questo atto di dedizione al sovrano e da quel momento divenne grande amico del duca.

Nel 1815, con la Restaurazione di Ferdinando I, il duca de’Sangro fu promosso Tenente Generale ed Ispettore della Guardia Reale, dal 1818 al 1829 ricoprì l’incarico di Sovrintendente della Real Casa dei Miracoli, educandato femminile alle dipendenze del Ministero dell’Interno, in Santa Maria della Provvidenza, subentrando a Don Giuseppe de’Sangro, principe di Fondi, e per le sue opere sull’architrave della porta del chiostro fu affissa un’epigrafe che recita così:

 

PER LA GLORIA

DI FERDINANDO I RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

DALLE CUI PROVVIDE CURE QUESTA R. CASA DEI MIRACOLI

ALLA PIU’ UTILE E GENEROSA EDUCAZIONE

DI ONESTE DONZELLE FU DESTINATA

IL DUCA D. NICOLA DI SANGRO PRESIDENTE DI ESSA

PROMOSSI OGNI MANIERA DI LAVORI E STUDI DONNESCHI

INTRODOTTI GLI ORNAMENTI DELLE LETTERE E SCIENZE

ALL’IMPIEGO DEL GENTIL SESSO AGGUAGLIATE

E LE REGOLE DI CRISTIANA E MORAL DISCIPLINA

IN BUON ORDINE DISTRIBUITE

L’INTERNA E L’ESTERNA FORMA DELL’EDIFIZIO

 A SOLIDARIETA’ ELEGANZA E MAGNIFICENZA MAGGIORE

HA PROCURATO RIDURRE[63]

 

Nel 1827 Don Nicola ricevette le insegne di Cavaliere di Gran Croce del Real Ordine di San Ferdinando e del Merito, il 28 settembre 1829 quelle di Gran Croce dell’Ordine di Francesco I.

Queste due onorificenze gli furono conferite dal nuovo re Francesco I di Borbone, il quale era succeduto al defunto padre nel 1825, la seconda decorazione gli fu decretata in occasione della prima assegnazione delle insegne che il re volle conferire direttamente, per dar maggiore e particolare importanza alla nuova onorificenza. […]”.

 

L’Ordine di San Ferdinando e del Merito era stato creato il 1° aprile 1800 da re Ferdinando IV al ritorno a Napoli, per premiare i sudditi che erano rimasti fedeli alla sua causa quando si era dovuto rifugiare in Sicilia. I Gran Croce, limitati a ventiquattro, avevano il titolo di Eccellenza ed acquisivano il diritto a mantenere il capo coperto alla presenza del re come i grandi di Spagna di Iª classe. L’Ordine di Francesco I era stato istituito il 28 settembre 1829; esso comprendeva i gradi di Gran Croce, Commendatore, Cavaliere, Medaglia d’Oro e d’Argento. La decorazione distingueva i benemeriti dell’amministrazione pubblica, dell’industria, del commercio e dell’arte.[64] Per la sua nobiltà, Don Nicola de’Sangro fu registrato nella Platea delle famiglie Patrizie Napolitane ascritte al Libro d’Oro.[65]

La figura del duca de’Sangro appare per la prima volta in relazione alle vicende storiche ed economiche della Capitanata nel 1795, ossia quando acquistò il feudo allodiale di Orta. Il possesso cessò con l’entrata in vigore della legge del 21 maggio 1806.[66]

La narrazione delle prossime vicende affronterà l’argomento relativo al diritto di patronato sulle chiese di Orta, determinatosi con l’acquisto del sito, ma, brevemente, occorre accennare al periodo appena successivo all’espulsione dei Padri Gesuiti dalla Capitanata.

Nel 1774, dopo la confisca dei beni della “Casa d’Orta” ai PP. Gesuiti, per volere del marchese Bernardo Tanucci nacquero i cinque “Reali Siti”; con essi sorgevano nuove speranze, per coloro i quali si erano avventurati popolando i nuovi centri di Orta, Ordona, Stornara, Stornarella e Carapelle, di poter godere dei privilegi conciessi dal sovrano, affinché gli stessi progredissero dal punto di vista socioeconomico.

I cinque villaggi, prima sorti come masserie, assunsero una diversa connotazione con il popolamento delle terre. I lotti di terra furono parcellizzati e conciessi in enfiteusi a coloni provenienti da altri paesi, gente povera giunta in questi luoghi “desolati” in cerca di fortuna, pionieri che colonizzano le terre libere dando origine ai centri urbani.

Con la prima concessione delle terre a coltura i censuari dovevano pagare un canone annuo di diciotto carlini a versura, mentre per le terre adibite al pascolo, un canone annuo di venticinque carlini a versura. Nel 1774 furono destinati ai cinque centri 4.100 versure di terra destinate a 410 famiglie: 105 ad Orta, 93 ad Ordona, 83 a Stornara, 73 a Stornarella e 56 a Carapelle.

A ciascuna famiglia furono assegnate 10 versure di terreno, i buoi, le sementi, gli attrezzi agricoli, la casa rurale e quanto altro occorreva per la coltivazione dei terreni. La concessione delle terre fu accordata in enfiteusi ventinovennale rinnovabile.

Con l’entrata in vigore della legge sull’eversione feudale, promulgata il 21 maggio 1806, ai censuari fu conciesso il dominio utile delle terre in perpetuo, dietro pagamento del canone di locazione detto “estaglio” e della fondiaria. I contadini divennero proprietari assoluti degli appezzamenti loro assegnati. Più tardi, la riforma del Tavoliere regolarizzò la situazione sia dal punto si vista fiscale sia da quello economico. Così, la Giunta del Tavoliere, seguendo la nuova normativa, conciesse altre terre in censuazione perpetua ai coloni: furono distribuite altre 2.353 versure e 25 catene per un totale complessivo di ducati 6.354,96, che parcellizzati divennero 27 carlini annui a versura.[67]

Nonostante l’impegno ed il lavoro profusi però, le condizioni economiche in cui versavano alcuni contadini diventarono difficili quando questi, a causa delle cattive annate, furono costretti a contrarre debiti e molti di essi, non riuscendo a far fronte agli impegni assunti, subirono la confisca dei beni e conseguentemente l’espulsione dalle terre. Queste ultime, incamerate nuovamente nel Demanio, furono rivendute a privati.

Per quanto riguarda il centro di Orta, nel 1792 una parte delle terre confiscate ai censuari fu venduta in burgensatico, al prezzo di 145,151 ducati, dalla Reale Azienda di Educazione, organo amministrativo competente sul territorio dei Reali Siti, con sede nella capitale, a Don Matteo Scherini di Napoli; sulle stesse non sussisteva alcun diritto di prelazione da parte dei coloni.[68]

Dopo tre anni dall’acquisto da parte di Matteo Scherini, rescisso il contratto su sua richiesta, il “Sito” di Orta fu venduto allo stesso prezzo, ma con una deduzione di ducati 625. Nel corso dell’accertamento del valore era emerso un calo di alcune rendite del sito stesso, che andava ad incidere sul capitale iniziale. Così fu definitivamente stabilito che il prezzo sarebbe stato di ducati 144,526, versati dal nuovo acquirente nella persona del duca Don Nicola Maria de’Sangro di Napoli. Durante le trattative furono stabilite le seguenti condizioni: ducati 12,526 da pagare in contanti e subito, i rimanenti ducati 132,000 dovevano essere pagati nel corso di cinquant’anni, con decorrenza dal giorno 19 agosto 1795,[69] ripartiti in tante rate, così come deciso dal duca de’Sangro, a condizione che alla fine di ogni decennio la somma versata fosse pari a ducati 27,000. In tal modo, trascorsi quarant’anni, il duca stesso avrebbe pagato la somma di ducati 108,000. Gli fu conciesso, inoltre, di poter pagare anche somme maggiori, in modo tale che il debito residuo dell’ultimo decennio sarebbe stato di ducati 24,000 così come stabilito con Reale Dispaccio del 30 giugno 1795.

Fu deciso che il duca avrebbe corrisposto un interesse a favore della Reale Azienda di Educazione compensativo dei “frutti” che avrebbe percepito dalle rendite per affitti ecc, in ragione del 3%, da scalare proporzionalmente alle somme da lui versate in conto dell’intera somma di ducati 132,000.[70]

Con l’acquisto fu conciesso al duca il diretto dominio sulle Mezzane del Forno, Torre Giordana, Fiume Morto, Grascianella e Triunfello, della estensione di 363 versure più 18 versure di orto, più 81 partite confiscate ai censuari di Orta, il molino, il forno, la taverna del Passo d’Orta, tre stanze della “Palazzina”, nella quale erano ubicate le abitazioni del Curato e del Vescovo, e due fondaci siti a Foggia nella strada detta di Gesù e Maria, fittati al prezzo di annui ducati 24.[71]

Nell’acquisto era compreso anche il godimento del diritto di patronato[72] sulla Chiesa Matrice di Santa Maria delle Grazie[73], e su quella di Santa Caterina di Orta[74]. Il duca doveva provvedere direttamente alla nomina del Curato o del Cappellano, dell’Economo e del Guardiano delle chiese, stabilendo per ciascuno un compenso annuo concordato con la Reale Azienda di Educazione, non inferiore a quello precedentemente percepito dagli stessi e corrisposto dal suo predecessore Don Matteo Scherini.[75]

Le trattative per l’acquisto avvennero con l’allora Amministratore della Reale Azienda di Educazione Don Giuseppe del Pozzo e con il Regio ingegnere Consalvo Coltellini, che aveva effettuato la perizia stabilendo quale fosse il valore dei beni acquistati dallo stesso duca.[76] I “Reali Siti” facevano parte della diocesi di Ascoli Satriano, così il Vescovo, Mons. Emanuele De Tomasi,[77] preoccupato da tempo per lo stato delle chiese, il 2 maggio 1795, scrisse a Don Domenico di Gennaro, duca di Cantalupo, Intendente Generale degli Stati Allodiali di Sua Maestà e della Reale Azienda di Educazione, sollecitando l’invio di alcuni arredi sacri occorrenti alla chiesa di Santa Maria Delle Grazie di Orta e nello stesso tempo ribadendo la richiesta per il restauro di alcune parti della stessa; nella lettera evidenziava inoltre che per la chiesa si rendeva necessario anche l’acquisto di un organo da porre sulla cantoria, pertanto alcuni censuari si erano offerti di contribuire all’acquisto anticipando la somma occorrente con il proprio danaro.[78]

Intanto il 9 maggio dello stesso anno, il Vescovo ricevette una lettera da parte di Don Luigi Forgioni, rappresentante della Reale Azienda di Educazione, che lo informava dell’arrivo di una persona di sua fiducia[79] che avrebbe dovuto rendersi conto dello stato dei fabbricati da cedere al duca de’Sangro. Il 12 dicembre 1795, con una sua lettera, il duca stesso gli preannunciò la sua venuta allo scopo di visionare i locali che gli sarebbero spettati con l’acquisto del sito non avendo preso accordi con la Reale Azienda di Educazione al riguardo; colse l’occasione per chiedere al Vescovo stesso di conciedergli per la durata di circa 50, al massimo 60 giorni, i suoi appartamenti di Orta che sarebbero stati da lui utilizzati durante la sua permanenza nel Reale Sito, sperando di non arrecargli disturbo.

Dopo questa comunicazione, il 19 dicembre 1795 il Vescovo scrisse al duca di Cantalupo informandolo sulle intenzioni del nuovo acquirente del sito, e pregandolo di intercedere per lui presso il de’Sangro, al fine di poter mantenere gli accordi già esistenti conciessi alle chiese da Don Matteo Scherini, primo acquirente.[80] All’epoca dell’acquisto le trattative erano state condotte da Don Luigi Forgioni e dal canonico don Nicola Spagnoli, Vicario del Vescovo, il 3 giugno 1793, quindi, essendo preesistenti, dovevano essere mantenute anche con il nuovo acquirente del sito; in particolare esse riguardavano le spettanze del Vescovo circa gli appartamenti, la rimessa, la stalla e la pagliera, inoltre sollecitava anche l’aumento dell’assegno annuale per le visite pastorali ormai richiesto da tre anni ma non ancora giuntogli, evidenziando che la richiesta era necessaria perché quello era per la chiesa un “[…] periodo di umiliante congiuntura […]”. La pagliera inoltre, essendo ubicata vicino alla chiesa, era pericolosa in quanto potevano verificarsi incendi, pertanto sin dal 1793 era stata adibita ad alloggio ed occupata da un soldato della Reale Azienda di Educazione, con l’obbligo da parte di quest’ultima di provvedere al pagamento dell’affitto per un altro locale in cui riporre la paglia. Per tale situazione il Vescovo aveva chiesto una somma di 10 ducati annui, ma Don Giuseppe del Pozzo gliene aveva offerti otto, tale somma era ritenuta insufficiente per pagare qualunque affitto ad Orta: i prezzi delle locazioni erano alti tanto da raggiungere anche i 15 ducati annui per l’affitto di un locale.[81] Finalmente, dopo varie insistenze, il 4 luglio 1795 fu accordata la concessione di 10 ducati annui per l’affitto del locale, con verbale redatto dallo stesso Don Giuseppe del Pozzo.

