La Storia della Casa Paternò: gli elementi essenziali

di D. Sandri


 

   La Principesca Casa Paternò unisce alla antica sua origine[1] ed alla significatività della sua storia, anche una particolare ascendenza, in quanto deriva direttamente dalla Case Sovrana dei Conti di Barcellona - Provenza e da quella degli Altavilla.

Dai numerosi documenti storici che la riguardano,[2]  dalle varie Genealogie[3], dai numerosi studi, e dalle varie opere enciclopediche[4] che tutto ciò autorevolmente ricordano, sappiamo infatti che il capostipite dei Paternò si chiamava Roberto d’Embrun, che era un membro della celebre dinastia dei Conti di Barcellona e che, come testimonia il suo predicato, apparteneva a quel ramo dei Barcellona, Conti di Urgel, che, per essersi fusa con la Casa dei Conti di Provenza, ne assunse i relativi predicati, fra cui, appunto, quello d’Embrun[5].

E sappiamo ancora che Roberto d’Embrun, che nell’Albero dei Barcellona si pone nella discendenza di Bernardo Tagliaferro, Conte di Besalù e di Toda di Provenza, Contessa di Gap, Forcalquier ed Embrun, scese in Sicilia con il Gran Conte Ruggero intorno al 1070, si distinse particolarmente nella conquista della cittadina di Paternò, ne ottenne la signoria feudale e ne assunse il nome. E da quella data, la Linea Barcellona che tramite Roberto d’Embrun proseguiva in Sicilia, assunse il nome di Paternò.

Roberto d’Embrun Barcellona e Paternò, subito dopo fu insignito dal Gran Conte Ruggero del feudo di Aylbacar e di quello di Buccheri, feudo che fu poi aggregato ad una vasta Contea che rimase in possesso dei Paternò fino al 1167 e “ di cui fu signore, prima Roberto II Paternò (nipote di Roberto d’Embrun n.d.r.), e poi suo figlio Costantino II Paternò…..[6] .

Egli inoltre, godette di una grande influenza presso la corte Normanna, e la sua rilevanza fu tale che il suo stemma Barcellona, divenuto, per discendenza diretta, anche lo stemma dei Paternò (in particolare, i Paternò, in quanto Barcellona, usano lo stesso stemma Barcellona-Aragona, ma in quanto discendenti di una linea cadetta della Casa Barcellona, portano lo stemma degli Aragona-Maiorca, anche essi cadetti della Casa Aragona), fu posto, per ordine dello stesso Conte Ruggero, accanto a quello dei re Normanni ed a quello della città di Catania, sull’architrave del Duomo di Catania che lo stesso Ruggero cominciò a edificare nel 1091[7].

Un figlio di Roberto d’Embrun, Gualterio, fu il secondo Arcivescovo di Palermo al tempo di Ruggero ed un suo pronipote, Costantino II Paternò, già Conte di Buccheri, fu investito anche delle vastissime Contee di Butera e di Martana, e sposò una “pronipote di Ruggero II, Matilde Avenel [8] , e cioè Matilde dell’Aquila, Drengot ed Altavilla, contessa di Avenel.

Nei suoi dieci secoli di storia, la famiglia Paternò ha annoverato, fra gli altri, tre Presidenti del Regno[9], due Strategoti di Messina[10] (la più alta carica dopo quella di Viceré e Presidente del Regno), quattro Vicari Generali del Regno[11], un Cardinale[12], innumerevoli Senatori ed Ambasciatori a Re e Pontefici[13], illustri mecenati,[14] importanti uomini politici[15] e valorosi cavalieri[16] che hanno combattuto con coraggio su tutti i principali campi di battaglia dei tempi remoti: da Acquisgrana a Tunisi, da Lepanto alle Fiandre, da Malta ai territori del Regno di Sicilia e di Napoli.

