RODI 1480

 

 

 

di Alberto Casella

 

(Ringraziamo la Dott. Vilma Borghesi per l’indicazione di alcune fonti)

 

 

 


Il contesto politico e geografico: l’ultimo Stato Crociato

 

           Il Mediterraneo Orientale al momento dell’assedio di Rodi è la terra di scontro fra due civiltà, fra due religioni, fra due culture: l’Occidente e l’Islam. Le Armate di Mehmet II, chiamato Fatih,  il Conquistatore hanno spazzato via appena 27 anni prima le vestigia di quell’Impero che riteneva di essere l’ultimo depositario delle civiltà greca e latina e l’unico difensore della Fede di Cristo: Costantinopoli. L’evento ebbe una fortissima ripercussione in Occidente, soprattutto nell’immaginario comune: la porta verso l’Occidente si era aperta e ormai non rimaneva più nessuno in grado di fronteggiare i Turchi nella loro inarrestabile espansione. Le diplomazie europee cercarono ben presto di acquisire il favore del sovrano turco: è celebre l’Epistola ad Mahometem con cui Papa Pio II[1] nell’ottobre 1461 offriva a Mehmet la conversione come ad un novello Costantino e l’incoronazione a sovrano del mondo.[2] Le notizie portate dai fuggiaschi terrorizzano gli Occidentali: il Cardinale greco Georgios Bessarione scrive che Mehmet voleva marciare verso Roma allo scopo “di regolare il mondo a suo talento, con un solo Dio in cielo, un solo imperatore in terra e il solo profeta Maometto sugli altari”.[3] La mentalità medioevale non era ancora stata scalzata del tutto da quella umanistica e la cultura popolare, in particolare in Russia e nei principati balcanici, spesso identificò in Mehmet II il Demonio[4].

         Già altre terre cristiane sono cadute sotto il controllo dei Turchi Ottomani. Il 1389 vede la sconfitta nella battaglia della Piana dei Merli, in Kossovo, di una coalizione di Serbi, Bosniaci ed Albanesi e segna l’inizio del declino della Serbia, divisa e funestata da lotte per il potere. L’evento rimarrà per sempre nella memoria delle genti di Serbia e Montenegro come “l’origine di tutte le sventure che la Serbia dovette subire durante i lunghi anni della soggezione ai Turchi”.[5] Da allora in Serbia si susseguiranno congiure, pretese dinastiche, divisioni, finché nel 1430 Djuradi Brankovic, Despota (Re) di Serbia non si proclamerà vassallo della Sublime Porta.  Nel 1393 sono sconfitti i due fratelli Ivan Strazimir e Ivan Sisman che alla morte del padre Ivan VI Alexandr Sisman, Zar dei Bulgari, erano entrati in conflitto e avevano assunto ambedue il titolo reale creando due distinte entità statali, una con capitale a Vidin, l’altra con capitale a Tirnovo.[6] Nel 1394 un esercito turco invade il Peloponneso, riducendo in vassallaggio i vari principi locali, greci e “franchi”[7]. Una volta in possesso della Tracia, della Rumelia, della Bulgaria e della Tessaglia, strappate a Bizantini e Bulgari, gli Ottomani possono attaccare Costantinopoli, senza che nessuna potenza occidentale intervenga, nonostante gli accorati appelli dei Paleologhi.[8] La Caduta di Costantinopoli, tuttavia, se tanta eco ebbe nel mondo occidentale, va vista come una tappa dell’espansione ottomana: obbiettivamente l’Impero d’Oriente era ormai lo spettro di se stesso, ridotto territorialmente e scarsamente dotato di forze militari. Per i Turchi si trattò di un assedio solo poco più impegnativo di altri. Dopo l’Impero Bizantino le direttrici espansionistiche turche sono essenzialmente tre: i Balcani, l’Anatolia e l’Egeo. Nella penisola balcanica l’espansione è inarrestabile: vengono annessi i despotati vassalli di Serbia (1457-1459) e Bosnia (1462-1465) e sono obbligati al Vassallaggio la Repubblica di Ragusa (1460) e i Principati di Valacchia (1476) e Moldavia (1503); anche l’Albania, che da miriade di staterelli tribali si era trasformata in Stato unitario con Giorgio Castriota Scanderbeg, è conquistata nel 1468. Gli stati del Peloponneso sono facilmente conquistati dai Turchi subito dopo la conquista di Bisanzio, con brevi campagne militari: il Ducato d’Atene è invaso nel1456 e il sovrano Francesco Acciauoli è lasciato quattro anni come Signore di Tebe ma poi è messo a morte e i suoi figli sono arruolati nei giannizzeri; i Despotati di Morea, Mistrà e Patrasso, retti rispettivamente dai fratelli Demetrio, Teodoro e Tommaso Paleologo, sono conquistati nel 1460 e i sovrani sono costretti all’esilio. Gli ultimi feudi “Franchi”, Zante, Cefalonia, Leucade, saranno invece poi ceduti dai loro proprietari a Venezia. Ormai di fronte alle truppe turche sono solo l’Ungheria, l’Austria e Venezia. Nell’Anatolia il processo di conquista riguarda i regni cristiani sopravvissuti fino ad allora: l’Impero di Trebisonda e il Regno di Georgia. Il primo cade nel 1461 e la famiglia imperiale, i Grandi Comeni (Megaloi Komnenoi) sono trattati duramente dal Sultano che fa decapitare i membri maschi (tranne uno, Giorgio, allevato come un musulmano e poi fuggito in Georgia) e conduce nell’Harem le principesse più giovani o le da’ in mogli ai propri generali. Sorte analoga era già toccata ai Paleologhi di Bisanzio. Il Regno di Georgia, invece, non sarà mai conquistato dai Turchi e sparirà come entità territoriale solo con l’annessione da parte dell’Impero Russo nel 1803.[9] Quella egea è invece l’area che interessa più da vicino il presente lavoro. Nel Mar Egeo sono presenti numerose entità statali, spesso limitate territorialmente ad una sola isola, suddivisibili in tre categorie, a seconda dell’autorità statale da cui dipendono: Veneziani e loro feudi, Genovesi e Ordine Gerosolimitano. A onor del vero i primi riescono a evitare la conquista fino alla seconda metà del XVI secolo, sia per la protezione accordata da Venezia, potenza temuta dagli Ottomani, sia per non pochi trattati di vassallaggio.[10] I Genovesi invece sono ben presto scacciati dalla zona, sia a Chio, dove è la Maona (gestita principalmente dai Giustiniani), sia nelle altre colonie genovesi, sia nell’unico stato feudale appartenente ad una famiglia genovese, la Signoria di Lesbo ed Enos. I Gattilusio, discendenti da Francesco di Domenico, Patrizio Genovese, e da Maria Paleologa, figlia di Giovanni V di Bisanzio, fortemente grecizzati, sono privati dei propri feudi e successivamente strangolati su ordine del Sultano tra il 1459 e il 1462.[11] Rodi invece è saldamente controllata dall’Ordine di San Giovanni, che dopo la soppressione dei Templari, rimane, assieme a quello Teutonico, l’ultimo ordine cavalleresco crociato. E proprio per la sua sede così vicina alla Terra Santa e per la sua origine storica, Rodi stessa può essere vista come l’ultimo stato crociato, erede diretto dei principati latini d’Outremer, ancor più del regno di Cipro la cui autonomia fu spesso messa in discussione dall’ingerenza veneziana e dagli interventi dei e di Napoli e Portogallo e dal duca di Savoia nelle lotte dinastiche.[12]