Il 2 gennaio 1796, il duca de’Sangro scrisse al Vescovo una lettera di convenevoli ringraziandolo per avergli messo a disposizione i locali per il tempo richiesto, assicurandogli che non avrebbe profittato oltre della sua cortesia. Nell’omaggiarlo, gli offrì i propri servigi. Il Vescovo, dopo aver svolto la visita pastorale, il 2 marzo 1796 scrisse al duca di Cantalupo sia per informarlo sulla situazione delle chiese dei cinque centri, sia per chiarire la posizione del de’Sangro in merito alle sue competenze sulle chiese di Orta.[82] Il 23 aprile 1796, il Vescovo scrisse ancora al duca di Cantalupo che il de’Sangro aveva il compito di provvedere ai bisogni delle chiese, tuttavia avendo quest’ultimo rinunciato al diritto di patronato sul lato sud della chiesa Matrice e precisamente quello riguardante la cantoria, per aver preferito in sua sostituzione alcuni fabbricati per soprelevare la “Palazzina”, le competenze su quella parte della chiesa ricadevano sul duca di Cantalupo. Questi doveva pertanto provvedere a far chiudere la parte detta dei “Coretti” in quanto, durante le celebrazioni religiose, si commettevano “Sconcierie ed irriverenze”. Il Vescovo non ebbe nessuna risposta in merito.

Il 18 febbraio 1797, mosso da dovere pastorale, scrisse al duca de’Sangro inviandogli una lista per la fornitura di alcuni arredi sacri ritenuti urgenti per le celebrazioni religiose e sollecitandone l’invio per la chiesa di Santa Maria delle Grazie che ne era sprovvista; nella lista egli suddivise le cose più importanti, da spedire al più presto, da quelle meno urgenti da inviare con comodo:

 

“[…] Tovaglie numero   6

Sottotovaglie numero 2

Frasche per altari, cioè numero 12

per l’altare Maggiore, sei grandi

e sei piccole, per l’altri due al-

tarini dodici piccole

Messale nuovo numero uno, con i Santi

Beneventani

Lettorini di Segno numero 3

Una Campana nuova Grande

Tonnacelle di colore nero numero 2

Piviale di tutti i colori numero 1

Tonnacelle di tutti i colori, numero 2

Pianeta di tutti i colori, numero 1

Un Paliotto

Un Ombrella […]”.[83]

 

Nonostante le promesse epistolari del duca de’Sangro, a tutto il 25 febbraio 1797 né gli arredi sacri furono inviati, né gli altri impegni assunti furono mantenuti, così il Vescovo di Ascoli Satriano decise di scrivergli per inviargli un resoconto sulla situazione delle chiese di Orta desunta dalle sue visite pastorali; con l’occasione sollecitò l’invio degli arredi e soprattutto della campana grande spiegandogli che quella esistente era rotta e, che la sola campana piccola non era sufficiente per richiamare la gente dalle vicine masserie per le celebrazioni religiose. In risposta alla lettera del Vescovo, il 25 febbraio di quell’anno, il duca scrisse che aveva già dato ordini precisi affinché gli arredi fossero pronti nel più breve tempo possibile. La campana era in costruzione: sarebbe stata consegnata appena pronta.[84] Fino al 13 maggio di quell’anno né gli arredi né la campana furono inviati, questo indusse ancora una volta il Vescovo a scrivere al duca sia per sollecitargli l’invio di quanto più volte richiesto, sia per informarlo che, durante la sua ultima visita pastorale ad Orta durata quattro giorni, aveva avuto problemi per l’alloggio in quanto il suo agente, Giuseppe Colelli, e la sua famiglia si erano impossessati degli appartamenti che utilizzava durante la permanenza in occasione delle visite pastorali occupandoli e deturpando anche i mobili. Sollecitò l’ultimazione delle fabbriche della Palazzina in modo tale che l’agente stesso potesse trasferirsi ed evitare ulteriori disdicevoli situazioni.[85] Il duca rispose al Vescovo il 20 maggio 1797 ribadendo che gli arredi sacri erano in lavorazione. Mostrandosi dispiaciuto per il disagio nel quale il Vescovo si era trovato durante la sua permanenza ad Orta, gli garantì che:

 

“[…] alla fine del prossimo mese di settembre, egli[86] evacuerà il detto palazzo, fabbricata o no che sia la mia Palazzina […]”.

 

Inoltre, nel pregarlo di pazientare gli promise che tutti i danni causati dal suo agente e dalla famiglia gli sarebbero stati rimborsati, e lo pregò di compilare una lista dei mobili danneggiati che avrebbe a sue spese sostituito.[87] Il 23 dicembre 1797 il Vescovo inviò una relazione dettagliata sulla situazione delle chiese dei cinque centri alla Reale Azienda di Educazione. Per conoscenza, una copia della stessa fu spedita anche a Michele Filangieri,[88] alter ego del duca, segretario e curatore dei suoi affari, nonché suo cugino. Nella sua relazione, il Vescovo evidenziava la necessità di aumentare le quote annuali che fino allora con Reale Dispaccio erano state fissate a 130 ducati annui, ma che per le esigenze delle chiese erano insufficienti. Per Orta presentò la richiesta di far costruire una cripta per le sepolture nella chiesa Matrice della quale avrebbero usufruito solo i censuari pagando 10 carlini per ogni sepoltura destinata agli adulti e cinque carlini per i ragazzi. Invece per le sepolture dei locati e dei forestieri sarebbe stata utilizzata la chiesa di Santa Caterina, nonostante fosse in precarie condizioni di agibilità perché pericolante.[89] La relazione si concludeva con l’accenno alle controversie sorte tra alcuni censuari ed il duca de’Sangro a causa del suo dispotismo.

Il 24 febbraio 1798 il Vescovo, ancora una volta, inviò una lettera al duca de’Sangro per sollecitare l’invio degli arredi sacri che erano diventati urgenti per le celebrazioni religiose, allegando un’altra lista con l’aggiunta di altro materiale.[90]

Evidentemente stanco delle continue lagnanze del Vescovo, il duca diede incarico a Michele Filangieri, di curare personalmente la questione con le chiese di Orta; questi, con una lettera del 24 marzo 1798 riferì al Vescovo che, a causa di urgenti impegni, il duca non aveva potuto far fronte alle richieste avanzate, ma che al di là delle sue spettanze non si potevano lasciare abbandonate le chiese sia che il diritto di patronato fosse goduto dal duca, sia che fosse stato affidato ad altri, pertanto scrisse:

 

“[…] bisogna riflettere […] alla necessità positiva del Culto Divino agli obblighi della Chiesa, che non possono essere molti, perché non ha Rendite, ed altro[…]”.

 

Pertanto, alla luce degli ultimi avvenimenti egli stesso agendo per conto del duca, si impegnò a fornire sia gli arredi sia a seguire con maggiore attenzione le necessità delle chiese.[91] La situazione rimase invariata fino al 1° settembre 1798, quando il Filangieri con una lettera assicurò al Vescovo che entro i primi giorni di novembre di quell’anno sarebbero stati consegnati tutti gli arredi liturgici, compresa la campana nuova.[92] Con l’occasione preannunciava la venuta dell’ingegnere di casa de’Sangro[93] che sarebbe andato ad Orta per completare le fabbriche della Palazzina. Sia gli arredi sia la campana furono consegnati entro i termini stabiliti, sulla stessa fu apposto il suo stemma[94] con la seguente didascalìa:

 

DVX NICOLAVS MARIA DE’ SANGRO REGALI MVNIFICENTIA PATRONVS RESTAVRAVIT ANNO SALVTIS MDCCXCVIII[95]

 

La campana fu collocata nel campanile a vela del palazzo ex Gesuitico, dove rimase fino agli anni ’90 del 1900. Successivamente fu rimossa per essere collocata nella torre campanaria della nuova chiesa del SS. Crocifisso di Orta Nova, dove è rimasta fino al 2001. Ultimati i restauri del Palazzo ex gesuitico, è stata ricollocata nell’originario luogo di appartenenza.

Come Nicola, anche i suoi successori si distinsero per le loro gesta eroiche; suo figlio Riccardo fu il terzo duca di Sangro. Sposò Maria Argentina Caracciolo dei duchi di Martina Franca.

Seconda di tre figli, Maria Argentina, contessa di Brienza e di Buccino, quando era già sposata con Riccardo de’Sangro ereditò il titolo di duchessa di Martina Franca dopo l’avvenuto decesso della madre, Francesca del Giudice Caracciolo che, a sua volta, lo aveva ereditato dal figlio maggiore Petraccone, ottavo duca con questo nome, il quale si spense prematuramente il 13 agosto 1827.[96] Dal matrimonio nacquero cinque figli. Il nome di Riccardo de’Sangro è legato ad una rapida carriera militare. Dopo la Restaurazione, per dimostrare la sua riconoscenza verso la famiglia per essergli stata fedele, il sovrano promosse Riccardo al grado di Tenente Colonnello del primo Reggimento Lancieri. I riconoscimenti onorifici furono conferiti nel 1843 con l’investitura di Cavaliere dell’Ordine di San Gennaro. Fu Cavaliere di compagnia del re Ferdinando II, che lo volle al sua fianco nel maggio del 1848 durante la campagna nello Stato Pontificio ed il 15 giugno 1849 lo promosse Generale. Nel 1855 Riccardo di Sangro fu promosso Maresciallo di Campo ed aiutante generale del re ed ebbe il comando della Divisione di Cavalleria Leggera e delle Guardie d’Onore; nel maggio del 1859, durante gli ultimi giorni di vita del re Ferdinando II[97] egli fu il più assiduo assistente del sovrano.

Confermato in tutte le sue cariche dal nuovo re Francesco II, divenne il suo attento consigliere e fu al suo seguito quando, ancora duca di Calabria, si recò in Puglia per ricevere la sua futura sposa, la Principessa Maria Sofia di Baviera. Successivamente lo seguì a Gaeta, imbarcandosi con lui il 6 settembre 1860 sulla nave Saetta.[98] L’8 ottobre 1860, per premiare il suo fedele attaccamento, il giovane sovrano lo promosse Tenente Generale.

Nel castello di Gaeta, assediato dalle truppe piemontesi, contrasse il tifo. Il decorso della malattia fu da lui accettato con rassegnazione tanto da farlo assurgere agli onori della cronaca con il titolo di difensore di Gaeta. La morte lo raggiunse nella notte tra il 5 ed il 6 febbraio 1861.[99]

Un aspetto interessante si coglie dai profili dei figli di Riccardo tratteggiati dal Campanile:

 

“[…] Nicola ereditò il titolo di IV duca di Sangro, sposò nel 1851 Isabella de’Medici dei principi di Ottajano e dei duchi di Sarno dalla quale ebbe dieci figli; tra questi Riccardo, nato a Napoli, all’età di sette anni fu condotto a Parigi, dove la famiglia era stata costretta a rifugiarsi in volontario esilio per sfuggire alle rappresaglie in atto contro tutti coloro che erano rimasti fedeli ai loro sovrani. Fu decorato del titolo di Patrizio Napolitano. A Parigi ebbe per maestro l’Abate Eugenio Fabre, al quale restò legato da affetto filiale per tutta la sua breve vita, anche quando rientrò a Napoli insieme ai suoi, nell’ottobre 1869.

Fu Vice Presidente dell’Associazione giovanile intitolata a S. Alfonso Maria de’Liguori, fondata nel settembre del 1871, sotto la presidenza del suo amico fraterno Nazario Sanfelice, duca di Bagnoli, il quale sposò tre anni dopo sua sorella Marianna.

Purtroppo, il 7 febbraio 1872 a causa di una inesorabile malattia, Riccardo spirò non ancora ventenne. La cerimonia funebre ebbe luogo nella chiesa di S. Ferdinando, ad essa parteciparono gli associati di Sant’Alfonso al completo, quelli della gioventù cattolica ed oltre 400 amici. Il feretro fu tumulato nella chiesa di S. Maria della Rotonda. Grande fu il cordoglio generale, e per l’occasione fu composto un libretto aureo ad opera di Felice Retez, che riportava le numerose necrologie pronunciate per suo conto, unitamente ai commenti dei giornali dell’epoca ed a varie poesie commemorative.

