Potito Mele

 

Presentazione del libro 

 

 

 

Ascoli di Capitanata

tra Medioevo ed Età Moderna

 

di Lucia Lopriore

 

 

 

 

Edizioni del Rosone “Franco Marasca”

 

Foggia 2008

 

 

 

 

 

Polo Museale 

 

Ascoli Satriano 13 agosto 2008

 

 

 

I

 

RAGIONI DI UN INTERVENTO

 

Ho accolto con piacere l’invito a presentare il saggio di Lucia Lopriore “Ascoli di Capitanata tra Medioevo ed età moderna” per due semplici motivi:

primo perché l’odierna occasione mi dà l’opportunità e la possibilità di onorare, in un evento pubblico e solenne, la memoria di un caro amico che non c’è più e il cui nome rivive in quello delle Edizioni del Rosone “Franco Marasca” da lui fondate, curate con tanta passione per anni e portate ad uno straordinario successo, che continua sotto la sapiente guida della moglie qui presente tra noi;

secondo perché ho l’onore di presentare il lavoro di Lucia Lopriore da me conosciuta attraverso i suoi periodici articoli su “L’Ortese” e il pregevole saggio “Aristocratici napoletani tra Capitanata e Valle d’Itria: i Duchi di Sangro”, che per argomentazioni, temi e modalità di trattazione presenta notevoli affinità con quello che siamo qui stasera a presentare nella splendida cornice del Polo Museale.

Nell’autrice ho scoperto una studiosa di grande valore, dotata di rara capacità nell’arte difficile dell’indagine storico-archivistica e dell’analisi rigorosa e scrupolosa dei fatti e dei documenti. Dico subito che ho trovato molto convincenti il suo lavoro e il suo metodo di lavoro, pur nella consapevolezza della mia non sufficiente competenza a giudicarlo in quanto non storico di professione né di vocazione. Con l’esperienza che mi deriva da una trentennale attività di insegnamento nei licei posso e devo solo dichiarare di essere in forte sintonia con lei riguardo alla visione e alla valutazione delle vicende e dei personaggi presi in considerazione e all’utilizzazione delle fonti.

 

 

II

 

STRUTTURA E ARTICOLAZIONE DEL SAGGIO

 

Al primo impatto con il volume sorprende l’introduzione lunga, dettagliata, circostanziata, meticolosa, minuziosa con la quale l’autrice ci prende quasi per mano per guidarci nel non facile percorso del suo lavoro e delle sue serrate argomentazioni dal formarsi e dall’affermarsi del sistema feudale in Europa nel Medioevo all’età moderna e della Restaurazione con cui, convenzionalmente, autori e libri di storia pongono il discrimine tra la fine di questa e  l’inizio dell’età contemporanea. Al lettore comune un’introduzione di circa cinquanta pagine può apparire fin troppo vasta, sovradimensionata o addirittura sproporzionata rispetto alle altre parti del volume. Leggendola attentamente e con interessata curiosità ci si rende conto della sua singolarità e particolarità, che sarà meglio motivata dall’autrice nel suo intervento.

Si tratta di un vero e proprio saggio nel saggio, che la Lopriore non ha affidato ad altri, come per consuetudine avviene, per agevolare l’approccio al suo lavoro. Il saggio introduttivo si rivela così integrante e integrato con i capitoli successivi e con le appendici del libro, offrendo l’indispensabile cornice nella quale le varie parti  vengono ad inserirsi. Nel quadro generale degli avvenimenti storici europei trovano un’organica contestualizzazione le vicende particolari e specifiche del Mezzogiorno d’Italia, della città di Ascoli Satriano, dei suoi feudatari, spesso presenti e operanti con altri personaggi dei loro casati in altre parti d’Italia e protagonisti di eventi di rilevanza sovra o extralocale.