I suoi membri sono stati insigniti di degli alti simboli dell'antica Cavalleria: Cavalieri del Cingolo Militare[17] (ordine fondato dal Gran Conte Ruggero) [18] e dello Speron d'Oro, Cavalieri dell’Ordine di S. Giacomo della Spada[19], Ordine che rivaleggiava con quello del Toson D’Oro ed il cui Gran Maestro era il Re di Spagna, i Paternò sono stati anche decorati con il Collare della SS. Annunziata[20] e, in quanto più volte Pretori di Palermo, sono stati anche Grandi di Spagna per carica.

Ed in questo contesto, va anche ricordato il significativo privilegio di cui godettero i Paternò in Spagna[21], e cioè quello di non potere essere mai sottoposti a prigionia o pena, se non per oltraggio a Dio e tradimento del Re.

Essi infine, sono stati Cavalieri dell’I.R.O. di San Gennaro e, alla metà del 1400, sono entrati a far parte dell’Ordine di Malta[22] (con Gualterio, Barone di Imbaccari) cui hanno dato un Luogotenente di Gran Maestro[23], tre Gran Priori[24] e un gran numero di Cavalieri e Dame.

 Dal XIII secolo, i Paternò che già erano Conti di Buccheri, Butera e Martana, furono anche insigniti di vastissime baronie[25] (attualmente ai P. - Linea Regiovanni e Spedalotto – spetta anche il titolo di Barone di Pettineo, il più antico titolo baronale siciliano che fu conciesso la prima volta nel 1170 a Manfredi Maletta), e dagli inizi del 1600, furono altresì insigniti di quegli importanti titoli principeschi e ducali che da quel secolo cominciavano ad essere conciessi solo alle importanti famiglie del Regno. In particolare, i Paternò furono la prima Casa del patriziato catanese cui fu conciesso il titolo di Principe (1633), (Principe di Biscari), nonché il potente privilegio feudale del mero e misto imperio (5 ottobre 1647), e cioè del diritto di vita e di morte sui propri vassalli.

Fatto sta che nel corso della loro storia, i Paternò hanno posseduto più di 170 feudi principali e agli inizi del 1600, il privilegio del mero e del misto imperio era stato già conciesso su altri loro quarantotto feudi[26]. Essi avevano altresì diritto a sei seggi ereditari nel Parlamento Siciliano, di più cioè di qualunque altra famiglia del Regno, sia di Napoli che di Sicilia[27], e agli inizi del 1400 ebbero anche il singolare privilegio di potere istituire nel proprio seno un "arbitrato" che escludeva la competenza di qualunque altra Autorità nella composizione delle liti che potevano sorgere fra i suoi membri e, in certi casi, anche fra quelli di altre famiglie.

La Casa Paternò, comunque, fa tutt’uno con la storia di Catania del cui governo si impadronirono già agli albori del secondo millennio ed in favore della quale ottennero  numerosi privilegi reali fra i quali quello del Buxolo (grazie a Benedetto Paternò, II Barone della Floresta - XV secolo) che escludeva l’ingerenza del potere regio nell’amministrazione della città, potere che veniva invece affidato alla Mastra Nobile nella quale non solo i Paternò erano iscritti come la famiglia più antica, ma nella quale dominavano al punto da “farne escludere chiunque ad essi non piacesse e da impedire a chiunque di potere far parte dei nobili e del Governo della città di Catania senza il loro consenso [28]  

Come ricorda Denis Mack Smith ” .. Il nome dei Paternò figura quasi tutti gli anni nella lista dei Senatori della città.... A Catania, il Principe di Biscari, della famiglia Paternò, per il fatto di essere il cittadino più eminente ed il principale datore di lavoro, era più  importante di qualsiasi giudice reale, …Egli, non soltanto godeva fama di essere generoso con i suoi servi e i suoi contadini, ma si costituì uno dei più bei musei privati del mondo.  I  suoi  parenti,  nei  loro sterminati feudi, avevano dimostrato di esser dei buoni agricoltori, .......ed egli stesso fece venire degli artigiani stranieri per incoraggiare la manifattura del lino e del rum ed in un caso di emergenza praticamente alimentò tutta la città di Catania a proprie spese per un mese”[29].