Per capire cosa differenziasse tanto Rodi dagli altri stati cristiani d’Oriente, Slavi, Franchi o Greci, bisogna analizzare tanto il ruolo dell’Ordine Gioannita nell’area quanto i legami strettissimi che intratteneva con l’Occidente. Innanzitutto non si tratta di un normale Stato con un élite europea grecizzata di mercanti o di nobili discendenti da guerrieri e con una larga parte di popolazione greca. Al contrario, il numero degli occidentali (sia Cavalieri che mercanti) è alto e subisce un continuo ricambio, non potendo i Cavalieri crearsi delle famiglie per tenere fede ai voti monastici. Inoltre proprio per la natura stessa dell’Ordine (internazionalità, i Cavalieri provenivano da ogni parte dell’Europa Occidentale, e aristocraticità, i Cavalieri era nella grande maggioranza cadetti di famiglie feudali) i legami con le Corti Europee erano molto stretti e la presenza sul territorio dei vari Regni di Ospedali, Baliati e Commende li assicurava come costanti e consistenti. La forza dei Gerosolimitani stava poi proprio nel loro scopo: erano monaci guerrieri, votati all’assistenza, sia spirituale, che ospedaliera, dei Pellegrini e degli Occidentali in genere, e alla lotta contro gli Infedeli, vista però in un’ottica fortemente cristiana di rispetto del prossimo (ne sono esempi il trattamento riservato agli Ebrei di Rodi e l’aiuto spesso assicurato a Musulmani feriti). L’origine nobiliare dei cavalieri assicurava già alla loro entrata nell’Ordine garanzia di un buon addestramento militare, necessario per fronteggiare le truppe tutt’altro che disorganizzate dei Sultani Ottomani. Con il trasferimento a Rodi[13] l’organizzazione militare gioannita aveva subito un sostanziale cambiamento: da un’area dove gli scontri erano esclusivamente terrestri (la Palestina) ci si spostava ad uno scenario fortemente dominato dall’elemento marino. Fu così che la fisionomia dell’Ordine mutò e i Cavalieri acquisirono capacità enormi in campo di navigazione e di architettura militare, munendo Rodi della fortezza più grandiosa del Mediterraneo. Una volta affinata l’esperienza marittima, i Cavalieri poterono essere considerati i più esperti navigatori del Mediterraneo Orientale, dotati di una flotta ben superiore a quella di ogni altro Stato cristiano dell’area. Non fu tuttavia indifferente l’apporto conoscitivo (sia in termini di conoscenza di coste, fondali e venti che di tecniche costruttive) dei Rodioti, considerati fin dall’antichità navigatori abilissimi.[14] La loro lotta è diretta esclusivamente contro le potenze islamiche ma è accompagnata anche da un’abile attività diplomatica, tesa a mettere queste in lotta fra loro: tanto l’Impero Ottomano quanto l’Egitto Mamelucco (che nei secoli XIV e XV aveva una flotta superiore, numericamente e tecnicamente, al primo) furono i principali antagonisti dei cavalieri di Rodi, che si segnalarono per imprese particolarmente coraggiose, quali l’occupazione di Smirne del 1345 e la forzatura del Porto di Alessandria nel 1365, all’interno delle operazioni della Crociata bandita da Papa Urbano V e capitanata dal re di Cipro Pietro I de Lusignan (tale spedizione si concluse col sacco della città e col massacro della popolazione civile, cristiani e copti compresi, cui tuttavia i Cavalieri non parteciparono).[15] Oltre ad operazioni offensive che ne misero in luce la grande capacità navale, l’Ordine fu anche chiamato a respingere attacchi da parte degli stati musulmani, dimostrando la forza delle proprie strutture difensive e lo straordinario progresso in campo di tecniche belliche.[16] Nel 1444 i Cavalieri furono chiamati a difendere la propria isola da un massiccio attacco da parte dei Mamelucchi (che già quattro anni prima avevano assediato inutilmente la fortezza gioannita dell’isola di Kastellorizo con settanta navi che furono sconfitte dalle dodici gerosolimitane)[17]: una flotta molto numerosa navi fu sbaragliata dalle galee avversarie e l’assedio, durato quaranta giorni, non portò ad alcun risultato col conseguente ritiro delle truppe egiziane.[18] Dopo questo evento gli Egiziani non attaccarono più i Cavalieri, anche per la conflittuale situazione interna che favorì in seguito l’annessione da parte dell’Impero Ottomano. Al di là di queste grandi operazioni militari vi è il quotidiano pattugliamento delle coste delle isole dell’Egeo e la scorta alle “carovane” , i convogli di navi mercantili diretti in Oriente. E’ pur vero che questi ultimi compiti sono ancora considerati come secondari e che la lotta alla pirateria sarà propria dell’Ordine solo in una fase successiva: nel periodo considerato i Cavalieri combattono principalmente contro Stati sovrani e il loro compito precipuo è quello di fermare l’avanzata islamica e di attaccare tanto per terra che per mare gli Infedeli. E’ chiaro a questo punto come la missione che si prefiggono i Cavalieri sia ancora legata alla mentalità crociata e in tal proposito è testimonianza la frequente richiesta d’appoggio rivolta a loro dai non pochi pontefici che nel corso dei secoli XIV e XV bandirono una Crociata.

 

 

I Cavalieri di San Giovanni ed il mare

 

Prima di affrontare il tema del 1480 e della “grande paura” mi sembra doveroso analizzare brevemente il rapporto che intercorse fra l’Ordine e il mare. Il passaggio è fondamentale: con l’arrivo a Rodi entra in gioco come preponderante l’elemento marino che diverrà caratterizzante per ben cinque secoli nella storia dei Cavalieri. C’è una frase di Bradford che mi sembra sintetizzare efficacemente il concietto “L’Egeo fu il campo di battaglia sul quale i Cavalieri di San Giovanni avrebbero impegnato il nemico per circa due secoli. Essi finirono per conoscerlo come i loro predecessori avevano conosciuto la deserta terra della Siria o le cime montagnose del Libano”.[19] In questo processo di conoscenza dell’Egeo, delle sue coste, dei fondali, dei venti e delle correnti fu fondamentale, come mi è già capitato di dire, l’apporto dei Rodioti, i nuovi sudditi dei Cavalieri, esperti naviganti e pescatori, abituati fin dalla nascita a percorrere l’Egeo in lungo ed in largo. Sarebbe interessante a questo punto affrontare il tema degli etesii (chiamati in provenzale, lingua usata spesso dai Cavalieri, beltemps), i venti che regolano la navigazione nell’Egeo ma l’argomento sarebbe fuorviante. Mi pare invece interessante analizzare, proprio perché legato alle vicende dell’assedio, un altro aspetto del legame fra mare e Cavalieri: quello della flotta, e di conseguenza, delle navi, dell’equipaggio e delle tattiche belliche navali.