Se considerate, lette e analizzate da un tale punto di vista le indubbiamente numerose pagine introduttive possono rilevarsi addirittura insufficienti a condensare nella trattazione e nella narrazione fatti e problemi relativi a circa un millennio di storia europea e umana. E’ un’impresa immane che la Lopriore riesce a fare con competenza e con chiarezza espositiva, con un’espressione inevitabilmente densa, come richiesta dalle notizie fin troppo concientrate, con una lingua essenziale, “maschia”, che non indulge a facili tentazioni “letterarie” anche se ciò comporta la necessità di una lettura non ingenua ma approfondita, interessata, partecipata.

 

Originale è il primo breve capitolo del libro dedicato ai concietti di famiglia e di lignaggio e all’evoluzione dell’aristocrazia in Italia in età feudale e moderna.

All’argomento, se non trattato a parte, i libri di storia e specialmente i manuali scolastici (per molti unica fonte di informazione) dedicano attenzione e spazi minimi, brevi schede esplicative o semplici note lessicali, che rendono conto della particolare accezione con cui sono usati termini da intendere talora in senso molto diverso da quello dell’uso volgare.

Anche in questo caso l’autrice scrive invece un piccolo saggio, una sorta di voce enciclopedica con una trattazione dell’argomento sintetica, esaustiva e succosa, chiara e precisa nella terminologia, che non ricorre al linguaggio specialistico se non quando è assolutamente indispensabile, risultando così di immediata comprensione senza scadere nella facile divulgazione.

Il quadro generale delineato consente al lettore di immettersi e inoltrarsi nel contesto storico-ambientale in cui si evolvono l’aristocrazia feudale e quella borghese dal sec. X al sec. XIX con modalità di vita e di conciezioni di vita assai distinte e differenti fra loro.

 

Il capitolo che dà il titolo al libro costituisce il fulcro del volume, la parte centrale e nucleare di tutto il saggio, quella di maggiore e specifico interesse per la comunità ascolana. Con esso si conclude anche la parte per così dire narrativo-argomentativa di carattere propriamente storiografico cui seguono quelle di connotazione archivistico-documentaria.

Passando dal generale al particolare l’autrice abbandona il grandangolo, con cui ha inquadrato i vasti orizzonti della politica internazionale, europea, italiana e della storia, della società e della civiltà medievale e moderna, e impugna il teleobiettivo per focalizzare il suo e il nostro interesse su una realtà territoriale e umana più ridotta, locale, settoriale, la quale però ci riguarda più direttamente e da vicino e per questo risulta più avvincente e coinvolgente anche perché, in sostanza, scopriamo un  mondo nuovo, pur se siamo i diretti discendenti, o sudditi, di quanti in un passato ormai lontano sono stati protagonisti o passivi spettatori di  vicende storiche, talora di ordinaria quotidianità talvolta ricche di eventi incisivi e decisivi per la sorte di individui e di casati, di regni e di imperi.

Se le reminiscenze scolastiche ci hanno consentito di seguire con una certa cognizione di causa, ma anche con una certa pigrizia mentale il racconto e la trattazione fin qui fatti dall’autrice, il nuovo capitolo ci desta perché parla anche di noi, di certuni di noi.

Ci rendiamo conto che la scuola è stata ed è molto carente, avara e silente nell’offrirci e nel trasmetterci elementi idonei e sufficienti per la conoscenza del nostro passato salvo qualche ineludibile riferimento ad eventi di grandissimo rilievo come l’esculana pugna di Pirro. A scuola risulta particolarmente ostico e noioso lo studio del millennio di storia preso in considerazione, per aspetti e fatti particolari, dalla Lopriore.

Grazie al suo saggio oggi sappiamo, non solo per sentito dire, per tradizione orale di miti e leggende popolari, ma per narrazione organica fondata su documenti, che oltre ai progenitori  dauni, a Pirro ecc. noi ascolani abbiamo avuto e vissuto anche noi un medioevo e un’età moderna di cui siamo  pressoché all’oscuro. Il saggio colma gran parte di questa nostra lacuna storica non con un freddo elenco, talora di illustri sconosciuti, di signori feudatari di Ascoli a noi noti, in qualche caso, solo attraverso personaggi famosi come san Tommaso d’Aquino o la manzoniana monaca  di Monza, ma con una precisa ricostruzione delle vicende dei vari casati nel contesto della più generale storia italiana ed europea.