E a tutto ciò fa eco l’Enciclopedia Treccani[30] che aggiunge: “Molto dovettero all’opera dei Paternò l’istituzione  dello  Studio  di Catania e la Fabbrica del Molo della stessa città, come pure la fondazione e l’incremento di varie città e terre siciliane (Mirabella, Imbaccari, Raddusa, Biscari),  l’istituzione di industrie, come quella della  seta (di cui avevano la privativa in Catania) o quella del lino (Biscari), e le bonifiche di territori importanti ed estesi che richiesero opere colossali  come il canale nel  territorio di Carcaci lungo oltre 50 Km. ed il  ponte-acquedotto   d’Aragona  sul  Simeto lungo 720 metri ed alto 40,  tutti  interamente  edificati  dalla  Casa Paternò”.

I Paternò, a partire dal 1400, si sono divisi in varie Linee. Di queste ne sopravvivono nove: tre discendono da Nicola detto “il Maggiore” († 1428), I Barone della Floresta (investito il 26-3-1399), I° Barone della Terza Dogana dal 1423, Giudice di Catania (1422), Reggio  Consigliere, ecc che sposò Alvira Reggio, figlia di Jacinta di Mantova, diretta discendente di Federico II; e sei Linee discendono da suo fratello Gualterio (1381 † 1432), V Barone del Burgio; Barone dei Porti e delle Marine della Val di Noto (1407); I° Barone di Imbaccari (1425); Protonotario del Regno di Sicilia (1425); Ambasciatore degli Aragona presso il Papa Martino V; ecc che sposò  (1411) Elisabetta Ventimiglia, figlia di Enrico, VII Conte di Geraci e di Bartolomea d’Aragona, dei Conti di Cammarata e diretta discendente delle Case Sovrane Sveva e Aragona.  Delle Linee che discendono da Gualterio, quattro, nel 1600, aggiunsero al cognome Paternò, quello della grande famiglia spagnola Castello che in esse si estinse. 

Alla caduta del feudalesimo, la Casa Paternò, che ispirò fra l’altro il grande libro di De Roberto[31], “I Viceré” [32], aveva conservato 80.000 ettari di territorio e e “ben cinque seggi ereditari al Parlamento, undici fra città e terre in vassallaggio con circa 20.000 sudditi…...ventisei feudi(fra principati, ducati, baronie, ecc) con il mero e misto imperio ed un’infinità di feudi piani e beni allodiali di ogni sorta, come tenute, ville, palazzi [33]

E non si può infine non ricordare chi, della Casa Paternò, lasciò un tangibile segno del suo senso Cristiano. Di ciò ne fanno testimonianza ben sei conventi[34] e cinque Orfanotrofi[35] che furono fondati nel corso del tempo dai membri di questa Casa e che in parte ancora sussistono.

 

 


 

[1] Le Case che vantano 1000 anni di storia, in Sicilia, secondo il  Deutsches Institut für Mittelalterliche Genealogie, sarebbero quattro: Avarna, Paternò, Lucchesi Palli, Moncada,  (cfr.).

[2] Di tutti i documenti, si dirà più oltre. I più antichi di tutti sono otto: del 1083, 1106, 1122, 1134, 1143, 1148, 1193 e 1197: Nel primo, che è una Bolla del Papa Gregorio VII, appare l’Arcivescovo di Palermo, Gualterio Paternò; nei successivi appaiono citati i primi e più immediati discendenti del capostipite della Casa Paternò. A questi va aggiunto un documento del 1168 che testimonia del matrimonio fra Costantino II e Matilde Avenel, nipote del Gran Conte Ruggero il Normanno, nonché un documento a noi non pervenuto in versione originale, ma riportato da D. Antonio Amico e che consiste nel Rollo della Confraternita dei Nobili, eretta dal Conte d’Embrun, dove fra i primi viene citato Roberto d’Embrun Paternò.

