La “Terra” degli albanesi 

 

 

La storia di Poggio Imperiale presenta dei tratti originali, connotati dalle bonifiche di  Placido Imperiale, “principe illuminato” che vi insediò una colonia albanese

 

 

di Teresa Maria Rauzino

 

 

 

La storia di Poggio Imperiale (FG), in questi ultimi anni, è stata indagata dai ricercatori Giovanni Saitto e Alfonso Chiaromonte, che hanno precisato circostanze ed eventi che hanno visto la loro comunità protagonista, nel suo piccolo, della grande storia. 

La vicenda è inquadrata nel contesto di  un’intera provincia: la Capitanata. Una terra, che per la favorevole posizione mediterranea fu, nel corso del tempo, un crocevia di civiltà e di culture, oltre che meta ambita di conquista militare. Una terra che si caratterizza, nell’area di Lesina, come una zona che gradualmente, a causa di eventi vari, si spopolò, assumendo l’aspetto di una terra paludosa, miasmatica, portatrice di malaria e di morte. La popolazione che abitava quei territori se ne andò via, in cerca di migliori condizioni di vita.

Ma ci fu anche gente che arrivò dalle opposte sponde dell’Adriatico: un nuovo insediamento, voluto fortemente dal principe Placido Imperiale per sperimentare anche nel feudo di Lesina le sue teorie illuministe, venne colonizzato da coloni provenienti dall’Albania, oltre che dalla Puglia, dalla Campania, dalla Basilicata, dalla Calabria.  

 

 

IL FEUDO DELL’AVE GRATIA PLENA

 

Il feudo di Lesina, all’inizio del XV secolo, era stato donato nel 1411 dalla regina Margherita di Durazzo alla Santa Casa dell’Annunziata di Napoli, “come voto per la recuperata salute e a scomputo dei propri peccati e di quelli degli augusti suoi congiunti”. L’Annunziata, retta da una confraternita laicale della famiglia Capece, era uno spazio nobiliare del quartiere di Capuana, arena di una gara di prestigio tra i nobili di quel Seggio.  L’ingente patrimonio della “Casa Santa”, formato da beni feudali sparsi in tutte le province del Regno, all’inizio del XVII secolo forniva una rendita annua di 5390 ducati, “per arrendamenti, fiscali, gabelle”, e per la direzione delle opere di carità (ospedale, brefotrofio, Conservatorio). Questi beni dal 1580 furono gestiti dal Banco dell’AGP (Ave Grazia Plena), definito lo “splendore del regno” per le sue vaste ricchezze e per le sue “immense opere di pietà”. ­La Casa dell’Annunziata tenne il feudo di Lesina per più di due secoli, fino a quando nel 1702 il suo Banco, “per cattiva amministrazione e per i continui prelievi di danaro fatti da Filippo IV per spese di guerra” fu dichiarato fallito, avendo contratto debiti per sei milioni di ducati. Il Sacro Regio Consiglio fece valutare il feudo di Lesina dal tabulario Donato Gallerano, che nel 1729 ne compilò un dettagliato “apprezzo”. Nel 1750 anche questo feudo dell’A.G. P.  fu posto in vendita sub hasta.

Quel bando d’asta ci è stato descritto in tutti i particolari da Giovanni Saitto, il quale precisa che i contendenti furono Domenico Cataneo, principe di San Nicandro e Placido Imperiale, principe di Sant’Angelo dei Lombardi. All’asta parteciparono i loro fiduciari; la spuntò Notargiacomo il quale, “per persona da nominare”, si aggiudicò il Feudo di Lesina. Placido Imperiale (che era appunto la persona da nominare)  l’8 marzo 1571 si aggiudicò il feudo per 104.201 ducati. Il prezzo finale dell’acquisto del feudo di Lesina fu di 108.256 ducati e 25 grana, in quanto ai precedenti 104.201 ducati occorsi al Notargiacomo per aggiudicarsi l’asta, si aggiunsero 800 ducati per altri beni che  il Gallerano non aveva calcolato nel suo apprezzo.

 

 

PLACIDO IMPERIALE, PRINCIPE “ILLUMINATO”

 

Il 3 Aprile 1753 l’acquisto del feudo ottenne il Reale Assenso da parte del Re di Napoli, Carlo III di Borbone. L’acquisizione del feudo dell’AGP da parte di Placido Imperiale coincise con gli anni in cui gli illuministi della corte partenopea, fra cui Ferdinando Galiani, esortavano il re Carlo III di Borbone  ad adottare nuovi provvedimenti per incrementare l’agricoltura nel Regno di Napoli, specialmente nel Tavoliere daunio.