In tale ricostruzione, inevitabilmente e quasi obbligatoriamente, l’autrice procede in senso diacronico dal XIII al XIX secolo, facendoci conoscere i Capece, gli Arcelli, i d’Aquino, i del Balzo, i Marzano, i Sabrano, gli Acciaiuoli, gli Orsini, i Caracciolo, gli Chalons, i de Leyva, i de Franchis, i Marulli, puri nomi per tanti ascolani, conosciuti talora solo per fatti di cronaca riguardanti loro discendenti e non per essere le famiglie di molti feudatari di Ascoli, i cui destini talvolta si intrecciarono per politica matrimoniale.

Qualcosa in più di una semplice eco suscitano invece i nomi, fugacemente citati alla fine del capitolo, degli aristocratici borghesi, dei benestanti e dei professionisti i quali, dopo il decennio francese, succedono e si affiancano agli ultimi nobili feudatari al vertice della comunità locale, di cui vengono a costituire la nuova classe dirigente: Bari, Briganti, Centomani, Cirillo, Crisafi, d’Alessandro, d’Autilia, de Benedictis, Scaramuzza, Cautillo, Conte, Covino, Giuliani ecc.  A perpetuare la memoria di queste famiglie restano imponenti palazzi e in alcuni casi continuano la loro stirpe discendenti tuttora viventi e residenti ad Ascoli.

Di ciascun casato feudatario la Lopriore fa interessanti medaglioni, delineandone la storia  dalle origini (italiana, francese, spagnola, longobarda ecc.) fino alla decadenza o all’estinzione.

La narrazione anche in questo capitolo risulta sintetica ma non sommaria né tantomeno schematica o scheletrica. Si presenta anzi ricca di informazioni dettagliate e precise, per quanto è possibile trarne da una documentazione inevitabilmente scarsa o frammentaria, con un'espressione sempre asciutta, concisa ma incisiva.

I vari medaglioni storico-narrativi vanno considerati non nella loro autonoma singolarità, ma nel contesto degli eventi generali delineati nell’introduzione e alla luce dei concietti di lignaggio e di famiglia illustrati nel capitolo precedente, al cui interno l’autrice li ha opportunamente distinti per farli meglio risaltare senza affatto isolarli. Ciascuno di essi e tutti nel loro complesso occupano nel saggio uno spazio adeguato, offrendo anche agli storici e agli studiosi numerosi spunti per maggiori ed ulteriori approfondimenti sulle vicende dei vari casati e soprattutto dei loro effettivi rappresentanti nel feudo di Ascoli, il cui ruolo, in molti casi, rimane ancora oscuro o si rivela non di protagonisti ma di semplici comprimari nel dramma della storia.

 

Segue, apparentemente avulsa dalla trama per così dire narrativa, la tavola cronologica degli imperatori, che precede e anticipa la vasta appendice (per mantenere la definizione dell’autrice), la quale al pari dell’introduzione costituisce in effetti parte integrante del corpus del saggio. Magnificamente organizzata per nomi, dinastia, territorio, generalità e/o provenienza, periodo di regno e annotazioni, essa risulta estremamente chiara e precisa come prezioso strumento di consultazione e immediato punto di riferimento per la contestualizzazione diacronica delle famiglie feudatarie ascolane e dei loro più significativi rappresentanti dall’epoca degli Ottoni all’ultimo sacro romano imperatore. Attraverso la successione di tali protagonisti la storia europea, e non solo, di circa un millennio è magistralmente sintetizzata, ma non compressa, nelle brillanti e puntuali annotazioni, le quali evidenziano gli eventi più importanti avvenuti sotto ciascun imperatore, delineando un quadro storico, essenziale ma completo, in cui il particolare della storia locale trova, immediatamente, la sua organica collocazione in quella generale ed universale.

III

 

GENEALOGIE E BLASONARIO

 

Esaurita la trattazione storico-narrativa del libro, con un’appendice particolarmente vasta prende corpo, si sviluppa e si articola quella propriamente  euristica.