Di lui scrissero il duca di Bagnoli Nazario Sanfelice, Giovanni Pignatelli, Giovanni Caracciolo Pinelli, il Canonico Don Gaetano Sanfelice, il duca di Castellaneta, Francesco de Mari, Ferdinando de Vargas, il sacerdote Salvatore Talamo, Cesare Palomba, Giulio Ferrari e Felice Retez, che fu anche promotore dell’iniziativa.

Fra i giornali si annoverarono: “Il Contemporaneo”, “La Libertà Cattolica”, “Il Trovatore”, “Il Vero Messaggero”, “Il Conciliatore” di Napoli, “Il Conservatore” di Firenze. Per lui scrissero poesie, il nonno materno Giuseppe de’ Medici d’Ottajano, Ercole Caporale, Giuseppe Piccolo, Nicola Pandolfo, Felice e Francesco Retez e, da Parigi, il suo maestro l’Abate Eugenio Fabre.

Nella chiesa di San Basilio il padre fece erigere in sua memoria un monumento funebre.[…]”.

 

Il secondogenito di Riccardo ed Argentina Caracciolo, Placido, ereditò dalla madre il titolo di 16° duca di Martina,[100] sposò nel 1851 Maria Cunegonda Caracciolo di Santa Teodora ed ebbe un solo figlio, Riccardo, morto suicida a Parigi per amore. Placido fu un grandissimo collezionista di ceramiche e di opere d’arte che, dopo la sua morte, donò al nipote omonimo.

Degli altri due figli maschi minori di Nicola ed Isabella ricordiamo Placido, conte dei Marsi.

Questi si adoperò affinché fosse allestito il museo in cui esporre la collezione di ceramiche raccolta dallo zio.[101] Dopo la sua morte, il compito di continuare l’allestimento del museo fu affidato dalla vedova contessa Maria Spinelli dei principi di Scalea al duca Carlo Giovene di Girasole.

Placido, morto senza prole, volle dare seguito al desiderio del giovane cugino Riccardo, il quale, prima di morire, in una lettera indirizzata al padre, scrisse che tutta la collezione a lui destinata fosse donata alla città di Napoli.

Placido, erede di tale collezione, allestì il museo lasciando l’usufrutto della raccolta alla moglie. Dopo la morte del consorte, la contessa fece trasferire la collezione dal Palazzo Spinelli, dove era stata sistemata, alla nuova sede del museo presso la villa Floridiana. La Spinelli volle assumersi anche l’onere di provvedere alle spese di trasporto e, dopo la sua morte dispose nelle sue volontà testamentarie che quanto

non fosse ancora stato trasferito nella Floridiana fosse spostato con una somma di danaro da lei destinata per ultimare l’operazione; alla raccolta de’Sangro aggiunse un suo personale ed importante legato di maioliche ispano - moresche e di Castelli.[102]

Giuseppe, fratello di Placido, fu conte di Brienza ma non poté mai fregiarsi del titolo principale di duca di Sangro essendo premorto al padre. Il 18 febbraio 1888, sposò a Napoli Maria Guevara Suardo dei duchi di Bovino, Castell’Airola e Savignano, dal matrimonio nacquero cinque figli, il maggiore, Riccardo, fu decorato del titolo di diciottesimo conte di Buccino titolo che, in seguito, fu trasmesso con Decreto Luogotenenziale del 15 giugno 1919 e con le Lettere Patenti Luogotenenziali del 28 dicembre 1919 al fratello minore Giovanni Battista.

Riccardo, V duca di Sangro e 18° duca di Martina, il 10 settembre 1919 sposò a Stresa Oliva Vivina Lanza dei conti di Mazzarino e nobili di Trabia. Dalla loro unione nacque Giuseppe, perito in un incidente automobilistico il 14 luglio 1958.

Dopo pochi anni dalla nascita di Giuseppe, i due coniugi si separarono; il loro matrimonio fu sciolto con sentenza della Corte d’Appello di Torino del 18-22 ottobre 1926.

Dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza, Riccardo intraprese la carriere militare. Fu Cavaliere di Onore e Devozione del Sovrano Ordine Gerosolimitano di Malta, ricevuto il 28 luglio 1922 con Decreto n. 3996 proc. n. 2498; fu Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e fu Aiutante in Campo di Sua Altezza Reale il principe ereditario, Umberto II di Savoia.

Durante il secondo conflitto mondiale, Don Riccardo diede alloggio nella sua villa di Ravello alle LL. MM. re Vittorio Emanuele III e alla regina Elena[103].

Nel dopoguerra contribuì alla ricostruzione del patrimonio artistico del Museo Filangieri danneggiato dalla guerra, insieme ad alcuni membri dell’aristocrazia e della borghesia napoletana, tra cui la nipote Maruska Monticelli Obizzi di Sangro, figlia della sorella Isabella.[104]

Nel 1978 Riccardo, seguendo l’esempio dello zio, donò al Museo Duca di Martina di Napoli la restante collezione di ceramiche ed altri oggetti in suo possesso, appartenuti in massima parte a Don Placido de’Sangro, duca di Martina, integrando, così, la pregevole e cospicua collezione dell’antenato.

Oggi la linea maschile dei duchi di Sangro è estinta. Prosegue in quella femminile che è rappresentata attualmente dai pronipoti di Riccardo, i nobili Notarbartolo e Monticelli Obizzi.

 

 

 

 

 

Appendice

 

 

 

- Gli affreschi di Palazzo de’Sangro: ipotesi di lettura, di Colomba Masotti.

 

 

- Pittori di casa de’Sangro attivi a Napoli nei Secoli XVII, XVIII e XIX, di Lucia Lopriore.

 

 

 

 

Gli affreschi di Palazzo de’Sangro: ipotesi di lettura

 

di Colomba Masotti

 

Gli affreschi oggetto del nostro studio si trovano sul soffitto di due camere, site, al primo piano del palazzo dei de’Sangro marchesi di San Lucido a Napoli.

Edificato nel 1506 dal duca di Vietri, il palazzo fu acquistato dalla famiglia de’Sangro che lo possedette fino ai primi anni del 1900. Passò, quindi, ad altri proprietari, che nei decenni successivi provvidero a parcellizzarlo in vari appartamenti, in seguito venduti a terzi. Ne consegue che nell’ultimo mezzo secolo lo stabile ha subito dei rifacimenti di cui è impossibile rilevare la consistenza. Perché, non essendo il palazzo sottoposto a vincoli da parte della Soprintendenza, non si è mai provveduto a produrre una documentazione attestante le manomissioni avvenute e, tanto meno, a redigere una descrizione dello stato dell’immobile precedente agli interventi. Il che, per quanto riguarda il nostro studio, significa essere stati privati di dati essenziali circa la datazione e il contesto culturale dei due affreschi di cui uno è completamente anonimo mentre il secondo porta una firma e una data : “Guardascione 1931”.

 E’ da aggiungere che solo fortuitamente, durante una fase di ristrutturazione degli ambienti, e grazie alla cortesia dei proprietari si è avuto momentaneamente accesso ai due affreschi. Si è così provveduto a fotografarli, ma in modo amatoriale non certo da professionisti. L’analisi, quindi, è stata svolta su queste foto che, per quanto nel complesso ben riuscite, non possono certo sostituire la visione diretta. Ne consegue che la lettura iconografica e iconologica degli affreschi, volta a pervenire ad un chiarimento circa i soggetti rappresentati e i contesti culturali ed artistici che a loro volta potrebbero giustificarli, è stata privata di dati essenziali (ad esempio non è stato possibile condurre alcuna riflessione sul colore) per essere di per sé esauriente. Il che non toglie che non possa fornire delle risposte fondate.

In effetti, la prima domanda a cui una lettura deve dare una risposta è che cosa l’opera, presa in esame, rappresenti.

Considerando l’affresco non firmato del palazzo dei de’Sangro esso raffigura un ameno paesaggio costituito da un lago o da un ampio alveolo fluviale incastonato tra alture, maestose all’orizzonte ma che degradano in popolose spiagge. In primo piano, lo specchio d’acqua si restringe in un corso dalle rive in parte scoscese ma anche pianeggianti e persino sabbiose.

Quindi un contesto paesaggistico piuttosto variegato, fatto, questo, che induce a ritenerlo più confacente ad uno scenario teatrale che riferimento puntuale ad un sito geografico o anche culturale di una certa pregnanza ideale se non ideologica.

Ma scenario di che?

Di un avvenimento di cui sono protagonisti cinque personaggi, inquadrati sulla linea orizzontale in medio piano rispetto a tutta la composizione e alla cornice.

Chi sono questi cinque personaggi e di cosa sono attori?

Il personaggio a destra di chi guarda ci sembra il più facile da individuare; dalla foggia e dai colori del suo abbigliamento, dal nobile incedere, dal gesto calmo e imperioso (riecheggiante quello della chiamata di Levi del Caravaggio in San Luigi dei Francesi), ci sembra infatti plausibile possa trattarsi di Cristo.

Egli sta ordinando qualcosa probabilmente a tre personaggi su una barca, al centro della raffigurazione, data la direzione della sua mano sollevata.

Di questi, poi, uno a prua della barca fa leva su un remo al chiaro fine di scostare l’imbarcazione dalla riva, un secondo personaggio si volta, presumibilmente verso il Cristo, con un ampio gesto, ridondato da un rosso mantello, e sembra, così, richiamare l’attenzione di un terzo personaggio seduto nella barca che perciò si volge nella stessa direzione. Sulla riva sinistra un quinto personaggio è rivolto al cielo, in ginocchio con le braccia aperte, in una posa che ricorda tanti eremiti in preghiera.

Ciò che balza agli occhi è la poca corrispondenza interlocutrice dei personaggi dato che la loro gestualità non sempre è accompagnata dall’incrociarsi degli sguardi. Se a ciò si aggiunge le loro dimensioni prospettiche e l’inquadratura che li riprende in medio piano risulta che essi non solo non siano protagonisti rispetto al paesaggio ma come tutta la raffigurazione sia di difficile lettura. Infatti se di Cristo e degli apostoli si tratta a quale episodio dei Vangeli far risalire la scena? La chiamata dei primi discepoli come suggerirebbe il gesto di Cristo e la presenza della barca (Matteo: 4, 18-22; Marco: 1, 16-20; Luca: 5, 1-11 )?

Ma allora cosa c’entra il personaggio sulla riva e come giustificare il suo gesto di per sé già ambiguo dato che potrebbe essere di preghiera ma anche di meraviglia ?

Esso non trova corrispondenza nel racconto evangelico citato.

Cambiamo prospettiva e partiamo proprio dal personaggio di sinistra e dal suo gesto. Si tratta di un individuo anziano, calvo e piuttosto tarchiato. Potrebbe essere Pietro, la fisionomia del personaggio corrisponderebbe a quella dell’apostolo così come, fin dai primi secoli, è stata caratterizzata nell’arte. Ma nei Vangeli l’unico episodio in cui un gesto come quello raffigurato potrebbe essere giustificato è il riconoscimento del Risorto dopo una pesca miracolosa. Tale riferimento, però, è piuttosto forzato rispetto all’immagine esaminata. E’ vero c’è Gesù che potrebbe indicare il lato della barca dove gettare le reti e ci sono tre pescatori che sembrano che si sforzino di girare la barca verso il punto indicato ma non c’è la rete piena di pesci, iconografia classica delle pesche evangeliche e, soprattutto, il gesto di riconoscimento sarebbe più esatto attribuirlo a Giovanni che a Pietro. Ma Giovanni, fuori dai riferimenti alle apparizioni apocalittiche, viene sempre rappresentato giovane e quindi non può essere il personaggio dell’affresco e (per lo stesso motivo) neppure il pescatore dal mantello rosso il cui gesto, di aprirlo di scatto, potrebbe suggerire l’intenzione di sottolineare l’intuizione rivelatrice dell’apostolo. Non solo, ma approfondendo, è da notare come tre siano le pesche miracolose citate nei Vangeli. La prima è legata alla chiamata degli apostoli (Luca cap.5; vv.1 – 11). La seconda, una metafora del Giudizio Universale, compare in una parabola (Matteo cap. 13; vv.47 – 57). La terza è appunto quella legata all’apparizione di Cristo, di cui sopra, e si può leggere nel Vangelo di Giovanni, il più teologo degli evangelisti (cap. 21; vv.1- 14).

Dei tre episodi quest’ultimo è certamente il più difficile da rendere in immagine perché attesta l’attesa di imminenti venute escatologiche proprie delle prime comunità cristiane. Infatti, parla della misteriosa natura assunta dal Risorto, della Sua provvidenziale presenza tra i suoi fino alla fine dei tempi, del primato di Pietro e si chiude, infine, con una sibillina profezia circa la diversa sorte di Pietro rispetto a Giovanni, forse un accenno alla diversità nell’unicità della Chiesa.