Le navi utilizzate dai Cavalieri erano principalmente di due tipi: la galea e la nave da trasporto. Queste due tipologie corrispondono esattamente alle due famiglie di navi che avevano solcato il Mediterraneo fin dagli albori della storia della navigazione e che ne hanno contraddistinto la storia navale nei suoi aspetti evolutivi, la nave lunga e la nave tonda. La galea rodiota era il risultato del perfezionamento del dromone bizantino (a sua volta erede delle analoghe navi fenicie, greche e romane) e si differenziava dalle galere del Mediterraneo Occidentale per le dimensioni notevolmente ridotte: al massimo furono raggiunti i 28 metri di lunghezza (per 8 metri di altezza di fiancata). L’unità si trovava così ad essere progettata per la velocità e per una grande maneggevolezza ma non poteva per le sue caratteristiche costruttive affrontare il mare nei mesi invernali. Armata con vele latine, disposte su due alberi (più raramente tre), trovava nel remo la propria principale forza di propulsione. I rematori vogavano a scaloccio e dalla loro opera dipendeva la velocità della nave in fase d’attacco e il successo di uno scontro. A questo punto è necessario considerare quale fosse la condizione degli uomini addetti ai remi. Solo in una fase più tarda i Cavalieri di Rodi ricorsero ai buonavoglia (che si distinguevano visivamente dai forzati per il taglio di capelli): è chiaro quindi che fu sempre fondamentale l’apporto dei condannati ma soprattutto dei prigionieri di guerra musulmani., incatenati al remo. Particolarmente interessante è l’uso che fu fatto dei rematori di catena da parte dei Gioanniti durante i mesi invernali quando le galere non prendevano il mare: essi erano utilizzati nei bacini nei lavori di manutenzione e riparo delle galee oppure nei lavori di fortificazione delle isole che non erano mai sospesi.[20] Le fortificazioni infatti erano rinnovate annualmente, anche per far fronte all’evoluzione delle armi e per l’introduzione dell’artiglieria: all’opera parteciparono spesso italiani e tra di essi figurano prestigiosi nomi dell’architettura militare: Basilio della Scola, Matteo Gioeno, Tadino da Martinengo.[21] Su una galea la ciurma costituiva la maggioranza degli individui imbarcati: vi si trovavano circa 200 rematori, da 50 a 200 soldati e circa 50 marinai. Il comandante era sempre un Cavaliere dell’Ordine, così come lo era il comandante in seconda. Oltre a loro vi erano regolarmente dei novizi che compivano il loro periodo di addestramento in mare. I marinai invece erano tutti rodioti e si occupavano delle vele e dei pennoni e di tutti i lavori sopra coperta: erano sotto la diretta responsabilità di un comito, anch’egli greco che fungeva da tramite fra essi e il comandante. Tra i marinai si trovavano anche carpentieri e operai addetti alle riparazioni, cuochi, un barbiere (che fungeva anche da cerusico e chirurgo ed era spesso un ebreo) e i suoi assistenti; fondamentale era la presenza di uno o più piloti e timonieri, che conoscevano l’Egeo alla perfezione, meglio di qualsiasi carta nautica. [22] La nave da trasporto si differenziava sia per l’aspetto che per la forza motrice dalla galea: diretta erede del gaulos fenicio, così chiamato perché la forma dello scafo ricordava quella di un guscio di noce, aveva i fianchi alti ed era armata con vele quadre o con una combinazione di latine e quadre: queste caratteristiche permettevano la navigazione invernale tuttavia erano di gran lunga surclassate dalle galee in termini di rapidità di manovra e di velocità. Successivamente nacque un tipo di nave intermedio fra galea e nave da trasporto: la galeazza. Navigava quasi completamente a vela ma ricorreva talvolta anche al remo e fu la prima sulla quale vennero imbarcate artiglierie.

Il combattimento navale avveniva in questo periodo ancora come uno scontro terrestre spostato sulla superficie marina: non essendoci ancora infatti un impiego delle armi da fuoco era necessario che le navi abbordassero, cosicché i ponti si trasformavano in piattaforme per gli scontri diretti fra i soldati imbarcati, che combattevano esclusivamente con armi bianche, balestre, archi e fuoco greco. Lo sperone era ancora l’arma principale di cui era dotata la galea e poteva essere utilizzato in due modi: o con un attacco diretto con lo scopo di frantumare la fiancata della nave avversaria, creando una falla, oppure veniva diretto a frantumare i remi dei nemici, lasciandone la nave immobile, consentendo di effettuare un tiro a lancio direttamente sotto bordo. La fase finale di entrambe le azioni era quella di abbordare l’avversario, assicurarne la nave alla propria con grappini e uncini e riversarsi a bordo per combattere corpo a corpo. Nel momento dell’attacco da parte della galea gli arcieri e i balestrieri iniziavano già la propria azione con bordate allo scopo di liberare il posticcio per facilitare l’arrembaggio, che veniva effettuato dai Cavalieri e dai soldati posizionati davanti all’albero di maestra sulle rembate. Lo scontro era ancora diretto fra le navi: ben presto con l’introduzione dell’artiglieria, vi sarà un progressivo allontanamento fra gli avversari che porterà ad una completa rivoluzione delle strategie di combattimento navale.[23]

Le tecniche di attacco utilizzate dalle galee erano differenziate in base al numero delle navi (sia proprie che avversarie) che al tipo di esse. In linea di massima si possono individuare due stili di combattimento: il primo è quello utilizzato dai convogli, gruppi di quattro galee, che attaccavano i nemici ai fianchi, ricorrendo ad una tattica tipica della cavalleria nelle battaglie terrestri, due per ogni lato; al secondo ricorrevano le galee quando salpavano per il pattugliamento: in questi casi le navi erano solo due e ingaggiavano battaglia spesso contro i mercantili, in azioni assimilabili ad atti di pirateria,. In quest’ultimo caso la tattica utilizzata, detta della caccia al leone è molto interessante: saputo che un mercantile veniva a navigare per un certo canale fra due isole, la galea più veloce prendeva ad inseguirlo a poppa, lasciando che l’altra nave si tenesse nascosta dietro una posizione favorevole od un promontorio. La prima galea spingeva la nave avversaria verso la direzione desiderata e proprio quando quest’ultima aveva l’impressione di essere sfuggita all’inseguimento, la via le era sbarrata dalla seconda galea appositamente uscita dal proprio nascondiglio. [24]

 

 

Il 1480, l’anno della grande paura

 

L’anno 1480 è definito dalla storiografia come uno degli anni della grande paura. In particolare Franco Cardini ha messo in luce come le tendenze millenaristiche, da sempre presenti nella cultura occidentale, avessero preso corpo negli scritti di un predicatore domenicano e di un umanista.[25] Nel marzo a Genova, il domenicano Annio da Viterbo - in realtà si chiamava Giovanni Nanni – predicò sull’Apocalisse di Giovanni Evangelista e nel suo testo De futuris christianorum triumphis in saracenos, mise in relazione l’Anticristo, l’avanzata turca e alcune congiunzioni astrali. Nella Glosa, pubblicate in dicembre non sotto il suo nome ma sotto quello del carmelitano Giovanni Battista Canale l’Anticristo era identificato con sicurezza in Mehmet II e veniva proclamata come vitale la caduta dell’Impero Ottomano. Sempre nel 1480 l’umanista Antonio Arquato, indirizzò al re d’Ungheria Matthias I Hunyadi (conosciuto come Mattia Corvino) il pronostico De eversione Europae in cui affrontava gli stessi temi di Annio da Viterbo. Due eventi non tardarono a confermare le profezie nell’estate: l’assedio di Rodi e il massacro di Otranto. Prima di parlare del primo è giusto spendere qualche parola sul secondo, se non altro perché è contemporaneo. L’episodio è stato spesso celebrato e visto come “il punto culminante del feroce fanatismo ottomano”.[26] In realtà va considerato come il risultato dei giochi diplomatici italiani e non tanto come un deliberato atto di ferocia da parte dei Turchi. E’ inquietante vedere come in fondo una città appartenente al Regno di Napoli, nemico giurato di Venezia, fosse assalita l’anno successivo a quello della pace tra la Serenissima e la Sublime Porta, siglata il 25 gennaio con la conseguenza di gravi perdite territoriali per Venezia, cui Ferrante d’Aragona aveva negato il proprio aiuto in precedenza. Otranto non era la vittima di una scorreria piratesca di Ahmed Pasha ma piuttosto doveva fungere da base per il controllo del Basso Adriatico.  Poco dopo l’evento Andrea Gritti, Bailo di Venezia a Costantinopoli, fu incaricato dal Doge Giovanni Mocenigo di far sapere al Sultano che la Repubblica riteneva che egli potesse ritenersi padrone di diritto della Puglia, essendo appartenuta un tempo a Bisanzio, di cui Mehmet II era ormai l’erede.[27] Analogamente Rodi fu assediata perché non consentiva un controllo assoluto dell’Egeo. I fatti di Otranto, tuttavia, sebbene non considerati negativamente dalle diplomazie fiorentine e in particolare venete, gettarono nello sgomento l’Italia (già “violata” dai Turchi l’anno precedente in Friuli), in particolare a livello popolare, in un susseguirsi di apparizioni mariane e un moltiplicarsi di paragoni fra il massacro di Otranto e il Martirio dei Santi Innocenti (conosciuti anche come i Beatissimi Ottocento nel Regno di Napoli). La reazione politica non tardò e fu formata una lega fra il Papa, il re di Napoli e quello d’Ungheria e Firenze, riconciliatasi con Sisto IV. Se Otranto si caricò di un forte significato simbolico e religioso, Rodi invece rimase più prosasticamente legata a un piano politico e militare. Fu infatti fondamentale il ruolo del Gran Maestro Pierre d’Aubusson[28] come mediatore fra il Papato e il Re di Francia da una parte e il Sultano Bayezid II dall’altra per la questione del fratello Zizim (o Djem) che gli contese il titolo di Sultano alla morte del padre Mehmet II.[29] E comunque i Cavalieri si trovarono soli ad affrontare la flotta ottomana, il che avvalora di più la loro impresa. 