Al pari dell’introduzione, al primo impatto, sorprende il lettore comune, ingenuo per la sua dimensione di oltre cento pagine e, come quella, è assai dettagliata, circostanziata, meticolosa, minuziosa. Di essa ovviamente non ha la caratterizzazione generalistica, essendo al contrario settoriale e specialistica e perciò richiedendo al lettore un attegiamento mentale attento, interessato, critico. E’ intenzionalmente finalizzata a un approfondimento e a un ampliamento del tema di fondo del saggio. Per questo non ci si può limitare a leggere (semmai bisogna intellegere cioè intus legere) le sue numerose pagine, le quali anzi possono non essere nemmeno lette. Sarebbe infatti come voler leggere un dizionario, un elenco telefonico, un orario ferroviario con l’inevitabile effetto di una terribile noia. Sono invece pagine da sfogliare con cura per consultarle, secondo necessità e opportunità, per esaminarle con rigore critico, per studiarle con profondo interesse. Si scoprirà così in esse una fonte limpida e ricca di notizie alla quale attingere stille di certezze quando si ha sete di sapere.

 

L’appendice si apre con le Genealogie di Davide Shamà relative alle casate feudatarie di Ascoli: Arcelli, d’Aquino, Marzano, Sabrano, Acciaiuoli, del Balzo, Orsini di Pitigliano, Orsini di Monterotondo, Caracciolo del Sole,  Marulli della linea comitale di Barletta e  Marulli duchi di Ascoli e principi di Sant’Angelo.

 Lucia Lopriore ricostruisce quella dei de Leyva in una linea di sostanziale e fedele continuità facendo quell’operazione frequente e legittima, che gli antichi scrittori latini chiamavano contaminatio, consistente nell’inserire organicamente in un proprio lavoro, specialmente di genere drammatico, parti integralmente prese da opere di altri autori, soprattutto greci. Il rapporto di amicizia tra i due autori, di intesa culturale, di concordia di vedute, di comune e coincidente procedura metodologica esclude tuttavia ogni ipotesi di plagio anche per il dichiarato riferimento della Lopriore a Shamà.

Le genealogie dell’uno e dell’altra si integrano in questa appendice perfettamente sviluppandosi in maniera uniforme. Nelle une e nelle altre la ricostruzione risulta puntuale e precisa. L’elencazione degli appartenenti alle varie famiglie (fatta sulla scorta di tutti gli elementi disponibili e reperibili nelle fonti, inevitabilmente arida come quella di un qualsiasi repertorio onomastico), quando  possibile, si arricchisce di dati, facendosi stringato e interessante racconto biografico nelle schede riguardanti i personaggi di maggiore rilievo.

Ne deriva uno spaccato della storia delle casate e dei singoli rappresentanti da integrare e fondere con quanto raccontato nella precedente parte del libro specificamente dedicata all’illustrazione delle loro vicende storiche. Rispetto ad essa le genealogie generali si presentano come uno strumento di consultazione, di indagine, di ricerca e di riferimento assai agevole e pratico. Sono per altro la base imprescindibile per ogni ulteriore e futuro lavoro per lo studio e la conoscenza dei feudatari succedutisi nel tempo nel possesso e nel dominio di Ascoli e del suo vasto territorio.

 

Dopo le genealogie nell’appendice costituisce un elemento di grande originalità oltre che di interesse e di valore anche estetico il blasonario.

La descrizione di ogni arme viene fatta dall’autrice nel profilo che ella traccia di ciascuna casata nel capitolo dedicato ai feudatari di Ascoli. Considerato il forte valore simbolico assegnato allo stemma, caratterizzante emblematicamente con un segno percepibile una famiglia, questa rassegna non può essere intesa come un puro e semplice decoro iconografico del libro. Al pari delle genealogie ne è parte integrante, essenziale.

Nel ricordato capitolo dei feudatari sono riportate anche le riproduzioni fotografiche dei monumenti funebri e dei ritratti di alcuni di loro, che secondo gli stili e i gusti del tempo ne tramandano le immagini comunque idealizzate.