Placido Imperiale era un  principe illuminato, «nato per il bene del genere umano», secondo una definizione molto in voga a quei tempi. Apparteneva ad una famiglia denominata Tartaro, di origine mercantile. Giovanni, il capostipite, intorno al 1100, si era trasferito in Italia, dopo essersi arricchito negli empori genovesi di Caffa e Tana, sulle sponde del  Mar Nero. A Genova, già nel XII secolo, la sua famiglia divenne “grandissima di nobiltà”, per usare una terminologia cara ai trattati di araldica. I discendenti furono chiamati a far parte degli “Otto Nobili”, massima autorità dell’epoca, ricevendo le più alte cariche della Repubblica, e collezionando onorificenze come il “Toson d’Oro”. Nel 1528 erano inclusi nelle 28 famiglie che costituirono gli “Alberghi dei Nobili” e che governarono la Repubblica di Genova. Fu probabilmente in questa data che la famiglia assunse il cognome della casata più importante, Imperiale, com’era uso all’interno di questa Istituzione che aggregava le famiglie più nobili della città.

La famiglia Imperiale, grazie alle sue ingenti ricchezze, acquistò feudi e titoli anche negli altri stati della penisola italiana.  A Napoli, il 4 gennaio 1743 fu ascritta al “Libro d’oro” del Seggio di Capuana. Il ramo degli Imperiale di Sant’Angelo, capostipite diretto del fondatore di Poggio Imperiale, aveva avuto origine il 4 aprile 1631, quando il dottor Giuseppe Battimello, “per persona da nominare”, acquistò per 108.750 ducati il feudo di Sant’Angelo dei Lombardi (Avellino), nel Principato Ultra di Napoli.  Gian Vincenzo Imperiale acquistò il feudo, motivando la sua scelta con una precisa regola economica: disse che  «il permutar mobili in stabili non gli parea contrario alla regola economica». Non lasciò Genova per trasferirsi nel suo nuovo feudo, non ci andò ad abitare. Ne affidò l’amministrazione ai suoi agenti.

Toccò a Giulio Imperiale trasferirsi definitivamente da Genova a Napoli, per curare personalmente la gestione della proprietà, aumentandone i  beni e il profitto. L’esempio fu seguito dal figlio Placido il quale, dopo la morte del padre, rientrò a Napoli, assumendo la gestione dell’immenso patrimonio ereditato, al quale si aggiunse lo “Stato” di San Paolo di Civitate in Capitanata, ereditato dalla madre Cornelia Pallavicino.  Placido sposò Anna Teresa Michela Acquaviva d’Aragona, figlia di Giulio Antonio, duca d’Atri e conte di Con­versano e di Maria Spinelli dei principi di Tarsia, di origine garganica.

Postosi sulla scia di tanti imprenditori che vedevano nella trasformazio­ne dei terreni agricoli il ritorno di cospicue rendite, il Sant’ Angelo avviò nei propri possedimenti un importante processo di sviluppo e di colonizza­zione interna che passava attraverso la chiusura e la messa a coltura dei demani feudali sino ad allora adibiti a bosco e pascolo.  L’impresa più rilevante portata a termine da Placido Imperiale in Capitanata fu senza dubbio la fondazione di Poggio Imperiale, stretta­mente connessa con l’acquisto nel 1751 del feudo daunio di Lesina. Il progetto venne avviato concretamente nel 1759, anno in cui il principe conciesse ad un folto gruppo di coloni del circondario, ai quali fornì gratuitamente case, animali e masserizie, un appezzamento da colonizzare. Accanto a questo evento non bisogna dimenticare ciò che venne effettuato da Placido Imperiale nel suo feudo irpino. Qui, a Pontelomito, con l’impianto di estesi castagneti, destinati a sostituire i vecchi boschi, assicurò l’assetto idrogeologico del suolo. Introdus­se, sia pure su scala ridotta, colture arboree intensive come gelseti e vigne­ti. Inoltre sfruttò, per finalità industriali, le risorse idriche, installando, oltre a numerosi mulini, una grossa cartiera a dodici pile e alcune gualchiere, cioè delle macchine per la conciatura delle pelli, la cui forza motrice era data dall’acqua. Infine, nella tenuta di Fermentino, avviò un grosso allevamento di bachi da seta.

 

 

 

LA COLONIA ALBANESE

 

Alcuni anni dopo aver definito l’acquisto del feudo di Lesina, Placido Imperiale visitò i nuovi possedimenti nel 1760 e, confortato dagli esiti positivi delle trasformazioni fondiarie realizzate nel suo feudo irpino, decise di tentare un esperimento di bonifica in Capitanata. Per attuare il progetto, scelse una boscosa collinetta chiamata «Coppa di Montorio», distante circa miglia due da Lesina e quattro da Apricena. Dopo averla fatta disboscare, la rese coltivabile. Quindi, sul punto più alto di essa, fece costruire un «Casale» costituito da una palazzina baronale con sedici vani al pianoterra, dove vennero ubicati gli uffici contabili, i magazzini, le scuderie, piccole abitazioni per i contadini, una stalla per il ricovero degli animali ed un magazzi­no per gli attrezzi agricoli e sedici locali al primo piano.