[3] Le Genealogie della Casa Paternò sono sette. La prima fu scritta nel 1525, per motivi patrimoniali, da Alvaro Paternò, Senatore Romano e non risale fino alle origini della Casa. Essa fu continuata dal P. Giuseppe Paternò S.J., e l’8 dicembre 1674 ebbe un importante riconoscimento perché fu autenticata dal Senato di Catania e quindi depositata da D. Vincenzo Gioeni in Atti del Notaro Principio Pappalardo di Catania il 9 gennaio 1676 ed è oggi conservata negli Atti del suddetto Notaro, nell’Archivio di Stato Provinciale di Catania. La seconda Genealogia fu redatta da Francesco Gioeni,  Barone della Baglia, e Dogana di Milazzo, e continuata da Giovan Battista Paternò, Barone di Ficazzari, fino al 1680. La terza Genealogia, come si è appena ricordato, fu scritta a continuazione della prima, dal Padre Giuseppe Paternò S.J. La quarta Genealogia, fu redatta nel 1642 da Scipione Paternò e Colonna e che, per l’ampiezza e la autorevolezza della documentazione allegata a supporto, è sempre stata considerata una vera e propria Storiografia della Casa Paternò; la quinta Genealogia fu redatta dal Marchese Paternò di Raddusa allo scadere del 1600;, la sesta, altra grande Storiografia, fu redatta nel 1650 dal Mugnos che, come è noto, sia nel suo “Teatro Genologico delle Famiglie Nobili della Sicilia” che nel suo “Teatro della Nobiltà del Mondo”, tracciò li profili storici delle più grandi famiglie del tempo. La settima Genealogia è infine del 9 settembre 1721 e fu redatta per Atto Pubblico sotto forma di testimonianza resa al Notaro Vincenzo Russo nell’Aula  Magna della Gran Regia Corte Arcivescovile di Catania, dal Principe Paternò Castello di Biscari e da altri dieci Capi di Linea della famiglia Paternò che, intendendo tutelare i diritti araldici dei membri della famiglia Paternò appartenenti alla Linea trasferitasi a Napoli (Linea di Presicce e San Nicola),  sottoscrissero solennemente l’albero genealogico di tutta la Casa Paternò di Sicilia, dalla sua origine fino al membro della Linea Paternò di San Nicola allora vivente, passando per  tutti i membri dai quali erano via derivate le varie Linee dei Paternò.

[4] Cfr. fra tutte Enciclopedia Treccani, Voce Paternò, Vol. XVI, pag. 504  ed Enciclopedia RizzolI.Larousse, voce Paternò

[5] Cfr. anche nota n. 36 del Capitolo I. Comunque, con il matrimonio (fine X secolo) fra Bernardo I° Tagliaferro, Conte di Besalù della Casa Sovrana di Barcellona e Toda, della Casa Sovrana di Provenza, figlia di Guglielmo I il Liberatore, Conte di Embrun, Gap e Forcalquier, ebbero inizio una serie di intrecci fra la Casa Barcellona e Provenza per cui tutti i discendenti Barcellona che derivavano da Toda, avevano da più parti sangue Provenza e tutti vantavano perciò dei diritti ereditari sui titoli che ella portava. E Roberto d’Embrun era appunto uno di questi. E verosimilmente, la linea di discendenza dovrebbe essere Bernardo, Enrique, Guglielmo, Roberto d’Embrun.