Le rappresentazioni iconografiche, al di là dei generi seguiti, dei materiali e degli strumenti utilizzati dagli artisti o da semplici artigiani, sono intenzionalmente il segno sempre e ovunque visibile e riconoscibile, identificante e caratterizzante di un personaggio e di una famiglia così come l’uno e l’altra vogliono presentarsi e imporsi nella società e nella storia in base a regole, scritte e no, ma consolidate e rigorosamente osservate. Non è nemmeno immaginabile riferirsi a una famiglia feudataria prescindendo dal suo blasone, che ne è il marchio indelebile, il crisma direi civile e religioso ricevuto per investitura in forza di un rapporto particolare e singolare con l’autorità sovrana, imperiale o papale.

Per questo il blasonario così ben allestito e così elegantemente riprodotto non è una divagazione estetica e una civetteria intellettualistica dell’autrice, una rassegna decorativa di pareti come quella dei dodici cesari nello studio trasandato, sciatto, ammuffito dell’avvocato azzeccagarbugli, ma l’espressione univoca di un signore, di una stirpe, di una famiglia che ricorre al canale visivo per essere facilmente e più immediatamente percepibile e comprensibile soprattutto in una società, come quella medievale, in gran parte analfabeta.

Facendo un ardito riferimento al linguaggio letterario e poetico,  mi viene da accostare il blasone all’allegoria, alla figura. Ma in questo campo, che non è assolutamente di mia competenza, non mi avventuro oltre con l’immaginazione e la fantasia. Sarà la stessa autrice a illustrarci meglio forme e significato di ogni blasone di cui  mi limito a proporre l’allestimento di una mostra temporanea o di una  galleria permanente in questa o altra sede.

 

Chiudono l’appendice lo Statuto costituzionale del Regno di Napoli e di Sicilia del 1808 e la Costituzione del Regno delle due Sicilie del 1820.

Non mi soffermo, volutamente, su di essi anche e soprattutto per non dilatare eccessivamente la durata di questo mio intervento, che è di presentazione e non di illustrazione del libro. Mi limito a fare brevi osservazioni.

I due testi sanciscono implicitamente la fine del vecchio feudalesimo come istituzione e dei privilegi dei suoi esponenti, i quali mantengono la titolarità dei titoli ma concorrono al pari delle nuove classi emergenti borghesi alla vita dello stato organizzato secondo le norme costituzionali introdotte dalla rivoluzione francese e diffuse dalle armate napoleoniche.

Lo statuto francese si caratterizza per sinteticità e snellezza tipiche di uno stato e di una società che, evidentemente, hanno saldato i conti con il passato e si impongono con la loro modernità. La costituzione borbonica del Regno delle due Sicilie, nella sua formulazione, non rinuncia ad una certa aulicità spagnolesca e meridionale, ad una casistica normativa alquanto minuziosa e particolareggiata, in cui si avverte l’eco di una tradizione più antica, espressione tuttavia di un mondo meno al passo dei tempi.

 

 

IV

 

FONTI DOCUMENTARIE E BIBLIOGRAFIA

 

Il libro, naturalmente, è corredato da un elenco delle fonti documentarie (Archivo General de Simancas e de la Corona de Aragon; Archivio di Stato di Napoli - Sezione Diplomatica; Archivio Storico del Banco di Napoli - Fondazione) e di una ricca bibliografia cartacea e telematica. Questa spazia da pubblicazioni ormai canoniche per ricerche del genere ad altre recentissime fino ad una oculata e selezionata documentazione telematica. Ogni elenco non è gonfiato ad arte, come spesso avviene, per accrescere e accreditare l’autorità della pubblicazione, ma evidenzia il fiuto, la sensibilità e la capacità dell’autrice di percorrere i sentieri della ricerca storica con mirabile sicurezza.

 

 

V

 

UN LIBRO DI  ‘ιστορία

 

Esaminato il libro in tutta la sua articolazione possiamo chiederci a quale genere è possibile ascriverlo, quale ruolo svolge e quale posto viene ad occupare con la sua autrice nel panorama della storiografia di Ascoli e su Ascoli.