Placido Imperiale, per popolare il Casale, fece emanare un bando e fece affiggere avvisi per il Regno e fuori, promettendo a chiunque volesse stabilirsi nella nuova terra, i seguenti privilegi:

-          ricovero ed alloggi gratuiti;

-          una certa quantità di grano per il vitto e per la semina;

-          un’estensione di terreni per la semina, per ortaggi e vigne senza pagamento;

-          diversi animali per i lavori campestri e per l’industria;

-          diritto di legname e di pascolo nelle terre del principe;

-          diritto di portare armi ed immunità, ed altri ancora;

-          un medico e cappellano, a salvaguardia della salute fisica e spirituale dei coloni.

A risponde­re alla chiamata furono quindici famiglie di coloni provenienti da vari luo­ghi della Puglia e da Roccella Ionica, una località della Locride in provincia di Reggio Calabria. A questi pionieri va il merito di aver per primi dissodato le terre incolte e, quindi, di aver avviato il processo di colonizzazione voluto dal principe Imperiale. Era il mese di maggio dell’anno 1759. Nasceva Poggio Imperiale. Vennero costruite altre abitazioni e molte stalle furono con­vertite in alloggi, pronti ad accogliere l’arrivo di nuovi abitanti.

Nel gennaio del 1761, passeggiando per le vie di Napoli, il principe Imperiale incontrò dei profughi albanesi. Questi esuli erano emigrati in Italia, abbandonando a Scutari tutti i loro beni: in centosettanta, in una notte del mese di gennaio del 1757, si erano imbarcati su di una “marsiliana” nel porto di Aravia, piccolo villaggio poco distante da Antivari, e risalendo verso nord, dopo giorni di dura navigazione, avevano raggiunto il porto di Ancona. Nella città marchigiana erano stati tenuti in quarantena nel “lazzaretto”. Dopo varie peripezie nello Stato Pontificio, si erano trasferiti a Napoli.  Fu qui che stipularono presso il notaio Martucci un capitolato con Placido Imperiale, in cui erano fissati le franchigie promesse nel bando. Il capitolato prevedeva dei precisi doveri nei confronti del feudatario: se le famiglie albanesi avessero deciso di abbandonare la fattoria, dovevano restituire al principe “animali, franchigie  di affitto di case, di affitto di territori, di pascolo, e di qualunque altra cosa”. Fino all’ultimo centesimo.

Nel 1761 diciotto famiglie albanesi si trasferirono a Poggio Imperiale, seguite da altre diciassette, complessivamente 35 famiglie, per un totale di 174 persone. Altri albanesi si stanziarono fra il 1762 e il 1769, portando con sé due sacerdoti di rito greco.  Ma la sorte non arrise ai pionieri. Nel 1762 ci fu una gelata, nel 1764 una terribile carestia.  Quasi tutti gli albanesi andarono via, prendendo la via di Roma. Rimasero nel nuovo villaggio soltanto tre famiglie, in totale 17 albanesi. Altre famiglie vi giunsero nel periodi 1762/1764, dalla Capitanata, ma anche da Barletta, da Avellino, da Catanzaro e Cosenza e soprattutto dalla provincia di Benevento, precisamente da Reino e da San Marco dei Cavoti.

Oggi una via di Poggio Imperiale, la “Via degli Albanesi” ne ricorda l’insediamento.

 

 

 

Immagini

 

 

 

 

Poggio Imperiale, Piazza Imperiale (1922)

 

Poggio Imperiale, Corso Vittorio Veneto (1930)

 

Poggio Imperiale, Corso Vittorio Veneto (1932)

 

Poggio Imperiale, Via Trieste (1935)

 

Poggio Imperiale, interno della chiesa di San Placido Martire

 

Poggio Imperiale, monumento al Principe Placido Imperiale

 

 

 

 

 

 

 

 

©2006 Teresa Maria Rauzino

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

G.SAITTO, Poggio Imperiale, Storia, usi e costumi di un paese della Capitanata, Edizioni del Rosone, Foggia 1997.

A.CHIAROMONTE, La Capitanata tra Ottocento e Novecento, Edizioni del Poggio, 2002.

 

Le FOTO sono tratte dal sito ufficiale del Comune di Poggio Imperiale:

http://www.comune.poggioimperiale.fg.it/