[6] Cfr. fra l’altro “Buccheri, Storia, Arte e Tradizioni” a cura di Massimo Papa, 2001, Ed. del Gal Val D’Anapo, pag. 18

[7] Si consulti in particolare la Lettera (Cfr Atti dei Giurati, 1516, f. 244) che i Giurati di Catania scrissero al Papa Paolo II° nell’aprile del 1469 per raccomandargli Giovanni Paternò (poi Arcivescovo di Palermo, Cardinale di Palermo e tre volte Presidente del Regno). In questa lettera, tali Giurati, nel descrivere la nobiltà di Giovanni (sulla cui tomba appare lo stemma dei Paternò-Barcellona), osservavano, fra l’altro, che il Conte Ruggero aveva voluto che l’Arma dei Paternò fosse posta accanto alla sua ed a quella della Città di Catania sopra l’architrave del Duomo di Catania. Il terribile terremoto della fine del 1600 fece cadere tali stemma e mai più furono rimessi al loro posto. Cfr  inoltre l’Encyclopedie, Lucca, 1766, Vol. II, XX nella quale si ricorda come lo stemma dei Paternò figuri fra i quarti dello stemma della Casa Sovrana Spagnola. Ed infine si confronti il Conte de Sexon, Rivista Araldica del 20 novembre 1930, che riporta varie prove e documenti sul fatto che Roberto d’Embrun portava il medesimo stemma della Casa Sovrana di Barcellona e di Aragona.

[8] Enciclopedia Treccani, cit, Voce Paternò

[9] Giovanni, della Linea dei Baroni del Pantano, che fu Arcivescovo di Palermo, Cardinale (per nomina di Giulio II) e tre volte Presidente del Regno nel 1507 e nel 1510 e nel 1512. Egli ebbe rilevanza enorme ed oltre a curare gli interessi della Chiesa e del Regno, protesse moltissimi artisti fra cui Antonello Gagini che egli chiamò per decorare l’abside della Cattedrale di Palermo ed il suo sepolcro che si trova nella Cripta di tale Cattedrale; Gutierrez, della Linea del Pantano, fu Presidente del Regno (1449), Ambasciatore di Catania al Re Alfonso e poi Ambasciatore del Re Alfonso al Pontefice Eugenio IV; Giovan Battista, di Sessa, fu Presidente del Regno (1803)  oltre che Luogotenente di Mastro Giustiziere del Regno di Sicilia

[10] Pietro, della Linea di Biscari, Barone di Graneri, d'Aragona, Cuba e Sparacogna, fu invece due volte, nel 1449 e nel 1467, Strategoto di Messina. Giovanni, IIIº Barone della Terza Dogana, a venti anni era già Camerlengo del Regno, poi Ambasciatore al Re ed al Pontefice Eugenio IVº, ancora Ambasciatore al Papa Sisto IVº per difendere la nomina a  Vescovo di Catania di suo fratello Jaime ed infine anch’egli Strategoto di Messina su nomina del Re Giovanni

[11] Giovanni il Vecchio, Barone della Nicchiara, del Burgio e del Murgo, del Maucino, di Belliscara, di Binvini e di Trifiletto. Egli fu Vicesecreto di Siracusa (per nomina di Federico III), Giudice di Catania, Consigliere Regio e, nel 1395, Maestro Razionale della Magna Regia Curia, carica ricoperta per lo più da personaggi di sangue reale, tanto è vero che prima di lui era stata ricoperta dal Principe Ludovico d'Aragona che la lasciò per assumere quella di Strategoto di Messina. Egli fu anche Vicario Generale del Regno; Agatino, fu il primo catanese a ricevere il Titolo di Principe, titolo che fu incardinato sul feudo di Biscari. Era il 1633. Ed a lui, dieci anni dopo, il 5 ottobre del 1647, fu anche conciesso l’ulteriore privilegio del mero e misto imperio. Egli fu inoltre Vicario Generale del Regno e munifico signore feudale. Per ridurre  la piaga dell'usura istituì infatti, col proprio erario, un Monte di Prestito, il primo che sorse a Catania; Vincenzo,  I° Duca di Carcaci e II° Barone di Bicocca, fu Senatore di Catania, Vicario Generale del Regno e poi Ambasciatore della città di Catania all'incoronazione di Vittorio Amedeo IIº.