 

La Lopriore credo faccia torto a se stessa quando, illustrando il suo vasto curriculum, si definisce umilmente e semplicemente una studiosa di microstoria. Se l’orizzonte territoriale, per lo più limitato ai confini della nostra provincia, su cui focalizza in genere i suoi interessi culturali e l’indagine storica attraverso i suoi libri e articoli offre qualche giustificazione a tale definizione, io la trovo originata da motivazioni di carattere psicologico più che culturale. Pur considerando in tutta la sua valenza l’umiltà caratteriale oltre che scientifica dell’autrice, ritengo che questo suo libro dedicato ai feudatari di Ascoli non possa essere ritenuto affatto un testo di microstoria ma debba essere valutato un’opera storica tout court. Personalmente troverei ancora più calzante la definizione di libro di  ‘ιστορία, nell’accezione antica e nel significato etimologico della parola greca, cioè ricerca.

Come abbiamo osservato analizzando le varie parti del libro, il racconto storico e  la narrazione dei fatti e degli eventi generali e delle vicende umane dei vari personaggi e famiglie, paradossalmente, occupano un numero di pagine sensibilmente inferiore rispetto allo spazio riservato alle altre sezioni.

Confermo e ripeto che io stesso sono stato immediatamente sorpreso da tale articolazione del saggio e, al primo approccio con esso, non nascondo di aver provato profonde perplessità e nutrito molte riserve al riguardo, abituato come tanti a una più tradizionale e convenzionale successione delle parti e dei capitoli. Una volta terminato di sfogliarne le pagine e di scorrerne il testo, passato quindi a una lettura più attenta e approfondita in chiave critica, seguendo l’ideale filo di Arianna offertomi dall’autrice medesima, ho trovato alla fine il suo percorso assai convincente sia nell’argomentazione che nel procedimento metodologico.

 

Un libro di storia, infatti, non è un testo narrativo o poetico, inteso a trasmetterci un’emozione, ma un lavoro rigorosamente scientifico che informa su fatti sottoposti a ripetute analisi e verifiche, le quali documentano le cause che li hanno generati e determinati in un preciso e particolare contesto diacronico-sincronico.

In tal senso il saggio della Lopriore è davvero quello che ho definito un libro di ‘ιστορία che non va letto ingenuamente per il piacere di leggerlo, ma (e mi ripeto volutamente insistendo sul concietto) da leggere e da rileggere, da intellegere, da intus legere, da analizzare criticamente con attenzione e interesse parola per parola, immagine per immagine, segno per segno per coglierne in pieno il messaggio di fondo, in cui ogni segno ha veramente il suo significato.

 

 

VI

 

RUOLO E POSTO DEL LIBRO E DELL’AUTRICE NELLA STORIOGRAFIA ASCOLANA

 

Lo spunto per una risposta al secondo interrogativo posto poc’anzi mi viene offerto da due affermazioni fatte in questa stessa sede, in occasione di precedenti incontri culturali, da due illustri studiosi.

Il primo, con il quale concordo pienamente, osservava che la storiografia su Ascoli è assai discontinua, frammentaria, lacunosa. Conosciamo perfettamente uomini, fatti, eventi anche delle età più remote nel tempo, perché su di essi abbiamo fonti materiali e documentarie abbondantemente utilizzate dagli studiosi nelle e per le loro ricerche. Siamo invece completamente all’oscuro riguardo ad altri, semmai molto più recenti, per carenza di tali fonti.

La storia di Ascoli pertanto è simile a un grande mosaico mancante di tante tessere, che è assai difficile o addirittura impossibile ricostruire per averne e goderne una visione completa in ogni sua parte.