 

 

L’assedio

 

Per la descrizione degli eventi cruciali dell’assedio del 1480 è una fonte fondamentale, proprio perché autore ne è un contemporaneo, la Descriptio obsidionis tracciata dal Vice Cancelliere di Rodi, Guillaume Caoursin, di Douai, nell’Artois, inviato in missione diplomatica presso il Papa dal Gran Maestro. La Descriptio è molto probabilmente la stessa relazione che Caoursin espose a Sisto IV e al Sacro Collegio.[30] L’opera, scritta in un latino elegante e infarcito di citazioni e paragoni classicheggianti, si segnala per il ricorso a documenti segreti turchi e per la conoscenza perfetta della strategia.[31] E’ chiaro a questo punto come il testo possa essere utilizzato come fonte principale nella trattazione degli eventi.

Gli anni precedenti al 1480 sono occupati dalla diplomazia ottomana nel tentativo di rendere come propria tributaria Rodi, anche in modo fraudolento, cercando di far passare dei doni diplomatici portati dall’Ambasciatore dell’Ordine come tributo.[32] Il Priore d’Alvernia Pierre d’Aubusson, che sostituiva il Gran Maestro Giovanni Battista Orsini, vecchio e malato, si adoperò per rendere Rodi imprendibile, aumentando le opere di fortificazione, erigendo nuove mura e torri, batterie difensive e allargando i fossati. La sua opera continuò una volta eletto Gran Maestro (1476) e fu accompagnata da una forte presa di posizione diplomatica, con risposta negativa alle continue ingiunzioni da parte del Sultano di pagare un tributo o di smettere di molestare le navi turche nell’Egeo.[33] Ma che cosa portò il Sultano a conciepire di invadere Rodi? Gli storici, contemporanei ai fatti e non, concordano sulla responsabilità di alcuni rinnegati rodioti che vivevano a Costantinopoli e che insistevano sulla debolezza della città. Nel 1479 fu chiaro a d’Aubusson ed ai suoi Consiglieri che l’attacco era imminente: già in quell’anno il comandante in capo della flotta turca Misac Pasha fu inviato con un certo quantitativo di galee a perlustrare l’isola. Misac fece sbarcare le sue truppe, incendiò alcuni casolari e solo dopo aver subito notevoli perdite si ritirò a Marmarica, sulla costa anatolica, a sole diciotto miglia da Rodi, per svernare aspettando l’arrivo della flotta e dell’esercito ottomano in primavera. Caoursin cita i nomi dei rinnegati, Antonio Meligalo e Demetrio Sofian, e li descrive brevemente, riconducendo a motivi di rancore personale il loro tradimento.[34] Al comando delle operazioni ottomane, che cominciano il 23 maggio 1480 con l’imbarco delle fanterie a Marmara è proprio Misac Pasha, di cui si ignora la precisa identità: era un Paleologo, a mio parere identificabile col Manuele Paleologo, figlio del despota Tommaso Paleologo di Patrasso e di Caterina Zaccaria, che Runciman dice essere tornato a Costantinopoli nel 1477 dopo aver trascorso la giovinezza a Roma ed essersi convertito all’Islam ottenendo cariche dal Sultano.[35] Le forze schierate dagli Ottomani erano immense, di gran lunga maggiori di quelle dei Cavalieri: cinquanta e più navi, circa settantamila uomini.[36] A fronteggiarli circa seicento Cavalieri, e una cifra di mercenari e milizie locali ondeggiante secondo le stime fra i millecinquecento e i duemila uomini. Fondamentale è per un’analisi strategica degli eventi bellici considerare l’importanza assunta dall’artiglieria, di cui fu fatto largo uso da ciascuna delle due parti: i Cavalieri potevano infatti utilizzare la batteria approntata da d’Aubusson con tre basilischi, bocche da fuoco lunghe fino a sette metri che sparavano proiettili con un diametro fino ai settanta centimetri.[37] L’azione di Turchi, sbarcati sulla spiaggia di Trianda, fu diretta subito contro la torre di San Nicolò, che separava il Mandrachion (Mandraccio), porto militare, e il porto commerciale. Se il fortino fosse stato annientato, i due porti sarebbero stati vulnerabili. Frattanto altri numerosi cannoni (che Caoursin continua a chiamare “catapulte” o “macchine d’assedio”, intuendone tuttavia la potenza devastante) bombardavano le mura e le case dall’alto, seminando il terrore fra i civili. La descrizione che Caoursin lascia dell’evento è efficace e trasmette al lettore le sensazioni provate da quegli uomini di cinque secoli fa:

 

“Le macchine dei nemici, con un assalto violentissimo, scossero le mura e distrussero il loro rivestimento di solide pietre. Tanta, infatti, era la violenza del getto di quelle catapulte, che destò lo stupore di tutti. Nessuno di quelli che abitava a Rodi, dove conveniva gente di ogni parte della latinità, fu trovato che non affermasse che mai, in nessun tempo, aveva visto o sentito parlare di macchine del genere. […] Quando infatti lanciavano i massi, al momento del getto, producevano un gran rimbombo, che riecheggiava come un tuono; e il fumo, simile ad una grossa nube, veniva trasportato per aria dal vento per lungo tempo. […] …[il nemico] cominciò allora a tormentarci con un nuovo terrore. Collocò infatti da ogni parte catapulte e mortai, che colpivano di traverso, distruggevano gli edifici della città, e schiacciavano gli uomini. […] Un grande terrore si impadronì del popolo, che vedeva questi massi così grandi che sfrecciavano nell’aria. Questo fatto suscitò nei nostri non poca angoscia. Tuttavia più di notte che di giorno si diffondeva il terrore: nessuno infatti poteva dirsi al sicuro nelle proprie case. Si cercava così, disperatamente, un qualsivoglia nascondiglio: in disgrazie del genere, questo è il rimedio che trova la mente umana.”[38]

 

La descrizione fatta dal Caoursin può essere considerata come una delle prime dell’implacabile violenza della guerra moderna e del devastante effetto che ha sui civili. In un’occasione così tragica il Gran Maestro mostrò subito la propria lungimiranza ed intelligenza, capendo immediatamente la gravità della situazione, allestendo dei rifugi in vari punti della città, per garantire l’incolumità alle donne, agli anziani, ai bambini ed ai malati.[39]