Si comprende a questo punto come solo una particolare funzione della stanza o una particolare sensibilità dell’eventuale committente avrebbe potuto giustificare la scelta di un tema tanto impegnativo. Ma, allora, qualche eco sarebbe pervenuta fino a noi a chiarire di poco o di tanto il buio intorno ad un’opera che rimane misteriosa perché misterioso rispetto ai racconti evangelici resta il personaggio anziano sulla riva.

A questo punto, però, si può indicare un’altra possibilità interpretativa.

E’ noto che nella storia dell’arte non è raro che nei dipinti compaiano personaggi in fondo avulsi dalla rappresentazione. E’ il caso dei committenti spesso testimoni di sacre conversazioni o di episodi evangelici. Ma è anche il caso di santi, colti nell’atto di riflettere su una pagina del Vangelo che si concretizza in immagine.[105] Quindi la nostra rappresentazione potrebbe essere una sorte di dissolvenza visiva nel passato da parte del personaggio misterioso, un santo eremita presso il Giordano o il lago di Genèsaret, i cui occhi della mente vedono, durante una meditazione, Cristo che chiama i primi discepoli.

Se così fosse due sono le possibili spiegazioni; la prima è quella di ritenere il santo protagonista della raffigurazione un santo a cui i de’Sangro fossero particolarmente devoti. La seconda che la raffigurazione non sia altro che un prodotto di genere e di bottega di indubbia piacevolezza e buona esecuzione priva però di significati emotivi per i committenti. Allo stato attuale delle conoscenze mi sembra che la seconda ipotesi sia la più plausibile.

Quanto all’esecuzione tecnica essa appare ineccepibile nell’impianto prospettico a due fuochi simmetrici sulla linea mediana orizzontale, con direttici incrociate in diagonale verso il centro, in primo piano. Ne risulta la sensazione di essere di fronte a un paesaggio molto vasto, vastità ulteriormente ampliata dalle due cornici parallele, mistilinee e dorate, che inquadrano la raffigurazione in modo tale che la più interna sembra tagliare un orizzonte visivo che si intuisce molto più ampio e la seconda ribadisce il concietto della prima perché quasi “incolla” quello spicchio di vastità al soffitto della camera dei de’Sangro. 

A questo punto, per quanto fin qui detto, si potrebbe anche ipotizzare una datazione dell’affresco il cui limite, ante quam non, è chiaramente l’affresco di Caravaggio in San Luigi dei Francesi e quindi il 1598-1600. Mentre la luminosità della cromìa e la classicità delle altre figure che vi compaiono lo avvicinano più ai dettami dell’Accademia degli Incamminati. In definitiva è probabile che l’affresco risalga alla prima metà del ‘600, non sembra infatti dalle fotografie un lacerto ridipinto né una sintesi eclettica propria di età più recenti della storia dell’arte.

Naturalmente solo un esame diretto dell’affresco può fornire dati più certi.

Il secondo affresco del palazzo dei de’Sangro è sito su un soffitto sempre del primo piano e come è stato già detto presenta una data, 1931, e una firma. In un primo momento la firma è stata letta: “Guardaccione” in seguito la si è letta: “Guardascione” grazie ad un suggerimento della soprintendenza ai beni culturali di Napoli, confermato da due fonti letterarie: Artisti Napoletani Viventi di Enrico Giannelli[106] e Arte e Artisti a Napoli [1800-1943] di Paolo Ricci[107].

Entrambe riportano una breve biografia di Ezechiele Guardascione, nato a Pozzuoli nel 1875, scomparso nel 1948, pittore di marine partenopee, “d’ingegno vivace e versatile” che lavorava, “con la medesima disinvoltura, a tempera e a olio”[108] e che, per il suo lavoro, utilizzò persino come studio un’imbarcazione messagli a disposizione da un suo mecenate, Roberto De Sanna, quest’ultimo era una figura nota a Napoli perché fu anche impresario del teatro San Carlo.

Il Giannelli definisce espressamente Guardascione pittore impressionista. Il Ricci, a sua volta, commenta che, intorno al 1910, la produzione del Guardascione dà “un’interpretazione visionaria della vita portuale di una grande città; un tema ricorrente nella pittura liberty, specie in quella belga, che il Gardascione rende attraverso un colore fuligginoso, mentre le forme si impastano in una atmosfera grigia, in cui emergono, come fantasmi, sartiame, gru, fumaioli, in un intrigo fitto di segni neri che danno un senso dinamico e inquieto del porto”. Sembra la descrizione in scuro di “Impressione del sole che sorge”[109] di Claude Monet manifesto sui generis dell’Impressionismo.

A questo punto ci pare evidente lo stridore nell’accostare alla pittura liberty una raffigurazione portuale come quella descritta. La pittura liberty è infatti chiara nella composizione, lineare, mossa, definita nei contorni, preziosa nella cromìa e visionaria si ma perché spesso mitica, leggendaria e fiabesca nei soggetti.

Il secondo affresco del palazzo dei de’Sangro corrisponde a queste caratteristiche.

Guardando di sotto in su sembra di assistere, sul soffitto della stanza, ad una teofania pagana in un ameno boschetto. In realtà, prendendo quale riferimento direzionale la porta che introduce nella camera, è chiaro che la scena ha una sua coerenza di lettura. Il filo conduttore parte dallo sguardo, fuori campo in diagonale verso l’alto, della figura femminile dai capelli fluenti seminascosta in basso dietro un masso, per innalzarsi nel cielo, tramite due flessuosi alberelli. Qui due figure abbracciate sembrano veleggiare nell’aria insieme a dei putti dando le spalle a un altro gruppo composto da due figure femminili che semisdraiate sulle nubi volgono lo sguardo in basso, chiudendo così il percorso visivo, in direzione dei parapetti marmorei dei gradini di un tempietto ionico sui quali altri personaggi si intrattengono conversando.

Si è tentato di dare una spiegazione logica alla scena partendo dal dato di fatto che la produzione del Guardascione privilegiasse vedute del golfo di Napoli. Si è infatti pensato ad una rivisitazione delle coste partenopee e campane attraverso le antiche leggende ad esse legate. Ma nessuna pista battuta ha permesso il riconoscimento certo di alcuna delle figure dell’affresco confrontata con le iconografie classiche della mitologia.[110] Si è anche valutata la possibilità che le figure fossero legate alla famiglia acquirente del palazzo i conti Mangoni di Santo Stefano che, avendolo acquistato agli inizi del ‘900, potevano aver chiesto al Guardascione di affrescare una sua sala di rappresentanza con riferimenti ai loro possedimenti aviti. Ma sinceramente non è parso plausibile riconoscere nell’ameno paesaggio (da età dell’oro) raffigurato l’aspro paesaggio montano calabrese di Santo Stefano, così come viene descritto dal Giustiniani[111]. Ne in tal senso sono stati possibili ulteriori riscontri dati i tempi ristretti della ricerca. Questi e l’impossibilità di accedere direttamente al dipinto non consentono alcuna certezza neppure intorno alla datazione dell’opera. Infatti, nonostante la citazione specifica 1931, presente insieme alla firma su uno dei parapetti marmorei del tempio raffigurato, non si può non riflettere che gli stilemi dell’affresco erano più attuali ancora vent’anni prima, dopo aver furoreggiato a cavallo tra ottocento e novecento. Agli inizi degli anni trenta erano un tantino obsoleti soprattutto se consideriamo il fatto che ci troviamo a Napoli, una capitale culturale.

A questo punto sono possibili tre spiegazioni. La più ardita è che il Guardascione fosse stato chiamato a ritoccare un dipinto più antico addirittura rococò, dato il soggetto e gli stucchi e le cornici che lo contornano, secondo una deplorevole idea di restauro, ancora in auge nei primi decenni del ‘900, che voleva tout-court il ripristino visivo dell’opera d’arte. Per tale ragione il pittore avrebbe potuto attingere ad un linguaggio artistico nello stesso tempo più consono a soddisfare una richiesta del genere e più vicino alla sua cultura pittorica di formazione. La seconda è che il Guardascione fosse intervenuto a restaurare una sua opera di qualche decennio prima, da qui la perentorietà della firma e la giustificazione della presenza di stilemi d’inizio secolo. La terza è che l’opera rispondesse ad una precisa richiesta del committente, semmai anche in riferimento a soggetti analoghi presenti negli ambienti vicini alla stanza dell’affresco di cui non ci è pervenuto nulla. In questo caso il Guardascione sarebbe stato scelto per la sua riconosciuta versatilità.

In definitiva, per entrambi i dipinti più oltre a quanto sopra detto non è sembrato lecito andare, certo in conclusione ci si rende conto che più che trovare delle risposte si sono, in fondo, formulate ulteriori domande. Ci conforta la convinzione che ciò non è avulso alla ricerca in senso lato anzi è connaturata ad essa e contribuisce a renderla legittima proprio quando indica nuovi probabili percorsi d’indagine, nonostante i limiti contingenti dei suoi esiti.

 

 

 

 

Pittori di casa de’Sangro attivi a Napoli nei secoli XVII, XVIII e XIX

 

              di Lucia Lopriore

 

 

 

GIOVANNI MARIA DELLE PIANE

(* Genova 1660 † Monticelli d’Ongina 1745)

 

Figlio di Giovanni Battista, esperto schermidore, fu soprannominato il “Mulinaretto” dall’avo mugnaio. All’età di dieci anni cominciò a frequentare la bottega di G. B. Merano dove rimase fino all’età di sedici anni, quando si trasferì a Roma presso G. B. Gaulli detto il “Baciccio”, che lo tenne come un figlio. In questa importante bottega romana, il Delle Piane, sotto la guida del Galulli si esercitò sulle opere dei grandi maestri: Giulio Romano, Guido Reni, Annibale Carracci ed il Domenichino, traendone copie apprezzate dai critici dell’epoca. Sempre presso la bottega del Galulli si esercitò nella ritrattistica. Si trasferì a Genova nel 1684, un anno dopo la morte di G. B. Carbone, erede della tradizione ritrattistica genovese della prima metà del XVII secolo.

L’aristocrazia locale riconobbe in lui l’arte e la sensibilità celebrativa del tempo, capace di adeguarsi alle nuove mode, vestendo le sue figure definite dal Ratti con “drappi maestosi ed eleganti cogliendole in certe nuove e spiritose movenze”. Nel 1695, su invito del conte Morando, compì un primo viaggio a Parma, città dove era stato recentemente attivo il suo maestro G.B. Merano. Trovò committenti sia nelle città farnesiane sia a Genova e fra Emilia e Liguria, si spostò da un luogo all’altro eseguendo ritratti ed opere di carattere sacro. Nel 1705 il cardinale G. Alberoni, inviato dal duca Francesco, incaricò l’Artista, che sembra risiedesse in quel momento a Piacenza, di ritrarre il duca di Vendôme, comandante delle truppe franco-spagnole. Nel 1706 l’Artista era ancora a Parma impegnato a ritrarre il duca Francesco, la duchessa Dorotea e la principessa Elisabetta Farnese giovinetta.

Due anni dopo a Milano eseguì il ritratto di Elisabetta Cristina di Wolfenbüttel. Successivamente ritornò più volte a Milano. Nel 1709 ritrasse il principe Antonio Farnese e già da quell’anno, fu nominato pittore di corte e si trasferì a Parma da dove, anche in seguito, ritornò a Genova per impegni di lavoro. Il 21 aprile 1745 il Delle Piane divenne l’artista della duchessa Farnese ricevendo uno stipendio di L. 165, compreso vitto ed alloggio. Era ancora titolare di una provvigione nel 1734. Tra il 1714 ed il 1715 ritrasse la principessa Elisabetta in occasione delle nozze con Filippo V di Spagna; dal 1715 risiedeva stabilmente con la famiglia a Piacenza dove rimase fino al 1737. Nel 1719 fu invitato a recarsi in Spagna, probabilmente da Elisabetta Farnese, che lo considerava suo ritrattista di fiducia, ma il viaggio non fu mai intrapreso. Già anziano nel 1737, affrontò una lunga trasferta a Napoli dove si trattenne alcuni anni alla corte del giovane re Carlo III di Borbone, già duca di Parma. Pittore di camera fu impegnato a ritrarre il re Carlo e sua moglie Maria Amalia di Sassonia. Proprio in quegli anni due suoi ritratti femminili furono presentati all’esposizione fiorentina dell’Accademia del disegno. Nel 1741 l’Artista stesso consigliò come nuovo pittore di corte Clemente Ruta, da lui conosciuto a Parma e nel giugno dello stesso anno lasciò Napoli per Genova. In questa città dipinse ancora ritratti per la nobiltà locale ed infine, nel 1744, si ritirò a Monticelli d’Ongina, presso Piacenza, dove morì il 28 giugno 1745.