E’ il motivo per cui, ad accezione del generoso tentativo operato da Pasquale Rosario, non è stata ancora scritta una storia generale di Ascoli e non c’è ancora uno studioso serio che ardisca a compiere un’opera del genere. E’ il motivo per cui sia Franco Capriglione sia io non abbiamo mai accettato l’invito a ristampare quella cosuccia giovanile che è “Ascoli Satriano – Storia, arte, lingua e folclore”, dell’ormai lontano 1980 (lavoro noto comunemente come il “libro giallo”) nonostante il largo successo ricevuto e le ricorrenti richieste che ne vengono fatte.

Sono convinto anche io come Franco che quel libro è un chiaro esempio di come non si deve fare storia, ma che comunque si possa e si debba fare la storia di Ascoli e raccontarla ricostruendola pezzo per pezzo, fatto per fatto, evento per evento, con una serie di singole monografie, fatte da studiosi competenti e specialisti in grado di raccogliere le tante tessere mancanti e sparse qua e là e di ricoprire gli spazi vuoti del mosaico storico ascolano. Solo allora sarà possibile ipotizzare e realizzare un’opera storiografica a carattere generale degna di questo nome.

In quest’ottica a largo raggio il lavoro della Lopriore viene a svolgere un ruolo assai rilevante, essenziale, proprio perché copre non pochi dei vuoti rimasti in quel mosaico e proprio in quel lungo arco di tempo di circa un millennio, dal medioevo all’età contemporanea, che presenta più numerose tessere mancanti. Grazie al suo saggio riusciamo ora a cogliere una sottile linea di continuità nello svolgimento e nella successione degli eventi; conosciamo altresì protagonisti della storia di Ascoli operanti in un contesto preciso di tempo e di spazio, i quali (ripeto un concietto già precedentemente espresso) finora erano per molti di noi puri e semplici nomi non persone.

 

Il secondo studioso rivolgeva invece l’invito agli amministratori locali, che pure elogiava per quanto hanno fatto e stanno facendo per la cultura ad Ascoli, a non avvalersi, come spesso è accaduto, dell’opera di “eruditi”, ma a preferire quella specialistica degli “accademici”, tenuto conto anche del fatto che il Comune di Ascoli ha stipulato una convenzione con l’Università di Foggia.

E’ una proposta che, francamente, non mi sento di condividere. Non credo infatti, che la promozione e la produzione culturale possano essere circoscritte e riservate a una sorta di monopolio accademico. La cultura italiana del novecento, ad esempio, resta indissolubilmente legata, nel bene e  nel male, a un signore, Benedetto Croce, che accademico non era, anzi, non era nemmeno laureato. Così era anche per Guglielmo Marconi.

La cultura locale o minore che dir si voglia d’altra parte deve quasi tutto proprio agli eruditi locali: abati, arcipreti, farmacisti, veterinari, studiosi spesso isolati i quali hanno prodotto cose egregie.  Pensate a un Pitrè e, nel nostro ambito, a un Rosario, fonti divenute ineludibili e imprescindibili in settori di studio come il folclore e la storia locale.

Per altro proprio ad Ascoli e su Ascoli in questi ultimi anni hanno lavorato, operando un’autentica “rivoluzione culturale” che continua felicemente, “eruditi” di vasta cultura, di altissima preparazione, in possesso dei necessari strumenti professionali e padroni di adeguate metodologie veramente efficaci e raffinate. Si pensi a Capriglione, a d’Arcangelo, a Iazzetti, a Silba, a Ventura ecc.,  ai quali siamo debitori di una produzione, culturale in genere e libraria in particolare, scientificamente solida, che non ha nulla da invidiare a quella contemporaneamente partorita da vari docenti universitari o da loro allievi né sul piano della quantità né su quello della qualità e tanto meno in termini di costi e di peso finanziario per l’Amministrazione.

Sulla scia di questi validissimi predecessori si è incamminata con la sua opera sui feudatari di Ascoli anche la Lopriore, la quale viene ora ad occupare un posto di pari dignità nella nostra cultura locale, che mi auguro voglia avvalersi anche nel prossimo futuro del contributo di lavoro appassionato, competente, prezioso di simili “eruditi”.

 

 

Polo Museale

Ascoli Satriano 13 agosto 2008

Potito Mele