Sebbene fosse stato costruito e ristrutturato in maniera da resistere agli assalti nemici, il fortino di San Nicolò cominciò a cedere sotto il bombardamento dei cannoni nemici. D’Aubusson allora capì la necessità di rafforzare la fortezza, utilizzando le rovine, abbassandola ma aumentando lo spessore delle sue mura.  L’opera di rafforzamento, condotta tanto dagli schiavi che dai soldati e dai rodioti fu continua e durò tutto l’assedio e fu diretta alla conservazione della struttura, trasformandola in una fortificazione in grado di sostenere l’urto dei Turchi che avevano gettato un ponte di legno sul Mandraccio.[40] Il 28 maggio fu un giorno fondamentale per due eventi. Il Gran Maestro inviò un dispaccio a tutti i Cavalieri residenti in Europa con l’esortazione a raggiungerlo per “combattere per Cristo”.A causa della difficoltà di comunicazione e di collegamento e per il blocco navale esercitato dai turchi i soccorsi non poterono giungere, eccezion fatta per una nave siciliana carica di grano e truppe.[41] Il secondo evento è stato ampiamente descritto da Caoursin: un tedesco rinnegato, Mastro Georg Beozius (il cognome è evidentemente latinizzato), capo bombardiere dell’esercito ottomano, “…uomo di alta statura, elegante d’aspetto, abbastanza eloquente e di grande astuzia…”[42] passò le linee e chiese di essere accolto a Rodi, dicendo di “essere spinto dall’ardore religioso”.[43] D’Aubusson, ascoltando intelligentemente coloro che lo esortavano alla prudenza, accettò la sua offerta ma sospettando della defezione un personaggio così importante dell’Esercito Ottomano, lo fece affiancare da sei Cavalieri, ufficialmente col compito di scortarlo come guardie personali, in realtà per spiarne le intenzioni, osservando quanto dicesse o facesse. Come si potrà vedere anche nella seconda parte del presente lavoro, quella dedicata all’assedio di Malta del 1565, nei fatti di guerra del Mediterraneo che vedevano fronteggiarsi Cristiani e Musulmani larga parte ebbero i rinnegati che fungevano da spie ed informatori. Frattanto il pesante bombardamento su San Nicolò continuava incessante, palesando così l’intenzione turca di sferrare un attacco che avrebbe potuto rivelarsi fatale per i Cavalieri.

Una mattina di giugno (Caoursin non riporta la data precisa) alcune “triremi” turche aggirarono l’Akra Milos, il promontorio che separa Trianda da Rodi (gli Italiani lo chiameranno Punta della Sabbia)[44] e puntarono in direzione di San Nicolò attraverso la foschia. Le navi erano state radicalmente trasformate dai carpentieri che avevano abbattuto gli alberi e avevano piazzato della piattaforme da combattimento sulle prore. Probabilmente Misac Pasha credeva che i Cavalieri fossero ormai allo stremo e ne sottovalutò la capacità di difesa. L’attacco si risolse in un massacro degli Spahis, truppe scelte ottomane, che si tuffavano con grande coraggio dalle navi per raggiungere la riva a nuoto: molti venivano uccisi ancora in mare dalle frecce e dai quadrelli (le “frecce” delle balestre) e i pochi che raggiungevano le palizzate erette intorno al forte erano arsi vivi col fuoco greco o abbattuti dai fendenti delle spade dei soldati in armaturi che si erano posizionati lungo di essa. Inoltre la flotta turca e gli stessi soldati erano tenuti sotto il costante tiro dei cannoni che D’Aubusson aveva fatto posizionare tanto a San Nicolò che al Bastione di Francia che fronteggiava il molo. I sopravvissuti, sbandati, cercavano rifugio sulle navi, danneggiate  gravemente dall’artiglieria gioannita: una esplose, le altre richiesero lunghe riparazioni.[45] Caoursin sostiene (e per avvalorare la sua affermazione indica alcuni disertori come sua fonte) che le perdine turche ammontarono a settecento.[46] Il Gran Maestro per esaltare la vittoria “…in groppa ad uno splendido cavallo, accompagnato dal suo glorioso esercito, entrò in città alla maniera di chi celebra il trionfo, e fece visita al santuario (dove era stata collocata un’immagine della Santissima Vergine del monte Fileremo famosissima per i sui miracoli), rese grazie…”.[47] La reazione turca non si fece attendere: il bombardamento ai danni della città fu intensificato e la notte tra il 18 ed il 19 giugno un secondo ed ancor più potente attacco fu mosso contro il forte di San Nicolò. Questa volta furono i giannizzeri[48], i reparti meglio addestrati tra quelli agli ordini di Misac Pasha a ingaggiare una lotta furibonda. Le navi turche trascinarono un nuovo pontone galleggiante sul quale presero posto i giannizzeri ma questo fu ben presto fracassato dai colpi dell’artiglieria gioannita che poco dopo colò a picco  tre galere e altre imbarcazioni minori. La notte rodiota fu rischiarata dai colpi di artiglieria e dai fuochi lavorati di entrambe le parti, tuttavia senza che la città o le fortificazioni cristiane avessero a patire molti danni (“…quando lanciarono dei fuochi, fu anoi che offrirono la maggior parte della luce.” commenta sarcastico Caoursin).[49] All’alba la flotta turca si ritirò lasciando sulle acque del Mandraccio  centinaia di cadaveri: “Ah, che spettacolo imapreggiabile vedere per tre giorni interi i cadaveri dei nemici giacere sulla spiaggia, fulgidi per l’oro, l’argento e le vesti decorate, e molti fluttuare nel mare, portati a galla, come è naturale, dalla natura!”. Caoursin, ancora una volta informato da alcuni disertori riporta una cifra di morti molto alta, forse nemmeno troppo esagerata: duemila e cinquecento.[50] Frattanto c’era chi, all’interno della città, cercava di salvare la propria vita, complottando per consegnarla al nemico. Il primo fu un complotto teso all’avvelenamento del Gran Maestro di cui fu responsabile un soldato di ventura dalmata (o italiano) che scoperto e condannato a morte, fu tuttavia linciato dalla folla mentre veniva condotto al capestro.[51] Il secondo, raccontato con dovizia di particolari da Caoursin, riguarda proprio quel Beozio (o Mastro Giorgio) che era giunto a Rodi nei primi giorni d’assedio: messo alle strette ed interrogato dai Cavalieri, insospettiti dall’impraticabilità e rischiosità di certi piani strategici che consigliava a D’Aubusson e dall’arroganza con cui si rivolgeva a chicchessia, confessò finalmente di essere sempre rimasto fedele ai Turchi e di essere giunto in città come spia allo scopo di indagare sulle difese approntate dai Cavalieri e sulla possibilità di consegnare la città, magari corrompendo alcuni cristiani. Fu pubblicamente impiccato tra il giubilo della popolazione: “La gente, dopo l’esecuzione, ritornò alle proprie case, felice e contenta della morte del traditore della religione cristiana, colui che aveva desiderato che tante anime fossero perdute, e che aveva studiato il modo di condurre al massacro e alla abnegazione della fede ortodossa tanti gloriosissimi guerrieri, tante pie signore e caste fanciulle e un popolo di cristiani. Ma alla fine, quest’uomo perfido pagò il fio del proprio delitto.”[52] In seguito Misac Pasha inviò un Ambasciatore per dissuadere i Cavalieri dal resistere ma né questo tentativo né quello di terrorizzare la popolazione facendo proclamare minacce di morte e schiavitù da alcuni banditori servirono a piegare l’animo dei difensori.[53] Frattanto il bombardamento incessante continuava, pregiudicando seriamente l’integrità della cinta muraria, in particolare nel settore del quartiere ebraico, sebbene il Gran Maestro avesse provveduto a fare rafforzare i bastioni in quel punto e ad abbattere le case abbandonate ed in rovina che potevano propagare incendi alla città tutta.