[12] Giovanni, della Linea dei Baroni del Pantano, fu Arcivescovo di Palermo, e Cardinale (per nomina di Giulio II)

[13] Impossibile ricordare tutti i membri della casa Paternò che ricoprirono importanti ambascerie. Fra questi citiamo, Alvaro, della Linea dei Baroni della Dogana, che fu Ambasciatore alla Regina, al Vicerè ed ai Parlamenti Generali; fu fregiato del Titolo di Padre della Patria ed il Pontefice Adriano VI lo nominò Senatore Romano; il su ricordatro Giovanni, IIIº Barone della Terza Dogana;  Sigismondo il Virtuoso, della Linea della Terza Dogana, che fu Ambasciatore al Re Cattolico ed al Viceré, cui si deve inoltre la concessione da parte del Re Carlo II (poi Carlo V) del famoso privilegio detto della Terza Sorella per il quale Catania era equiparata a Palermo e Messina quale capitale del Regno; Benedetto il Maggiore, della Linea d’Embrun, fu Ambasciatore di Re Martino a Papa Bonifacio IX; Antonio, II° Barone della Terza Dogana, fu nove volte giurato, otto volte Ambasciatore di  Catania e, nel 1475, Capitano di Catania; Jaime, della Linea della Terza  Dogana, fu Vescovo di Malta ed Ambasciatore di Catania al Viceré Durrea; il già citato Gutierrez, della Linea del Pantano; Berardino, d'Imbaccari, capostipite della Linea di San Nicola, fu infine Gentiluomo del Duca di Calabria e suo Ambasciatore. Giovan Battista, della Linea del Vallone, fu Ambasciatore al Viceré Emanuele Filiberto di Savoia; Fray Juan de Paternoy, fu invece Ambasciatore dell’Ordine di Malta al Pontefice Clemente VIII; Vincenzo, VIII° Barone di Raddusa, fu Ambasciatore della città di Catania a Madrid al Re Cattolico Carlo IIº nel 1670, 1671 e 1672; Francesco, della Linea di Sperlinga di Manganelli, fu Regio Milite, oltre che Senatore di Catania ed Ambasciatore al Re; Jacopo e Giovanni, entrambi della Linea di Roccaromana  e  del  Toscano, ugualmente furono ambasciatori della città di Catania; Giovan Battista, III° Barone di Aci Ficazzari, della Linea di Furnari,  fu Ambasciatore al Viceré e poi, dopo la fine del periodo spagnolo, fu uno dei sette rappresentanti del Regno di Sicilia il giorno della proclamazione di Vittorio Amedeo II° a Re di Sicilia (22 settembre 1713). Vincenzo,  I° Duca di Carcaci e II° Barone di Bicocca, fu Senatore di Catania, Vicario Generale del Regno e poi Ambasciatore della città di Catania all'incoronazione di Vittorio Amedeo IIº. Giuseppe Alvaro, VII° barone delli Manganelli, fu Ambasciatore di Vittorio Amedeo, Re di Sicilia. Francesco Maria, XIII° Barone di Raddusa, IIº Marchese di Manchi e Pari del Regno, nel 1812 fu invece nominato Ambasciatore al Parlamento in cui fu decretata l'abolizione della feudalità; Antonino, X° Marchese di San Giuliano, fu Sindaco di Catania, Deputato, Sottosegretario di Stato, Ambasciatore a Londra (dove ricevette anche una laurea Honoris Causa dall’Università di Oxford) e Parigi, ed infine Senatore del Regno e Ministro degli Esteri, nel cui ruolo contribuì a scrivere alcune pagine della storia del nostro Paese e dell’Europa di inizio secolo. Egli fu decorato dell'Ordine Supremo della SS. Annunziata  e fu l’ispiratore del celebre romanzo di De Roberto, “I Vicerè” nel quale la famiglia Uzeda si identifica appunto quella dei Paternò.