L’attività artistica del Delle Piane, durata oltre sessant’anni, fu estremamente intensa. Le prime opere si devono inserire ancora in quel filone tipico della ritrattistica genovese che dal Carbone risale al Van Dyck. La tecnica usata nella ritrattistica è condotta con robusta incisività nel volto dei personaggi ritratti e con un’esuberanza decorativa inserita in una sfarzosa scenografia con minuziosa attenzione per gli attributi di casta del soggetto rappresentato.[112]

Così, il ritratto del principe de’Sangro, custodito presso il Museo Filangieri Principe di Satriano di Napoli, dipinto nel periodo in cui l’Artista fu attivo in questa città, si inserisce nella ritrattistica del suo tempo con tutte le peculiarità evidenziate nello sfarzo scenografico.

 

 

FRANCESCO LIANI

(conosciuto anche come “il Liano”)

 

Pittore di origine parmense si trasferì a Napoli dove fu attivo tra il 1740 ed il 1777 al seguito di Carlo III di Borbone. Noto ritrattista di corte, dipinse il ritratto di Ferdinando IV di Borbone nel 1766 ed uno smarrito ritratto, sempre del sovrano in abiti militari, da cui nel 1772 fu ricavato un arazzo custodito nel Museo di Capodimonte a Napoli. Le qualità dell’Artista però emergono soprattutto da una lunga serie di dipinti di soggetto sacro, finora per lo più sconosciuti o ignorati dagli studiosi, in cui su un fondo di pittura emiliana, si sono innestati elementi di chiara derivazione napoletana che richiamano le tendenze di artisti quali Domenico Mondo e Pietro Bardellino. Filtrati attraverso la conoscenza delle opere dipinte dal Mengs a Napoli.

Si tratta di una intera serie della Via Crucis nella cattedrale di Capua, di una Natività, di una Presentazione al tempio presso il museo di Capodimonte a Napoli, di tre tele con episodi della nascita di Cristo e un’adorazione dei Magi presso il palazzo Reale a Napoli e di un’ultima cena nel museo Campano di Capua.

Fu ritrattista presso molte famiglie appartenenti alla nobiltà napoletana, tra queste si annovera quella dei de’Sangro nella linea dei Marchesi di San Lucido e duchi di Sangro.[113]

 

 

 

SALVATORE POSTIGLIONE

(*Napoli 20/12/1861 † ivi 28/11/1906)

 

Figlio di Luigi apprese dal padre, modesto pittore e decoratore di arredi sacri, le elementari nozioni di disegno che gli consentirono di sbarcare il lunario e mantenere la numerosa famiglia dopo la morte dei genitori. Si specializzò in ritrattistica riuscendo a frequentare poi, l’Istituto di Belle Arti di Napoli, grazie all’aiuto economico dello zio Raffaele, pittore di quadri sacri ed insegnante nell’Accademia dal 1861. Allievo di Domenico Morelli al quale rimase legato come suo seguace nella qualità delle immaginazioni coloristiche, si distinse dal maestro per la personale tendenza ad insistere sul pittoresco realistico e su sgargianti intensità cromatiche, come si può evincere dai dipinti dedicati a San Pier Damiani e Adelaide di Susa, ma soprattutto nei vivaci ritratti dello scultore Stanislao Lista, nell’Istituto napoletano di Belle Arti e quello più solenne e vistoso del duca di Martina, nel Museo della Floridiana a Napoli.

Nella produzione dell’Artista che spazia dal paesaggio al quadro di “genere”, alle caratteristiche tele di soggetto monastico più legate alle tendenze del tempo, qualche interesse rivestono quella dell’Immacolata Conciezione per il Duomo di Nola, gli affreschi nel castello di Miramare e, a Napoli, le decorazioni eseguite nel palazzo de Riseis.[114] Nel 1902 fu nominato insegnante di pittura Modena, da lui venne istradato all’arte il fratello Luca, valente pittore di “genere” e di ritratti. L’Artista si spense prematuramente nella sua città dopo una intensa attività artistica.[115]

 

 

 

EZECHIELE GUARDASCIONE

                                                                                    (*Pozzuoli 2/09/1875 † 1948)

 

Cominciò a muovere i primi passi del mondo dell’Arte presso l’Istituto di Belle Arti di Napoli, sotto la direzione del Palizzi. I soggetti da lui preferiti furono le marine del porto di Napoli e Pozzuoli nelle ore misteriose e silenti. Fu un impressionista d’ingegno vivace e versatile, lavorò con la stessa disinvoltura a tempera ed a olio. Per quanto fosse stata vasta la sua produzione artistica non prese parte a molte esposizioni. Dimorò a Pozzuoli ed a Napoli.

            Nel 1910 ebbe uno studio natante: una zattera messa a sua disposizione da un grande industriale del carbone, Roberto De Sanna, che fu per un certo tempo anche impresario del teatro S. Carlo, un vero e proprio self-made man amico ed ispiratore di Eduardo Scarfoglio.

Quando Roberto De Sanna vide alcune macchie – racconta il Guardascione in Napoli pittorica – mi domandò se conoscevo il latro del porto dover si attraccavano i grandi vapori del

carbone. Andate mi disse, telefonerò al capo guardiano che si mettea a vostra disposizione. Così ebbi una vecchia zattera sulla quale era stata costruita una specie di baracca che venne imbiancata al mio arrivo”.

Le opere del Guardascione dipinte in quel tempo costituirono un’interpretazione visionaria della vita portuale di una grande città; un tema ricorrente nella pittura liberty specie in quella belga, che Guardascione rese attraverso un colore fuligginoso, mentre le forme si impastavano in un’atmosfera grigia, in cui emergevano, come fantasmi, sartiame, gru, fumaioli, in un intrigo fitto di segni neri che davano un senso dinamico ed inquieto del porto.[116]

Si ricordano di lui alcune opere presentate alle Mostre della Promotrice Salvator Rosa, che hanno avuto un ottimo successo. Nel 1897 espose il dipinto Verso Sera, nel 1904 Paranzelle (in b/n), fu acquistato dalla Società e fu destinato al Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio; Barche a sera e Marina di Pozzuoli; nel 1911, Nel Porto, Sera, premiato con medaglia d’oro piccolo conio del R. Istituto d’Incoraggiamento di Napoli ed acquistato dall’ing. Comm. Achille Minozzi, il Pino, Barche, fu offerto gentilmente dall’autore alla Società, e fu destinato alla Banca Generale della penisola sorrentina. Nel 1898 a Torino prese parte all’Esposizione Nazionale, Cinquantesimo anniversario della proclamazione della Statuto con il dipinto dal titolo: Nel Pantano.[117]

 

 

 

 

 

Foto n.1:         Arma del duca Riccardo V de’Sangro (fonte privata).

 

Foto n.2:         Napoli – Museo Civico “G. Filangieri principe di Satriano”- G. M. Delle Piane – anno 1741, ritratto di

                       Nicolò de’Sangro.

 

Foto n.3:         Napoli – Museo Civico “G. Filangieri principe di Satriano” – F. Liani (attribuito a) – Ritratto di

                      Domenico de’Sangro

                                           

Foto n.4:         Napoli – Museo Duca di Martina – S. Postiglione – Ritratto di Placido de’Sangro, duca di Martina.

 

Foto n 5:         Ritratto di Riccardo de’Sangro (Archivio privato Davide Shamà).

 

Foto n.6:         Archivio Storico Diocesi di Ascoli S.- CerignolaReali Siti, libro IV anni 1795 – 1798, Elenco degli

                        arredi sacri richiesti dal vescovo de Tomasi al duca de’ Sangro.

                         

Foto n.7:         Orta Nova – chiesa del SS. Crocifisso - torre campanaria - Arme di Nicola de’ Sangro sulla campana.

 

Foto n.8:         Bassorilievo con l’immagine della Madonna delle Grazie sulla campana.

 

Foto n.9:         Archivio Storico Diocesi di Ascoli S. – CerignolaReali Siti, libro V, anno 1798  – Lettera di Michele

                        Filangieri con la quale comunica il periodo di fornitura degli arredi sacri e della campana.

 

Foto n.10:       Napoli – Piazzetta NiloPalazzo dei duchi di Sangro già dei marchesi di San Lucido – Arme dei

                       Marchesi di San Lucido sulla volta del vestibolo.

 

Foto n.11:       B.C.M.F. – Archivio privato Caracciolo de’Sangro -  Buccino Generale, b. 172, fasc. 15. Modello in

                        stampa con l’Arme di Nicola de’Sangro utilizzato per la nomina periodica del curato, dell’economo e del

                        cappellano per la chiesa di S. Maria delle Grazie di Orta.

 

Foto n.12:       Archivio Storico Diocesi di Ascoli S.- Cerignola – autore ignoto, ritratto di mons. Emanuele de Tomasi

                       vescovo dal 1771 al 1807.

  

 

 

 

 

 

Fonti documentarie

 

 

 

Archivio di Stato di Napoli:

 

Sez. Diplomatica – Politica:

-          Archivi Privati: Archivio Serra di Gerace.

-          Repertorio dei Quinternioni Feudali.

-          Refute dei Quinternioni.

-          Significatorie dei Relevi.

-          Cedolari dei Feudi: San Lucido.

 

Archivio Privato della Commissione Araldica Napoletana:

-          Platea delle Famiglie nuovamente ascritte al Libro d’Oro.

-          Libro d’Oro altri Registri di Nobiltà ed Ordini Cavallereschi.

-          Platea delle Famiglie Patrizie Napolitane.

 

Archivio Centrale dello Stato:

 

-          Archivio della Consulta Araldica – Presidenza del Consiglio dei Ministri.

 

Archivio Storico diocesi di Ascoli S. – Cerignola:

 

-          Reali Siti: Voll. IV e V.

 

Archivio di Stato di Foggia:

 

-          Dogana delle pecore di Puglia, s. I. – Amministrazione del Tavoliere s. II.

 

Biblioteca Comunale di Martina Franca:

 

Archivio Privato Caracciolo – de’Sangro:

-          Buccino Generale.

-          Successioni.

-          Filiberto CAMPANILE, Storia della Famiglia de’Sangro, dattiloscritto inedito.

 

Biblioteca Nazionale di Napoli:

 

Sez. Manoscritti e Rari:

-          mss. nn. XA . 40 – XA . 41 – XA . 42 – XA . 45 – XIV F 32 – XVII 25 – XVIII . 46.

 

 

Abbreviazioni

 

ASNA: Archivio di Stato di Napoli.

ASFG: Archivio di Stato di Foggia.

ASDA: Archivio Storico della Diocesi Ascoli S. – Cerignola.

BCMF: Biblioteca Comunale di Martina Franca.

BNNA:            Biblioteca Nazionale di Napoli.

r. :                   recto

v. :                   verso

b. :                   busta

fasc.:               fascicolo

f.:                    foglio

c./cc.:              carta/e

vol.:                 volume

voll.:                volumi

pag. :               pagina

pp.:                  pagine

duc.:                ducato/i

ms./mss.:         manoscritto/i

s.:                    serie

n./nn.:              numero/i

segg.:               seguenti

op. cit.:            opera citata

doc. cit.:          documento citato

 

La pubblicazione della foto del duca di Martina è stata autorizzata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dalla Soprintendenza Speciale per il Polo Museale di Napoli.

La pubblicazione delle foto dei duchi di Sangro è stata autorizzata dal Museo Civico “Gaetano Filangieri Principe di Satriano” di Napoli.

La pubblicazione della foto del vescovo de Tomasi è stata autorizzata dalla Curia Vescovile di Ascoli Satriano – Cerignola.

La pubblicazione dei documenti d’archivio è stata autorizzata dalla biblioteca Comunale di Martina Franca e dalla Curia Vescovile di Ascoli Satriano – Cerignola.

 

E’ tassativamente vietata ogni ulteriore riproduzione o duplicazione con qualsiasi mezzo.

 

© Il presente saggio è di esclusiva proprietà di Lucia Lopriore che si riserva tutti i diritti sul testo e sulle immagini http://www.iagi.info/genealogienobili

 

 


 

[1]Un particolare ringraziamento è rivolto all’amico Davide Shamà, proprietario e direttore di questo sito con Andrea Dominici Battelli, per la disponibilità e la collaborazione accordata, nonché per il validissimo contributo dato a questo studio. Ringrazio altresì l’amica prof.ssa Colomba Masotti, storica dell’Arte, per il commento storico-artistico in Appendice. Il presente saggio è tratto dall’articolo dell’Autrice dal titolo: L’aristocrazia napoletana tra Capitanata e Valle d’Itria: i duchi di Sangro storia della famiglia dalle origini ad oggi, in “La Capitanata” n. 19/2006, Biblioteca Provinciale di Foggia, Foggia 2006, pag. 63 e segg.