Il 28 luglio i Turchi sferrarono un attacco che nelle loro intenzioni doveva essere decisivo e che risolse sì il conflitto ma non a loro favore. La tattica adottata da Misac fu quella di aprire un fuoco distruttore sul tratto di mura tra il quartiere ebraico e la Torre d’Italia, far avanzare prima i başibozuk[54] e di far poi attaccare i giannizzeri che avrebbero sfondato le ultime resistenze rodiote. Inizialmente i piani di Misac sembrarono essere attuati felicemente: incalzati da un gruppo di militari ottomani che li sferzavano con fruste e li minacciavano di morte se fossero indietreggiati, i başibozuk si gettarono sul terrapieno formato dalle rovine delle mura e guadagnarono in breve tema la cima dei bastioni, trucidando i militari di presidio. A questo punto tutti i difensori, compresi i mercanti e i Cavalieri più anziani si gettarono sugli invasori per fermarne la dilagante irruzione all’interno delle mura. Lo stesso Gran Maestro si mise alla testa degli armati, affiancato dal fratello Antoine d’Aubusson, Signore di Monteil-au-Vicomte, guerriero di grande valore, e fu ferito quattro volte (era già zoppicante per una ferita risalente a giugno), prima che un giannizzero con un colpo di lancia gli perforasse la corazza ledendo un polmone.[55] Il Gran Maestro a quel punto fu trascinato nelle retrovie per essere medicato mentre i Turchi conquistavano la Torre d’Italia issandovi il vessillo dell’Islam. Ormai i nemici dilagavano nella città e la battaglia sembrava essere definitivamente perduta, quando all’improvviso i nemici cominciarono a ritirarsi disordinatamente e velocemente, come se fuggissero. L’evento è talmente sorprendente che tuttora non si sono trovate valide motivazioni che lo giustifichino. Caoursin asserisce che alcuni disertori hanno riferito di eventi prodigiosi:

“…quando i vessilli del Nostro Signore Gesù Cristo, e della Vergine Maria, e di San Giovanni Battista e dell’ordine dei gerosolimitani furono innalzati, per ordine del principe [D’Aubusson], durante il conflitto, i nemici avevano visto in caria una lucentissima croce d’oro, ed era apparsa sopra di essa una fulgentissima vergine che reggeva uno scudo e una lancia, ed un uomo, avvolto in una veste fiammeggiante, accompagnato da uno splendidissimo seguito, era venuto in aiuto dei cristiani. Questa apparizione incusse in loro tanto terrore, che in nessun modo osarono avanzare. Bisogna anche riconoscere che questa vittoria fu fatta scendere dal cielo. In che modo un numero tanto esiguo di nostri soldati avrebbe potuto resistere ad un nemico potentissimo, che si era già impadronito delle mura, se non fosse sopraggiunto l’aiuto divino? In che modo, in uno spazio di tempo tanto breve, si sarebbe potuto uccidere tante truppe nemiche, se un angelo di Dio non avesse portato la vittoria e non avesse massacrato i nemici?".[56]

 

Dal testo traspare l’incredulità dello stesso autore per un evento inspiegabile. Ovviamente non in un intervento divino ma in altre cause si devono cercare le ragioni di una ritirata così improvvisa. Va tuttavia riconosciuto come un’improvvisa apparizione divina renda efficacemente l’idea del terrore subitaneo che si impadronì degli animi delle milizie turche. Bradford fornisce due spiegazioni, anch’esse comunque opinabili, senza peraltro indicarne le fonti. La prima si richiama alla mentalità dell’epoca, ancora legata a presagi e superstizioni e si collega in qualche modo alla versione cristiana dell’accaduto: i başibozuk avrebbero visto negli stendardi sventolanti la manifestazione di certe divinità cristiane scese dal cielo a protezione di chi credeva in esse. A mio giudizio, tuttavia, anche considerando l’ignoranza dei militari in questione e il fatto che la religione islamica vieti la rappresentazioni di figure umane considerandola idolatria, la spiegazione è troppo labile ed artificiosa per apparire convincente.[57] La seconda sembra essere più probabile ma lascia comunque non pochi interrogativi (Bradford propende per questa): l’enorme mole di soldati turchi uccisi in uno spazio tanto esiguo come quello della breccia nelle mura causò la rovina degli assalitori intralciandone il cammino e non appena un gruppo di başibozuk si trovò a fronteggiare un manipolo di avversari fu colto dal terrore di essere ucciso dai giannizzeri che si trovavano alle loro spalle e bersagliavano di colpi i Cavalieri che erano loro di fronte. I başibozuk, quindi, trovandosi in mezzo ai due gruppi di militari incominciarono ad indietreggiare e a gettarsi giù dai parapetti trascinando altri uomini nella loro caduta. Il fumo, il tumulto, la confusione non fecero che aumentare il disordine e il panico.[58] I Turchi in ritirata disordinata furono bersagliati di frecce dall’alto delle mura e i Cavalieri poterono inseguirli fino al loro accampamento posto alla base del Monte di Santo Stefano, ad ovest della città, dove catturarono il vessillo del Sultano. I Turchi lasciarono sul campo tremila e cinquecento caduti, dice Caoursin (Bradford afferma che storici moderni aumentano le stime a cinquemila) e trecento giannizzeri rimasero uccisi negli scontri. I cadaveri furono dati alle fiamme per evitare la diffusione di pestilenze.[59]

I Turchi in meno di dieci giorni levarono le tende e si radunarono sulla spiaggia di Trianda e qui rimasero undici giorni ancora, prima di imbarcarsi definitivamente. Vi fu ancora un’azione navale ai danni di due navi inviate da Re Ferrante di Napoli che riuscirono a forzare il blocco navale turco e a sbaragliare ben trenta navi avversarie con no poca difficoltà.[60] Queste navi portavano provviste e lettere del sovrano napoletano e di Papa Sisto IV che comunicavano l’arrivo a breve di rinforzi. Caoursin narra che gli assediati elevarono preghiere di ringraziamento a Dio e che “Questa voce giunse anche alle orecchie dei Turchi, che, spavnetati affrettarono la partenza già iniziata.”[61] L’esercito e la flotta del Sultano dopo ottantanove giorni assedio salparono per la costa anatolica.[62] Misac Pasha, nonostante la sconfitta,  ebbe salva la vita e fu esiliato dal Sultano a Gallipoli, forse in considerazione delle proprie ascendenze imperiali. Gli Ottomani persero in tutto circa novemila uomini. [63]

 

 

Le conseguenze dell’assedio e la crisi ottomana

 

Il successo dell’assedio, peraltro, come si è visto, ottenuto in modo fortuito, non avrebbe certo piegato la volontà degli Ottomani di occupare Rodi. Il destino, però, salvò i Gioanniti: il giorno 3 maggio 1481, a Maltepe, Mehmet II Fatih, il sovrano turco che più di ogni altro aveva fatto tremare l’Europa, spirò mentre guidava personalmente l’esercito attraverso l’Asia Minore, per riuscire là dove Misac Pasha aveva fallito. Non voglio addentrarmi sulla questione della morte: avvelenamento da parte di una spia veneziana, malaria, dissenteria o punizione divina che fosse con il Sultano se ne andava via un grande uomo, non più feroce e non più vizioso di molti altri sovrani cristiani. Possiamo tuttavia perdonare il sadico piacere che Caoursin dimostra descrivendo la morte del più acerrimo nemico della Cristianità: aveva visto la barbarie della guerra ed è naturale una reazione di quel tipo.[64] I fatti che addebita a Mehmet II sono quelli tipici di ogni guerra, in particolare dei conflitti a sfondo religioso. L’uomo nella storia ha fatto molto di peggio e in tempi molto, troppo, vicini a noi.