[14] Emblema di questo nuovo spirito che aleggiava sul mondo, fu Ignazio, V° Principe di Biscari, potente feudatario, mecenate di fama europea e, come ricorda M. Smith, fondatore di: "….. uno  dei  più  bei  Musei  privati del mondo", museo che fu inaugurato nel 1758. Egli fu membro dell’Accademia di Bordeaux nel posto lasciato vacante da Voltaire; fu Socio della R. Accademia di Ferdinando IVº di Scienze e Belle Lettere e nel 1784 fu nominato Accademico della Nuova Reale Accademia Fiorentina. Egli inoltre fu un grande viaggiatore e, come abbiamo accennato nelle pagine precedenti, si dedicò anche alla edificazione di opere per quel tempo colossali, quali il ponte sul Simeto lungo 720 metri ed alto 40, fatto costruire a sue spese per consentire l’irrigazione del suo vasto feudo d’Aragona. In breve, come ebbe a scrivere di lui Lidia Storoni Mazzolani, questo Principe ,.......” nei suoi 29 feudi non era meno d’un sovrano, e nel suo palazzo poteva gareggiare non solo con i colleghi siciliani,  ma anche con le grandi famiglie di Napoli e di Roma” Egli però, tratto da vero mecenate, nonché di gran signore feudale, “riteneva che la nascita, la ricchezza, e la cultura gli erano state trasmesse per l’utilità ed il diletto dei suoi simili e non unicamente per sé” (Lidia Storoni Mazzoleni, “Il Ragionamento del Principe di Biscari a madama N.N.”, Sellerio p. 24)

[15] Basti ricordare il già citato Antonino Paternò Castello, Marchese di San Giuliano,

[16] Fra tutti ricordiamo, Francesco maestro di campo del re Alfonso nel 1444, Giovan Francesco (Raddusa) capitano d’armi, al servizio dell’imperatore Carlo V° partecipò alla campagna di Tripoli nel 1509 e combattè nelle Fiandre contro Francesco I° di Francia, pluridecorato ricevette infine l’incarico della difesa dell’isola di Malta dal viceré Pignatelli, Giovan Filippo giudice della Magna Curia nel 1537, regio consigliere, il 10 giugno 1530 salpò dal porto di Messina con l’incarico di commissario imperiale per la consegna dell’isola di Malta al gran Maestro dei cavalieri Gerosolimitani[16], Ugo (Raddusa) capitano d’armi, combatté valorosamente a Lepanto nel 1571[16], deputato del Regno nel 1585/88; Michele (Raddusa) ammiraglio della squadra navale del Sovrano Ordine di Malta dal 1743, resse poi il Gran Priorato di Messina dello stesso ordine dal 1773 al 1795,.

[17] Il principe di Torremuzza, nel suo libro “I fasti di Sicilia”, dà l’elenco delle famiglie nobili siciliane cui fu accordato il l’Ordine del Cingolo militare, grande distinzione che si accordava ai primi grandi feudatari del Regno. Tali famiglie sono 33: Alliata, Amico, Abbate, Abbatelli, Antiochia, Bugio, Branciforti, Chiaramente, Celeste, Colonna Romano, Carbone, calvello, Diana, Emmanuele, Filangeri, Formica, Graffeo, Grimaldi, Guascone, La Grua, Lanza, Montaperto, Mastrantonio, Milo, Maletta, Palizzolo, Paternò, Perollo, Spadafora, Sclafani, Speciale, Trigona, Tagliavia. 