[2] Alfonso GAMBARDELLA, Il centro antico, in  AA.VV., I beni culturali per il futuro di Napoli, Electa, Napoli 1990, pp. 22 e 23.

[3] Le loro consorti erano denominate Dame di Piazza.

[4] Lucia LOPRIORE, I Pignatelli in Capitanata, in “La Capitanata” n. 14/2003, Biblioteca Provinciale di Foggia, Foggia 2003, pag. 163 e segg.

[5] Anna Maria SIENA CHIANESE, La Nobiltà Napoletana Oggi, Incontri, Gallina, Napoli 1995, pag. 14 e segg.

[6] Ibidem.

[7] Michele DE SANGRO – Carlo BERNARI, Storia dei Borboni, Lito Rama, Napoli 2001, (rist. anast. del 1884), passim.

[8] Angelantonio SPAGNOLETTI, Stroria del Regno delle Due Sicilie, il Mulino, Bologna 1997, pag. 106.

[9] A tale riguardo Nicola della Monica riferisce che il duca d’Andria, giustiziato il 4 settembre del 1799 a Piazza Mercato, volle farsi decapitare in posizione supina per vedere la scure recidergli il capo. Questo gesto di “guardare in faccia la morte” fu riferito a Ferdinando IV che esclamò cinicamente: “O’ duchine ha fatte o’ guappe fine all’ultme! .” Cfr. Nicola DELLA MONICA, Le grandi famiglie di Napoli, Newton & Compton, Roma 1998, pag. 123.

[10] Ibidem, pag.10 e segg.

[11] Giacomo BUGNI, Le investiture de’Feudi Longobardi dissertazioni sulla famiglia de’Sangro, Tipografia F.lli Testa, Napoli 1870.

[12] A tal fine Shamà fa riferimento a fonti quali l’Archivio Serra di Gerace e all’opera dell’Ammirato, che ritiene inaffidabili per la parte antica, perché non riescono a determinare esattamente tutti i collegamenti tra le numerose linee che costituivano i de’Sangro ancestrali. Cfr. le genealogie in questo sito alla voce de’Sangro linea antica e Scipione AMMIRATO, Delle famiglie nobili napoletane, Firenze, 1580 e1651.

[13] A tale riguardo sia Domenico, I° duca di Sangro, sia suo figlio Nicola, vantano l’appartenenza francese della casata con l’affermazione : “Degli Antichi duchi di Borgogna, e Conti de’Marsi[…]”. Cfr. nel fondo BCMF, Archivio privato Caracciolo – de’Sangro, Buccino Generale, b. 172, fasc. 15, dell’Archivio privato di famiglia custodito a Martina Franca nella biblioteca comunale ed il ritratto di Domenico custodito nel Museo Filangieri di Napoli.

[14] ASNA, Sez. Diplomatica – Politica, Archivi Privati: Archivio Serra di Gerace, vol. III, cc. 1187r, 1200r, 1204r e 1212r ; vol. VI, cc. 2063r, 2064r, 2065r, 2066r.

[15] Evelyn JAMISON, Catalogus Baronum, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1972, pag. 204 e segg.; Enrico CUOZZO, Catalogus Baronum, Commentario, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma 1974, pag. 320 e segg.

[16] Ibidem e cfr.  le genealogie in questo sito.

[17] Lina SANSONE VAGNI, Raimondo di Sangro Principe di San Severo, Bastogi, Foggia 1992, pag. 3 e segg.

[18]Ibidem e cfr. le genealogie in questo sito.

[19] Ferrante DELLA MARRA, Famiglie estinte, forestiere, o non comprese ne’ Seggi di Napoli, imparentate colla Casa della Marra, Napoli 1641, pag. 94.

[20] Ibidem.

[21]Alfredo PETRUCCI, I più antichi documenti originali del comune di Lucera in  Codice Diplomatico Pugliese continuazione del Codice Diplomatico Barese vol. XXXIII, Bari 1994, pp. 15 e 17. E inoltre utile segnalare che una sorella del cardinale Gentile di Sangro sposò probabilmente Francesco d’Evoli Conte di Trivento (vivente verso il 1390).

[22] Filiberto CAMPANILE, L’historia dell’Illustrissima Famiglia de’Sangro scritta dal signor Filiberto Campanile, Tipografia Tarquinio Longo, Napoli 1615, pag. 67 e segg.

[23] Berardo CANDIDA GONZAGA, Memorie delle Famiglie Nobili delle province meridionali d’Italia, Forni, Bologna 1969, vol. III, pag. 213.

[24] Cfr. le genealogie in questo sito.

[25] Clara MICCINELLI, Il Tesoro del Principe di Sansevero luce nei sotterranei, S.E.N., Ercolano 1984, pag. 183 nota n. 5. Il Gentiluomo di Camera con Esercizio aveva il libero accesso agli appartamenti reali, era normalmente scelto tra i primogeniti delle grandi famiglie del Regno e così le Dame. Il titolo era riconosciuto tale presso tutte le corti della Real Famiglia Borbone e viceversa. Il segno distintivo era una chiave che gli veniva assegnata e gli consentiva di entrare fino alle quattro anticamere reali antecedenti la sala del Trono senza essere annunciato. La chiave era il distintivo dell’incarico riconosciuto, molto ambito perché simboleggiava la grande fiducia che il sovrano riponeva in lui autorizzandolo al libero accesso nei propri appartamenti. Sul dado erano incise le iniziali V.R.S. (Vitae Regis Securitas). Essa era portata sul fianco posteriore destro della giamberga sospesa a due bottoni d’oro.

[26] Nicola DELLA MONICA, Le Grandi … op. cit., Roma 1998, pag. 323 e segg.

[27] Clara MICCINELLI, Il Tesoro… op. cit. pag. 89 e segg.

[28] Ibidem, Testamento olografo di Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero,  tav. XXXII, sez. A.

[29] Ibidem, pag. 325 e segg.

[30] Vittorio SPRETI, Enciclopedia Storico Nobiliare Italiana, Forni, Bologna 1969, Vol. VI, pag. 88 e segg., Francesco BONAZZI DI SANNICANDRO, Famiglie Nobili e Titolate del Napolitano, Napoli 1902, pp. 214, 215 e 216. I duchi de’Sangro furono ascritti al Patriziato Napoletano del Seggio del Nido dal 1507 e furono decorati del titolo di duchi di Sangro. Successivamente furono decorati del titolo di duchi di Martina Franca con l’anzianità di conti di Caggiano dal 1498, di conti di Brienza e conti di Buccino conciessi originariamente il primo nel 1428 e l’altro nel 1499 e riconosciuti tutti con Rescritto Reale del 22 luglio 1852 e D.M. del 1893.

[31] Paolo MACRY, Ottocento. Famiglia, èlites e patrimoni a Napoli, Torino 1988, passim, e Rossella RAGO, I D’Errico di Palazzo San Gervasio tra fine Settecento e metà Ottocento: ascesa sociale e patrimoniale, in Bollettino Storico della Basilicata, n. 18 a. 2002, pag. 147 e segg.

[32] Tra i numerosi contributi  sull’argomento si segnalano quelli dei seguenti autori: Angelo MASSAFRA, Giurisdizione feudale e rendita fondiaria nel Settecento napoletano: un contributo alla ricerca, in Società e Storia  n. 9 1980 pag. 252; Raffaele COLAPIETRA, Capitanata, in G. GALASSO e R. ROMEO, Storia del Mezzogiorno, Roma, 1986, vol. VII pag. 27 e segg.; G. MARESCA, Le ultime intestazioni feudali registrate nel Cedolario di Capitanata, in Rivista Araldica, 1954 pp. 13-14. M. A. VISCEGLIA, Rendita feudale ed agricoltura in Puglia nell’età moderna (XVI.XVIII sec.) in Società e Storia, n. 9 1980, pag. 528.

[33] ASNA, Sez. Diplomatica – Politica, Archivi Privati: Archivio Serra di Gerace, vol. III cc. 1200r. e 1204r. e Filiberto CAMPANILE, L’Historia dell’Illustrissima … op. cit., Napoli 1615, passim.

[34] Erasmo RICCA, La Nobiltà delle due Sicilie, Forni, Bologna 1978, vol. IV, pag. 433. Tra i Feudatari di Serino risulta Giovanni Battista Della Tolfa, 2° conte di Serino, il quale sposa in seconde nozze Giovanna Carafa, marchesa di S. Lucido.

[35] Ferdinando UGHELLI, Italia Sacra sive de episcopis Italiae, Napoli 1721, vol. I, pag. 1348; AA.VV., Cronotassi iconografia e araldica dell’episcopato pugliese, CRSEC, Bari 1986, pag. 302; Giuseppe RUBINO, Vescovo e personaggi illustri di Aecae e Troya, Troia 1997, pag. 39.

[36] Ringrazio per la segnalazione l’amico Carmine de Leo ed il dott. Francesco Picca, storico dell’Arte. Si tratta del verso di un pluteo risalente al VI secolo d. C. sul cui recto appare in rilievo un clipeo ornato da una croce latina. Il reperto rinvenuto presso la chiesa della SS. Annunziata di Foggia è stato recentemente studiato e catalogato tra i reperti custoditi presso il Museo Civico di Foggia. Cfr. Giuliana MASSIMO, Le sculture medievali del Museo Civico di Foggia, in Atti del 22° Convegno di Preistoria, Protostoria e Storia della Daunia – a cura di Armando Gravina, S. Severo 2001/2002, pag. 48 e segg.

[37] BCMF, Archivio privato Caracciolo - de’Sangro, Successioni, b. 8/3, Capitoli Matrimoniali del 17/11/1764 tra Giovanni Battista de’Sangro e Beatrice d’Afflitto.

[38] Su alcuni documenti dell’archivio privato de’Sangro i figli sono menzionati con il titolo di conte. Più appropriato risulta essere quello di Patrizio Napolitano esteso a tutti i discendenti maschi. Cfr. le genealogie in questo sito.

[39] Ibidem, b. 8/8, copia dell’Istrumento del 1 dicembre 1752 tra Luzio, Placido e Domenico De’ Sangro  in favore del Sig. duca di Gravina e duca d’Andria per duc. 1200 dai medesimi pagati al compimento di duc. 1740 fra i duc. 8000 assegnati in maritaggio dal Monte delle 29 famiglie alla fu donna Beatrice d’Afflitto. Notaio Antonio Maria Porzio di Napoli. Il fascicolo non presenta numerazione delle carte.

[40] Giuseppe LANDI, Istituzioni di Diritto pubblico del Regno delle Due Sicilie, Milano 1977, Tomo I, pag. 148. L’Insigne Real Ordine di S. Gennaro fu istituito da Carlo III di Borbone con R. D. del 7 luglio 1738, esso era costituito da una sola classe di Cavalieri in numero di 60, per esservi ascritti bisognava presentare le prove dei quattro quarti di nobiltà.

[41] Il titolo fu conferito sul cognome.

[42] Berardo CANDIDA GONZAGA, Memorie delle famiglie … op. cit., Bologna 1969, vol. III, pag. 215, e V. SPRETI, Enciclopedia Storico … op. cit., Forni, Bologna, 1969, vol. VI, pag. 88 e segg.

[43] L’altro loro fratello, Nicolò, era deceduto nominando eredi universali dei suoi beni Domenico e Placido i quali gli diedero sepoltura facendo erigere un monumento funebre nel cappellone del Crocifisso presso la Basilica di S. Domenico Maggiore a Napoli. Tale monumento sormonta quello dell’antenato Placido de’Sangro. Queste sono le uniche tombe rinvenute appartenenti a questa linea della casata; dell’ubicazione delle tombe relative agli altri membri della famiglia, nonostante l’approfondita ricerca, non si è avuta notizia.

[44] Il documento non riporta né l’elenco delle proprietà assegnate, né il corredo, né altro.

[45] BCMF, Archivio privato Caracciolo - de’Sangro, Successioni, b. 8/8, c. 92r, Capitoli Matrimoniali tra Domenico de’Sangro e Maria Teresa Montalto di Fragnito. Atto stipulato il 13 gennaio 1751, notaio Onofrio de Cintiis di Napoli.

[46] Secondo la studiosa Sansone Vagni il palazzo fu fatto edificare dai Marchesi di S. Lucido, ella ne fa risalire il possesso ai prodi Nicolò e Placido de’Sangro. Cfr. Lina SANSONE VAGNI, Raimondo… op. cit. pag. 410 e segg.

[47] Il palazzo fu abitato per un certo periodo dal principe Gesualdo con la moglie ed i motivi che spinsero quest’ultimo a commissionare l’uxoricidio non sono da ricercarsi nel delitto d’onore, come apparentemente si crede, ma in celate ragioni politiche che riguardavano il duca d’Andria, ben noto per la sua pericolosa e scomoda irrequietezza politica, anche perché il modo in cui fu perpetrato il duplice delitto non rispettava le regole dettate dal codice cavalleresco. Cfr. Lina SANSONE VAGNI, Raimondo … op. cit., pp. 407, 408 e 409.