Mehmet II aveva avuto solo tre figli maschi: Bayezid (1447-1512), Mustafa (1451-1474) e Zizim o Djem (1459-1495).[65] Il secondogenito fu strangolato su ordine del padre per avere sedotto la moglie di Mehmet Pasha Saganos, Vizir e suocero del padre che ne aveva sposato una delle figlie.[66] Alla morte di Mehmet i due figli superstiti si contesero il trono. Sconfitto alla battaglia di Yenishir il 20 giugno 1481 Djem cercò rifugio dapprima in Egitto e poi a Rodi. I Cavalieri poterono così avere in mano una valida arma diplomatica per indurre Bayezid a rispettare la loro indipendenza ed a non arrischiarsi in nuove spedizioni militari contro di loro. Djem, minaccia vivente tutt’altro che virtuale per il fratello Sultano Bayezid, poi fu inviato in Occidente, dove peregrinò tra le corti di Roma, Parigi, Napoli e Mantova, mostrato quasi come una bestia rara (servì da modello a Pinturicchio per La disputa di Santa Caterina).[67] Morì in circostanze non del tutto chiare a Terracina (altri dicono Napoli), secondo alcuni avvelenato da Cesare Borgia (ovviamente non potevano che essere lui o la sorella a usare i veleni, chi se non loro due?).[68] Il Caoursin si dilunga sulle vicende di Djem ed è forse una delle fonti più attendibili per un evento che entusiasmò gli animi degli occidentali, umanisti per primi. L’Ordine grazie alla presenza di Djem a Rodi ed in Europa poté garantirsi un buon decennio di potere e pace. Dopo il 1480 affluirono a Rodi da ogni parte d’Europa doni, premi e riconoscimenti (tra cui la berretta cardinalizia per il Gran Maestro), denaro e munizioni. Rodi, ora che appariva nuovamente sicura, tornò ad essere un crocevia di mercanti e speculatori, artigiani e comandanti di navi, spregiudicati predoni desiderosi di approfittare impunemente delle ricche vie di navigazione musulmane, assaltando le navi con la tacita approvazione dell’Ordine. D’Aubusson capì che dalla situazione favorevole che gli si era presentata poteva trarre enormi vantaggi, ben sapendo della altissima considerazione di cui godeva ora la sua isola. Riedificò le mura, inviò diplomatici in Europa e ottenne aiuti di vario genere. La sua centralità nella vicenda diplomatica legata al Principe Djem non fece che accrescere il rispetto e la fama di cui godevano i Cavalieri ed il loro Gran Maestro in particolare. D’Aubusson morì nel 1503, onorato e riverito da tutti, temuto dai Turchi, che non a caso pochi mesi dopo il suo decesso inviarono una nuova flotta a Rodi, senza esito alcuno, venendo sconfitti ancora una volta nonostante la superiorità numerica. Al regno del successore di D’Aubusson, Emeric d’Amboise,[69] si lega la costruzione della Sant’Anna, ammiraglia dell’Ordine, al tempo la più grande nave del Mediterraneo, caracca che stazzava diciottomila salme d’acqua (2000 tonnellate, poco meno delle fregate delle classi Lupo e Soldati della attuale Marina Militare Italiana) e si ergeva per oltre 25 metri sul livello del mare, in un susseguirsi di ponti e sovrapponti distribuiti su sei livelli.[70] Tra le tante azioni con cui si distinse vi fu quella della cattura di una nave egiziana carica di oro che trasportava alcuni principi Mamelucchi. L’Ordine appariva invincibile agli occhi dell’Europa che tornò a ignorare la piccola isola egea, circondata dai Turchi, tutt’altro che piegati e sconfitti. A Lajazzo, a nord di Cipro, nel 1510 la flotta dell’Ordine sbaragliò quella congiunta di Bayezid II e del Sultano mamelucco d’Egitto Qansuh al-Guri. Fu l’ultima vittoria dell’Ordine durante la sua permanenza a Rodi. Nel 1520 il Sultano Selim I fu colto dalla morte mentre allestiva una spedizione contro Rodi. Il figlio e successore Sulaiman I, Solimano il Magnifico, nel 1522 riuscì a conquistare Rodi con una flotta sterminata (700 navi secondo alcuni), nonostante il predecessore dell’allora Gran Maestro Philippe de Villier de l’Isle-Adam, il finalese Fabrizio del Carretto avesse approntato un sistema di fortificazioni unico in Europa. L’Ordine, lasciato senza aiuti dall’Europa intera, dopo la resa presentata personalmente il 26 dicembre dal Gran Maestro al Sultano che lodò il valore dei Cavalieri, peregrinò per tutto l’Occidente, ponendo la propria sede prima a Viterbo, ospite del Papa, poi a Nizza, sotto la protezione di Carlo II il Buono di Savoia. Carlo V, ben conoscendone il valore e intuendone l’utilità nella lotta ai Turchi ed ai Barbareschi, durante il Congresso di Bologna nel gennaio 1530, decise di assegnare all’ordine due isole appartenenti a lui in quanto Re di Sicilia, sperdute ma dall’alto valore strategico per la loro posizione in centro al Mediterraneo: Malta e Gozo. Cominciava una nuova era per l’Ordine che mutava ancora una volta la sua fisionomia, trovandosi a combattere contro un nuovo nemico, i pirati barbareschi.[71]

 

 

 

 

Parte 2

 

Appendice

 

Appendice 2

 

Bibliografia essenziale

 

 

 

 

 

 



[1] Pio II, Enea Silvio Piccolomini da Siena, celebre umanista si segnalò spesso per le sue conciezioni universalistiche e per i progetti utopici con frequenti richiami al mondo classico. Negli ultimi di Pontificato molti temettero per la sua sanità mentale: l’ultimo suo atto fu quello di partire per guidare personalmente una crociata ma la morte lo colse ad Ancona, porto d’imbarco, il 15 giugno 1464. (FRANCO CARDINI, Europa e Islam, Bari 2001, p. 198)

[2] F. CARDINI, op. cit., p.200

[3] RINALDO PANETTA, Pirati e Corsari turchi e barbareschi nel Mare Nostrum, XVI secolo, Milano 1981, vol. I, p. 7

[4] AGOSTINO PERTUSI (a cura di), La Caduta di Costantinopoli, l’eco nel mondo, Milano 1976, pp. 293-410

[5] JOŽE PIRJEVEC, Serbi, Croati, Sloveni, Bologna 1995, p. 13

[6] PIERRE LAMOISIN (diretto da), Généalogie de l’Europe de la préhistorie au XX siècle, Parigi 1994, p.197

[7] Vari erano gli Stati Greci: il Despotato di Mistrà e quello di Morea, in mano a cadetti della Casa Imperiale Bizantina, così come vari erano quelli Franchi, il Ducato di Atene, dei fiorentini Acciaiuoli, il Prinicpato di Acaia, appartenente ai genovesi Zaccaria, vari feudi in mano ad esponenti della famiglia di Tocco di Napoli.  (STEVEN RUNCIMAN, Gli ultimi giorni di Costantinopoli, Casale Monferrato 1997, pp. 71)

[8] Già nel 1439 l’Imperatore Giovanni VIII Paleologo si recò personalmente in varie corti europee ricevendo solo vuote promesse in cambio. Il Concilio di Firenze, fortemente voluto da Papa Eugenio IV Condulmer, che sanciva una formale Unione fra le Chiese di Costantinopoli e di Roma ed una fattuale soggezione della prima alla seconda è il sintomo di come la dinastia imperiale bizantina giungesse a umilianti compromessi pur di ottenere aiuti conto la dilagante potenza Ottomana (S. RUNCIMAN, op. cit., pp. 27-33)

[9] S.RUNCIMAN, op. cit., pp. 219-236

[10] Si tratta del Ducato di Nasso (dei veronesi Crispo) e delle Signorie di Nio, Ios, Anafi, Antiparo e Syro (Pisani), Sifno e Cinto (Gozzadini), Andro e Paros (Venier, Zeno e Sommaripa), Stampalia (Querini) e Serifo (Michiel)

[11] S. RUNCIMAN, op. cit., p. 219

[12] Questi sovrani cercarono di imparentarsi con vari esponenti della famiglia de Lusignan, legittimi e non, cercando di far prevalere i propri congiunti sugli altri pretendenti al trono.