[48] Condizione fondamentale per la nobiltà era l’ostentazione del potere anche attraverso il possesso di dimore imponenti.

[49] Cfr. il contributo della prof.ssa Colomba Masotti in Appendice.

[50] Arme della famiglia d’Afflitto: di Oro e di Azzurro; l’oro, simboleggia la ricchezza, la potenza, la gloria e lo splendore, l’azzurro è il simbolo dell’altezza, santità e castità difesa da Dio. Cfr. Carlo DE LELLIS, Famiglie Nobili del Regno di Napoli, Forni, Bologna 1968, vol. III, pag. 138.

[51] Scipione MAZZELLA, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli 1601, pag. 739. Arme della famiglia Frangipane della Tolfa: di Azzurro alla Torre d’Argento.

[52] Arme della famiglia de’Sangro.

[53] Onorificenza conferita a tutti i membri di questa casata. Questo Ordine cavalleresco fu istituito nel 1429 da Filippo il Buono, duca di Borgogna, conciesso ad esponenti dell’alta nobiltà e destinato ad assicurare la diffusione ed il prestigio della fede cattolica, è anche detto: “Ordine di collana”. Cfr. Giuseppe LANDI, Istituzioni di Diritto… op. cit. Tomo I, pag. 148 e Giovanni SAITTO, Poggio Imperiale, Storia usi e costumi di un paese della Capitanata, Edizioni del Rosone, Foggia 1997, pag.45 nota n. 67.

[54] Il danneggiamento dell’affresco non consente una chiara lettura dell’icona che appare nella croce di colore amaranto. Da un confronto con alcuni studiosi emergono le seguenti ipotesi: che tale croce affrescata, potrebbe essere quella appartenente all’Insigne Real Ordine di San Gennaro, vista anche l’analogia della collana che rifinisce la croce, ma in questo caso, non corrisponderebbe al periodo in cui l’affresco fu dipinto. L’Ordine di San Gennaro fu fondato nel 1738, quindi, in un periodo di molto successivo alla fine del Seicento, epoca in cui risale il matrimonio di Giovanni Battista e quindi la composizione dell’Arma. Un’altra ipotesi potrebbe essere quella secondo la quale l’Ordine cui fa riferimento l’iconografia e stato aggiunto in seguito, per esempio in occasione di un restauro del palazzo. Oppure, altra ipotesi: la croce potrebbe appartenere al S.M.O.M., ed in questo caso corrisponderebbe il periodo storico, in quanto l’Ordine di Malta fu fondato nel 1012 e confermato nel 1124 da Papa Onorio II, ma, la collana che appare nell’affresco non corrisponderebbe a quella riconosciuta dall’Ordine di Malta. La conclusione è che senza un’adeguata chiave di lettura dell’immagine, si può solo ipotizzate l’appartenenza ad uno degli Ordini, non  si può averne la certezza. Cfr. DIDEROT et D’ALEMBERT, Encyclopédie ou dicionnaire raisonné des sciences, des arts ed des métiers, Libritalia, Napoli 2000, rist. anast. del 1772, pag. 22. Alla voce Blasoni ed Araldica

[55] Lina SANSONE VAGNI, Raimondo … op. cit. pp. 410, 411 e 412.

[56] Nell’archivio privato Caracciolo - de’Sangro depositato presso la Biblioteca Comunale di Martina Franca, nel fondo Buccino Generale, sono elencate nei documenti le proprietà di Nicola Maria.

[57] Sulla volta e sulla porta di uno degli appartamenti al piano nobile è ancora visibile l’arme della famiglia: di oro alla fede di carnagione vestita di rosso in fascia movente dai fianchi dello scudo tenente fra le mani un ramo di olivo fruttato e fogliato al naturale; cimiero: cavallo nero nascente. Cfr. Vittorio SPRETI, Enciclopedia storico… op. cit. Forni, Bologna 1969, vol. IV, pag. 306.

[58] BCMF, Filiberto CAMPANILE, Storia della famiglia di Sangro, dattiloscritto inedito, pag. 1/d.

[59] Distintisi per le loro gesta nella battaglia di Velletri combattendo contro gli austriaci.

[60] BCMF, Archivio privato Caracciolo – de’Sangro, Successioni, b. 7/2, c. 15r, Capitoli Matrimoniali tra Nicola de’Sangro e M. Giuseppa Carafa, stipulati il 10 novembre 1794, notaio Filippo Palomba di Napoli.

[61]Aquilina OLLEIA, Ricerca documentaria sui Reali Sposi all’Archivio Segreto Vaticano, in AA.VV., Foggia Capitale, La Festa delle Arti nel Settecento, Electa, Napoli 1998, pp. 256 e 259, Appendice f. 123r. L’onorificenza fu conferita il 24 giugno di quell’anno in occasione delle nozze a Foggia tra Francesco I e M. Clementina d’Austria.

[62]Anna Maria ROMANO, Manifattura Napoletana, in AA.VV., Foggia Capitale… op. cit., pag. 178.

[63] Da un recente sopralluogo si è rilevato che l’epigrafe è stata rimossa e non sono giunte notizie sulla sua destinazione.

[64] Giuseppe LANDI, Istituzioni di diritto … op. cit., tomo I, pag. 151.

[65] BCMF, Filiberto CAMPANILE, Storia della Famiglia di Sangro, dattiloscritto inedito, pag. 1/d, e BNNA, Sez. Manoscritti e Rari, mss. nn.: XA . 42 c.15r, XA . 41 c. 31r, XA . 45 c. 188r, XIV . F 32 c. 128 r, XVII . 25 c 188r, XVIII . 46. c. 133r.”Notizie sulle principali Famiglie del Regno delle Due Sicilie”. Il titolo riguarda l’ultimo manoscritto.

[66] Si riprende in questa sede il discorso già avviato nel contributo Diritto di Patronato del Duca de’Sangro sulle chiese di Orta di Capitanata e rapporti con il vescovo di Ascoli Satriano, pubblicato sul n. 10/2001, in “La Capitanata”, Biblioteca Provinciale di Foggia, Foggia 2001, pag. 149 e segg.

[67] Addolorata SINISI, I beni dei Gesuiti in Capitanata nei secoli XVII e XVIII, C.E.S.P., Napoli 1963, pp. 49 e 50. Cfr. Lucia LOPRIORE, Origine dei Reali Siti, antica e nuova censuazione, in questo stesso sito.

[68] BCMF, Archivio Privato Caracciolo - de’Sangro, Buccino Generale, b. 170, fasc. 2, c. 30r., Notaio B. Capobianco di Napoli, atto del 19 dicembre 1795. Istrumento della vendita del Real Sito di Orta in Burgensatico, fatta dalla Real Azienda di Educazione al Sig. Duca de’Sangro. Per l’acquisto ed a garanzia del debito contratto con la Reale Azienda di Educazione, Matteo Scherini aveva acceso un’ipoteca legale sui beni immobili di sua proprietà consistenti in: “[…] una Casa grande del Borgo di Loreto, un’altra casa sita nel Vicolo delle Chianche di Toledo, un Casino a Portici, diversi Arrendamenti, ed infine una Masseria sita a Torre del Greco nel luogo detto Soda […]”.

[69] Il duca cominciò ad effettuare i versamenti ancora prima della definitiva stipula dell’Istrumento, cfr. BCMF, Archivio Privato Caracciolo – de’Sangro, Buccino Generale, b. 170, fasc. 2, c. 89r., Notaio B. Capobianco di Napoli, atto del 19 dicembre 1795, Istrumento… doc. cit.

[70] BCMF, Filiberto CAMPANILE, Storia della… op. cit., ibidem, Archivio Privato Caracciolo – de’Sangro, Buccino Generale, b. 170, fasc. 2, c. 65r e segg., Notaio Bernardo Capobianco di Napoli, atto del 19/12/1795, Istrumento della vendita del Real Sito di Orta in Burgensatico fatta dalla Real Azienda di Educazione al Sig. Duca de’Sangro. La somma di 12526 ducati fu versata a mezzo fede di deposito del Banco della Pietà di Napoli. In tale occasione furono fidejussori del duca: il principe di Melissano Don Giovanni Battista Caracciolo, Don Nicola Caracciolo e Donn’Anna Francesca Spinelli, conte e contessa di Trivento, tutti suoi parenti nella linea dei d’Afflitto, di tale famiglia facevano parte sia la nonna di Nicola, Beatrice, sia la zia Stefania, vedova di Luzio de’Sangro, fratello di Domenico. I titoli di principe di Scanno, duca di Barrea e conte di Trivento, passati a Stefania dopo la morte di suo fratello, furono trasmessi ai principi Caracciolo di Melissano dopo la morte della stessa Stefania per Maggiorasco. Cfr. Berardo CANDIDA GONZAGA, Memorie delle famiglie… op. cit., vol. I, pag. 71.

[71] ASFG, Amministrazione del Tavoliere, Scritture dell’Ufficio, s. II, b. 17, fasc. 4, cc. 6v e 8r., e BCMF, Archivio Privato Caracciolo – de’Sangro, Buccino Generale, b. 170, fasc. 2, c. 1r e segg., Notaio Bernardo Capobianco di Napoli, atto del 19/12/1795, Istrumento … doc. cit.

[72] Quasi sempre tale diritto era conciesso ai signori del villaggio o ai feudatari. Chi godeva dello ius patronatus era obbligato a rispettare le condizioni stabilite all’atto del godimento del diritto. Cfr. Emma GESUALDI, Il patrimonio della Mensa vescovile di Bovino in una platea del 1694, in La Capitanata, a. XXV – XXX n. 1, Foggia 1998, Biblioteca Provinciale di Foggia, pag. 201.

[73] Attuale chiesa dell’Addolorata.

[74] Attuale chiesa del Purgatorio annessa a quella di S. Maria delle Grazie.

[75] BCMF, Archivio Privato Caracciolo – de’Sangro, Buccino Generale, b. 170, fasc. 2, c. 1r e segg., Notaio B. Capobianco di Napoli, atto del 19/12/1795, Istrumento… cit. In tale atto, tra i patti stabiliti al paragrafo XII si legge: “Che debbansi al Compratore nell’atto del possesso consegnare le copie in forma valida di tutti gli Istrumenti, e Scritture, che trovansi fatte fra la Reale Azienda, e gli attuali Censuarj, Fittuarj, Fidatarj, Coloni, Detentori de’ beni del suddetto Real Sito d’Orta; per aversi dal Compratore medesimo la certa notizia del tempo delle rispettive scadenze, e per poter nel tempo debito astringere al pagamento li rispettivi debitori per causa di censo, di affitto, di Fida, e per qualsivoglia altro titolo; senza che detto Compratore sia tenuto a pagamento alcuno per le suddette copie d’Istrumenti, e Scritture da consegnarseli.”

Al paragrafo XIII si legge: “Che sia lecito alla persona nominanda  espellere dalle rispettive conciessioni quegli Enfiteuti che o si troveranno morosi, o pure avranno controvenuti ai patti apposti ne’ rispettivi Istrumenti di concessione; e che possa la medesima proseguire contra detti Enfiteuti li giudizi di devoluzione, già da detta Reale Azienda introdotti nella Regia Dogana di Foggia.”

Il paragrafo XV inoltre, stabilisce: “Che sia in piena libertà del Compratore di fare quell’uso, che meglio gli piacerà di tutti li territorj, e stabili annessi a detta Real Casa, devoluti che saranno li censi, ed estinti gli affitti de’ rispettivi corpi descritti uno per uno nel quì inserto distinto Notamento, e sua Aggiunzione: e che qualunque diritto all’Azienda suddetta appartenga, tutto s’intenda passato, e trasfuso al Comp., e per esso nella persona nominanda.”

Al paragrafo XVI si legge: “Che siano tenuti li Fittuarj, e Coloni del medesimo Real Sito pagare alla persona nominanda la rata dell’estaglio a die captæ possessionis, senza attendersi qualunque patto in contrario, che tra loro, e la detta Reale Azienda vi fusse.”

Il paragrafo XVII stabilisce: “Che la nomina e destinazione del Curato, Economo, e Guardiano sia del Compratore: e che al medesimo si trasferisca qualunque diritto di patronato, ed altro sulla Parrocchia, che alla Reale Azienda di Educazione appartenga, o possa appartenere.”

Il paragrafo XI stabilisce: “Si venderanno i beni suddetti al Compratore con tutti i diritti, che rappresenta sopra di essi la Reale Azienda di Educazione: giacché i corpi suddetti si trovano o affittati, o censiti; né vi ha la Reale Azienda di Educazione Doti, o Attrezzi, se non ciò che risulta dà rispettivi istrumenti di censuazioni, ed affitti […].”