[13] Rodi fu conquistata nel 1307 in seguito all’accordo fra il Gran Maestro Foulque de Villaret e il pirata genovese Vignolo dei Vignoli.  Fino allora, dopo la caduta di Acri (1290) e Tiro (1291), gli Ospitalieri avevano avuto sede a Cipro, ospitati dalla dinastia dei Lusignan, con grave minaccia della propria autonomia; tuttavia già a Cipro (che rimase formalmente sede dell’Ordine fino al 1310) si sviluppò una piccola flotta dell’Ordine: ne è testimonianza la carica di Admiratus (ammiraglio) che contraddistingue un cavaliere in un atto notarile del 1301 (ERNLE BRADFORD, Storia dei Cavalieri di Malta, Milano 1975, pp. 44-51)

[14] E. BRADFORD, op. cit., pp. 69-72

[15] E. BRADFORD, op. cit., pp. 66-67

[16] In questa ottica va visto il ruolo fondamentale del fuoco greco, usato anche sulle navi: inventato dai Bizantini, era una letale miscela di salnitro, zolfo, sale di ammonio non raffinato, resine e trementina ed era dotato i una lato potenziale incendiario. Veniva usato indifferentemente come contenuto di una rudimentale bomba a mano (era inserito in un recipiente di creta chiuso con una tela e legato con delle funicelle immerse in precedenza nello zolfo che pescavano all’interno del vaso e venivano accese poco prima del lancio) oppure veniva emesso da tubi di rame che funzionavano come moderni lanciafiamme. (E. BRADFORD, op. cit., p.77)

[17] L’isola più ad est del Dodecaneso, a poche miglia al largo dalla costa anatolica. Fu anche possesso italiano tra il 1912 e il 1941 ed è stata utilizzata da Gabriele Salvatores come ambientazione per il suo “Mediterraneo”.

[18] E. BRADFORD, op. cit., p. 82

[19] E. BRADFORD, op. cit., p. 69

[20] E. BRADFORD, op. cit., pp. 72-74

[21] LUIGI VITTORIO BERTARELLI, Guida d’Italia del Touring Club Italiano- Possedimenti e Colonie, Milano 1929, p. 71

[22] E. BRADFORD, op. cit., pp. 74-75

[23] E. BRADFORD, op. cit., p.72 e 77

[24] E. BRADFORD, op. cit., pp. 76-77

[25] F. CARDINI, op. cit., p. 202

[26] R. PANETTA, op. cit., vol. I, pag. 8

[27] F. CARDINI, op. cit., p. 203

[28] Pierre d’Aubusson (Monteuil, Marche 1423-Rodi 1503), figlio del Signore di Monteuil, fu certamente uno dei più capaci Gran Maestri dell’Ordine. In ricompensa della consegna di Zizim fu creato da Papa Innocenzo VIII Cybo Cardinale di Santa Romana Chiesa il 9 marzo 1489 e Legato Pontificio d’Asia.

[29] Nella dinastia degli Osmanli non vigeva un diritto sicuro di primogenitura al trono: era il più anziano dei Principi a succedere al trono. Per questo molti Sultani facevano uccidere i propri fratelli per assicurare ai figli il potere. Ma anche tra i figli di uno stesso Sultano si scatenavano lotte al potere, essendovi molti Principi, nati da mogli legittime e da concubine, che potevano legittimamente pretendere il trono.  Per legalizzare questi assassini Mehmet II promulgò una legge, detta Legge del Fratricidio, per cui il Sultano poteva, col consenso degli ulema, mettere a morte gli altri principi rivali a lui imparentati (ROBERT MANTRAN, La vita quotidiana a Costantinopoli ai tempi si Solimano il Magnifico, Milano 1985, p. 100)

[30] E. BRADFORD, op. cit., p. 98

[31] FRANCESCO RAPPINI, introduzione a: GUGLIELMO CAOURSIN, L’assedio della città di Rodi, Genova 1992, p. 9

[32] G. CAOURSIN, op. cit., p. 19

[33] E. BRADFORD, op. cit., p. 84-85

[34] Di Meligalo dice che era di nobile famiglia e che aveva dilapidato le proprie sostanze, aggiungendo che era “uomo nefando e di grande malvagità” mentre di Sofian sottolinea come fosse “superstizioso e malefico” (G. CAOURSIN, op. cit., p. 20)

[35] S. RUNCIMAN, op. cit., p. 233

[36] E. BRADFORD, op. cit., p. 86. Bradford dimostra come le cifre siano attendibili.

[37] E. BRADFORD, op. cit., p. 87

[38] G. CAOURSIN, op. cit., p. 32

[39] G. CAOURSIN, op. cit., p. 33

[40] G. CAOURSIN, op. cit., p. 34-37. Il ponte fu poi reso inutilizzabile dall’azione di un marinaio rodiota che si tuffò sott’acqua e tagliò la corda che lo ancorava al fondo sabbioso nei pressi del molo di San Nicolò.

[41] E. BRADFORD, op. cit., p. 88

[42] G. CAOURSIN, op. cit., p. 26

[43] G. CAOURSIN, op. cit., ibidem

[44] L.V. BERTARELLI, op. cit., p. 108

[45] E. BRADFORD, op. cit., p. 88-89

[46] G. CAOURSIN, op. cit., p. 31

[47] G. CAOURSIN, op. cit., ibidem

[48] I giannizzeri, in turco yeniçeri, lett. “soldato giovane”, erano un corpo completamente nuovo, creato da Mehmet II. Erano tutti cristiani per nascita, scelti per il loro aspetto fisico durante una ispezione quinquennale da una estremità all’altra dell’Impero Ottomano alla ricerca di giovani sani di sei-Sette anni. Destinati alla carriera delle armi, venivano sottratti alle proprie famiglie, addestrati severamente alle arti della guerra e istruiti nella Legge Coranica (E. BRADFORD, op. cit., p. 91-92)

[49] G. CAOURSIN, op. cit., p. 38

[50] G. CAOURSIN, op. cit., p. 38

[51] E. BRADFORD, op. cit., p. 90-91

[52] G. CAOURSIN, op. cit., p. 44

[53] G. CAOURSIN, op. cit., p. 46 e 48-49

[54] I başibozouk erano truppe mercenarie, irregolari, provenienti dalle provincie più arretrate dell’Anatolia. Violenti e predoni, combattevano esclusivamente per denaro. La loro scarsa disciplina, accompagnata da ignoranza e superstizione secondo alcuni fu la responsabile della sconfitta (E. BRADFORD, op. cit., pp. 88-92

[55] E. BRADFORD, op. cit., p. 93

[56] G. CAOURSIN, op. cit., p. 52-53

[57] E. BRADFORD, op. cit., p. 93-94

[58] E. BRADFORD, op. cit., p. 94. La spiegazione sembra convincente ma senza una precisa citazione delle fonti sembra rimanere null’altro che un’illazione.

[59] G. CAOURSIN, op. cit., p. 52 ed E. BRADFORD, op. cit., p. 94-95

[60] G. CAOURSIN, op. cit., p. 54

[61] G. CAOURSIN, op. cit., p. 55-56

[62] G. CAOURSIN, op. cit., p. 56

[63] E. BRADFORD, op. cit., p. 95

[64] G. CAOURSIN, op. cit., p. 74

[65] IBRAHIM HAKKI UZUNCARSILI, Osmanli Tarihi, english version, Ankara 1988-1998, vol. II, pag. 53

[66] E. BRADFORD, op. cit., p. 99 e I. HAKKI UZUNCARSILI, op. cit., vol. II, pag. 55

[67] GENEVIEVE CHASTENET, Lucrezia Borgia, Milano 1995, pp. 72-74

[68] E. BRADFORD, op. cit., p. 101. Per certi storici, in particolare anglosassoni, la visione dell’Italia rinascimentale costellate di congiure e avvelenamenti, rischia spesso di sconfinare nello stereotipo.

[69] Emeric d’Amboise, fratello del Cardinale Georges, ministro di Luigi XII (1462-Rodi 1512), fu tra i Gran Maestri più esperti di cose di mare sebbene provenisse da una famiglia feudale della Loira. E’ l’esempio di come giovani originari di zone d’Europa lontane molte miglia dalla costa una volta giunti a Rodi divennero pratici nella navigazione e nella guerra sul mare.

[70] E. BRADFORD, op. cit., p. 104; FRANCO CUOMO, Gli Ordini Cavallereschi, Roma 1992, pp. 33 e 34 e MICHELE COSENTINO-RUGGERO STANGINI, La Marina Militare Italiana, Firenze 1992, pp. 116-117

[71] E. BRADFORD, op. cit., pp. 104-107 e 116-120