[76] Archivio Storico della Diocesi di Ascoli S. – Cerignola, Reali Siti, Volume IV, anni 1795-1798, c. 61r, lettera del 02/03/1796.

[77] Cfr. AA.VV., Memoria Diocesis Asculi Satriani, Napoli 1853, pag. 140, e CRSEC, Cronotassi… op. cit., pag. 99.

Nacque a Napoli il 25 dicembre 1721, fu Vicario Generale della Metropolia di Benevento, eletto Vescovo della Diocesi di Ascoli Satriano ed Ordona il 16 dicembre 1771 continuò la sua opera pastorale fino al 1807. Era dottore in Utriusque Iuris molto versato nelle lettere, nelle materie scientifiche e nelle sacre scritture, conferì alla Cattedrale di Ascoli l’attuale stile architettonico arricchendola con stucchi, pitture, anaglifi, altari, balaustre marmoree corredandola, inoltre, di sacre suppellettili d’argento. Ampliò il seminario e l’episcopio fondò l’orfanotrofio per fanciulle assegnando loro una dote di 300 ducati d’oro da corrispondere ogni anno a cura della mensa vescovile; celebrò il Sinodo diocesano nel 1735 di cui si custodiscono le bozze presso l’Archivio Storico della Diocesi di Ascoli, gli originali, purtroppo, furono distrutti per mano di ignoti. Decorò i canonici del fiocco color paonazzo sul cappello e delle calze del medesimo colore. Pur avendo seri problemi di salute continuò a svolgere il suo ministero con tranquillità, celebrava la S. Messa quotidianamente ed amava recitare il sermone al popolo durante le celebrazioni religiose tenute nei giorni festivi.

Nell’agosto del 1775, Ferdinando IV assegnò alla Diocesi di Ascoli l’appartenenza dei 5 Reali Siti e Mons. De Tomasi impiegò tutte le sue forze ed il suo zelo apostolico affinché in quelle zone vi fosse una rifioritura della vita cristiana, furono infatti numerose le visite pastorali svolte con paterna vigilanza. Cessò di vivere il 5 gennaio 1807 all’età di anni 85 compianto da tutti.

[78] Ibidem, Reali Siti, Volume IV, c.16r

[79] BCMF, Archivio Privato Caracciolo - de’Sangro, Buccino Generale, b. 170 fasc. 2 c. 84r, Istrumento…cit., dal documento si evince che il duca de’Sangro elesse suo procuratore Don Carlo Cesare Soriani di Napoli, il quale si recò ad Orta per prendere possesso dei beni acquistati.

[80] Il Vescovo ignorava che nel contratto di compravendita tra il duca de’Sangro e la Reale Azienda di Educazione le condizioni stabilite per le chiese di Orta fossero rimaste invariate.

[81] ASDA, cc. 18r, 49r, 51r.

[82] Ibidem, c. 53r, 57r.

[83] Ibidem, cc. 69r, 98r, 99r, 101r.

[84] Ibidem, c. 103r, dalla ricerca non è emerso né il prezzo pagato per la campana né da quale fonderia napoletana fosse stata costruita.

[85] Ibidem, c.120r.

[86] Giuseppe Colelli.

[87] ASDA, Reali Siti, Volume IV, c. 122r.

[88] Berardo CANDIDA GONZAGA, Memorie delle famiglie… op. cit., vol. I, pag. 223, e vol. VI, pag. 88, ed Erasmo RICCA, La Nobiltà… op. cit., vol. I, pag. 525. Principe di Arianiello, figlio di Cesare, 1° principe di Arianiello, di Giovanni ed Anna d’Aponte, e Marianna Montalto di Fragnito, figlia di Antonio e Maddalena Imperiale, di Domenico marchese di Latiano e M. Teresa Spinola. Fu l’ultimo principe di Arianiello, il titolo gli fu trasmesso dopo la morte del fratello Gaetano, illustre giurista ed illuminista; Michele fu Commendatore di più Ordini e nel 1808 fu nominato Presidente del Senato di Napoli, successivamente ricoprì la carica di Intendente della Provincia di Napoli, ebbe una sola figlia legittima che morì nubile. Cfr. Genealogia dei Filangieri in questo sito.

[89] Nell’Istrumento di acquisto del Sito d’Orta, tra le condizioni stabilite, era compreso anche il rifacimento della chiesa di S. Caterina; a tale riguardo l’ing. Coltellini aveva compilato il progetto di ricostruzione. Per ragioni non meglio accertate, però, la chiesa non fu mai ricostruita. Cfr. BCMF, Istrumento… doc. cit. c. 102 r.

[90] Ibidem, cc. 154r, 161r, 163r e 164r.

[91] Ibidem, c. 167r.

[92] Ibidem, Volume V, anno 1798, c. 14r.

[93] BCMF, Archivio Privato Caracciolo – De’Sangro, Buccino Generale, b. 170, carte varie; in un documento che elenca gli arredi per la Palazzina di Orta inviati al Vescovo in sostituzione di quelli danneggiati da Giuseppe Colelli, si evince che l’ingegnere della casa de’Sangro è il Dott. Mastiviani.

[94] Arme: Partito. A destra: di Oro a tre bande di Azzurro; a sinistra: di Rosso a tre fasce d’Argento. Scudo inscritto nell’insegna di Gran Croce del Sovrano Militare Ordine di Malta. Cimiero: due leoni uscenti affrontati al naturale codati di oro e lampassati; quello di sinistra caricato di stadera, simbolo della casata dei Carafa, al centro: drago nascente di verde lampassato. Ornamenti ducali.

[95] La didascalia sulla campana di chiara tendenza filoborbonica evidenzia la fedeltà del duca verso il sovrano con l’affermazione: “[…] Regali Munificentia Patronus […]”. Non è un caso che Don Nicola de’Sangro abbia fatto questa precisazione, poiché nel 1798, anno in cui fu donata la campana, com’è noto, nella capitale del Regno dilagava il giacobinismo che aveva già raccolto entusiastici consensi da parte di molti nobili, tra cui Ettore Carafa cognato di Nicola, i quali, come già accennato nella parte introduttiva di questo saggio, facendo propri i princìpi di libertà della rivoluzione francese cospiravano contro la monarchia. I pochi nobili rimasti fedeli al sovrano, quindi, evidenziavano la loro devozione anche attraverso gli scritti, così come si evince nell’atto relativo alla nomina del cappellano, del guardiano e dell’economo della chiesa di Santa Maria delle Grazie di Orta, rilasciato dalla segreteria della casa ducale de’Sangro, che recita: ”Spettando a noi per sovrana concessione […]”. Cfr. BCMF, Buccino Generale, b. 172, fasc. 15.

[96] Lucia PORTOLANO, Conduzione del patrimonio dei de’Sangro fra Ottocento e Novecento, in Umanesimo della Pietra, Martina Franca 1991, pp. 113-122. L’intero patrimonio dei Caracciolo dopo il decesso della stessa Aregentina avvenuto nel 1849 passò ai suoi figli Nicola e Placido che ereditarono i beni nel seguente modo: Nicola oltre ai titoli di conte di Brienza e conte di Buccino ebbe alcune masserie in territorio di Mottola, Placido ereditò il titolo di duca di Martina ed altre masserie in territorio di Mottola, Massafra, Taranto, Grottaglie ed Ostuni.

[97] Deceduto per coxite.

[98] Berardo CANDIDA GONZAGA, Memorie delle famiglie… op. cit., vol. III, pag. 215.

[99] Nicola DELLA MONICA, Le grandi famiglie… op. cit. pag. 332.

[100] Berardo CANDIDA GONZAGA, Memorie delle famiglie… op. cit., vol. V, pag. 10. Placido de’Sangro fu decorato del titolo di duca di Martina Franca il 20/05/1850, tale titolo, refutato dal fratello Nicola, gli fu trasmesso con i beni della casa Caracciolo di Martina per volere della madre. Alla sua morte il titolo di duca di Martina passò al fratello Nicola IV duca di Sangro, mentre il secondogenito di Nicola, Placido, con testamento del gennaio 1891 fu nominato erede universale dei suoi beni. Cfr. Lucia PORTOLANO, Conduzione… op. cit. pag. 114.

[101] BCMF, Filiberto CAMPANILE, Storia della famiglia… op. cit. pag. 1/f, dattiloscritto inedito; e ibidem, Successioni, bb. 9/5 anno 1849 e 9/6 anno 1858. Cfr. Vittorio SPRETI, Enciclopedia Storico … op. cit. vol. VI, pag. 92. Alla morte di Placido avvenuta nel 1911, i beni passarono ai figli di Giuseppe, suo defunto fratello: Riccardo, Giovanni Battista e Nicola. L’intera proprietà ereditata dai minori de’Sangro fu curata e seguita per i primi quindici anni del 1900 dal Cavalier Giulio Lecca Ducagini, secondo marito di Maria Guevara Suardo, vedova di Giuseppe de’Sangro. Cfr. Lucia PORTOLANO, Conduzione… op. cit. pag. 114.

[102] AA.VV., Il Museo Duca di Martina, Guide Artistiche Electa, Napoli, Napoli 1994, pp. 19 e 20.

[103] BCMF - Filiberto CAMPANILE, Storia della famiglia…, op. cit. pag. 1/f.

[104] Dopo il decesso dello zio, il patrimonio de’Sangro fu ereditato dai Monticelli Obizzi insieme ai cugini Carla e Blasco Notarbartolo. Questi hanno donato l’archivio di famiglia alla città di Martina Franca negli anni ’90 del 1900. La notizia è stata cortesemente fornita dalla signora Carla Notarbartolo di Villarosa.

[105] In tal senso un caso illustre è ad esempio la presenza di San Domenico nell’Annunciazione del Beato Angelico nel convento di San Marco a Firenze. Ma sulla stessa falsariga sono tutte le apparizioni a santi in meditazione. 

[106]Enrico GIANNELLI, Artisti Napoletani viventi, Tipografia Melfi & Joele, Napoli 1916 pag. 275.

[107] Paolo RICCI, Arte e Artisti a Napoli [1800 – 1943], Edizione Banco di Napoli, Napoli 1981 pag. 111.

[108]Enrico GIANNELLI, Artisti Napoletani…., op. cit.

[109]Paolo RICCI,  Arte e Artisti…, op. cit.

[110] A tal proposito sembrava promettente il  masso dietro il quale emerge la donna dai capelli fluenti  perché da una delle angolazioni delle istantanee passata allo scanner è parso che questi avesse il profilo del Vesuvio per cui si è verificato se la donna dietro di esso  potesse essere Partenope. Mentre per le figure abbracciate fluttuanti nell’aria si è ipotizzato potessero essere la personificazione dei venti del golfo di Napoli. Infine si è ravvisata, nella figura femminile a seno scoperto seduta in alto contro il tempietto, Venere perché affianco, un po’ più in basso, le siede l’unico putto di cui si distinguono delle ali ed è perciò riconoscibile in Cupido e, ancora, perché sotto Cupido compaiono due colombe, animali sacri alla dea. Le altre figure non essendo chiaramente leggibili non hanno permesso alcun tentativo di interpretazione. E’ da dire che al confronto incrociato tra fonti iconografiche, iconologiche e letterarie hanno retto solo le figure di Venere Cupido. Le altre angolazioni delle istantanee infatti non  hanno confermato quella suddetta e soprattutto la citazione figurata è troppo succinta  rispetto al mito di Partenope. Quanto alle figure aeree è da aggiungere che una  esse regge uno specchio a cui entrambe si specchiano e che nel loro volo sono accompagnate da putti uno dei quali  porta  aggrovigliato al braccio un serpente. Ebbene l’iconografia accertata più vicina ad una raffigurazione del genere è quella della Prudenza. Cfr. N. CECCHINI, Dizionario Sinottico di Iconologia, Bologna 1981, passim.

[111] Lorenzo GIUSTINIANI, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, vol. V, Forni, Bologna 1969, pag. 345.

[112] Berengario BIAGINI, Dizionario Biografico Degli Italiani, Istituto Enciclopedia Italiana, Roma 1990, vol. 38, pp. 45, 46 e 47.

[113] AA.VV., Dizionario Enciclopedico Bolaffi dei pittori e degli incisori italiani, Giulio Bolaffi Editore, Torino 1974, vol. 6, pp. 418 e 419.

[114]Ibidem, Torino 1975, vol. 9, pp. 192 e 193.

[115] AA.VV., Enciclopedia Italiana Treccani, Roma 1949, vol. XXVIII, pag. 98.

[116] Paolo RICCI, Arte … op. cit., pag. 111 e segg.

[117] Enrico GIANNELLI, Artisti Napoletani… op. cit., pag. 275.