[18] Inveges, ricorda che Ruggero II divenne capo di questo ordine nel 16° anno della guerra, ordine che veniva accordato ai primari baroni e nobili del Regno. “Lo si riceveva in gran pompa, dalle mani del Re, con queste parole: “Nostro Signore Iddio e messer San Giorgio, facciavi buon cavaliere” Le insegne, secondo il Villabianca, erano una collana, d’oro, un cingolo con una spada d’argento ed una manta nobile di drappo di Cendalo. Sotto Ludovico II venne detto “Cavaliere Aurato” Cfr.V. Palizzolo Gravina, “Il blasone di Sicilia”, Ed. ViscontI.Huber, Catania, 1871-1875, pag. 31.

[19] Nella persona di Vincenzo Benedetto Paternò di Furnari, IV Barone di Aci Ficazzaro

[20] Nella persona del Marchese Antonino Paternò di San Giuliano, Ministro degli Affari Esteri.

[21] Questa Linea,  estinta nel XVI secolo, iniziò quando Cypres Paternò nel 1292 abbandonò la Sicilia e seguì in Aragona il Re Giacomo II° di Catalogna Aragona, I° Re di Sicilia. In questo ramo spagnolo, troviamo un Vicerè, grandi condottieri, fra i quali un Ammiraglio della Grande Armata, numerosi Ambasciatori e potenti feudatari. Un suo membro, nel 1453, tenne al Sacro Fonte l’Infante Ferdinando, divenuto poi Re Cattolico.

[22] Nella persona di Gualterio, nel 1445.

[23] Frà Ernesto Paternò Castello di Carcaci, Luogotenente di Gran Maestro dal 1955 al 1962.

[24] Frà Michele Maria Paternò di Raddusa, eletto Gran Priore di Messina nel 1773; Frà Francesco Paternò Castello di Carcaci, eletto Gran Priore di Lombardia nel 1780; Frà Renato Paternò di Montecupo, eletto Gran Priore di Napoli e Sicilia  nel 1994.

[25] I Paternò possedettero le baronie del Burgio (1292), delle Saline (1292), del Pantano (1340), della Nicchiara (1392), di Belliscaro , di Binvini e di Maucino (1393), del Murgo (1398), della Floresta vecchia (1399), di Mangalavite, Triari e Li Butti (1399), ecc.

[26] Mugnos, op. cit.

[27] Sei (Biscari, Carcaci, Capizzi, Manchi, Marianopoli e Villasmundo), contro i tre dei Gravina e dei Ventimiglia, e due o meno delle altre famiglie.

[28] Vedasi l’Enciclopedia Treccani, voce: “Paternò” Vol. XXVI pag. 504 e 505

[29] Denis Mack Smith, op. cit. pag. 367

[30] Enciclopedia Treccani, Voce PATERNO’, Vol. XXVI, p. 504

[31] Cfr. Anche l’introduzione di Mario Lavagetto ai Viceré, pag XVIII (ed. Garzanti)

[32] Cfr per esempio il lavoro di Colquhoun Archibald, The London Magazine, Vol. 1 n. 12 March 1962 che dice: “…Though the family of Uzeda have as much basis in reality as Proust’s Guermantes, only the Paternò Castello clan in its various branches held an analogous position at the lime….”

[33] F. Paternò Castello di Carcaci, “L’inventario ed il testamento di Alvaro Paternò” Catania, 1930, Tipografia Zuccarello,pag. 6

[34] Ricordiamo il Monastero di Santa Chiara fondato nel 1563 dal Barone Antonio Paternò di Oscina; il Convento di Santa Caterina da Siena, fondato nel 1603 con il lascito di Margherita Paternò; il Monastero di San Salvatore, fondato nel 1622 da Caterina Paternò (di San Nicola); il Convento di Santa Maria la Grande ricostruito nel 1640 da G. Battista Paternò (con annessa chiesa la cui facciata fu fatta edificare dal Duca di Carcaci, Vincenzo Paternò Castello); la Chiesa e il Convento dei Chierici Regolari Minori, fondata nel 1642 con il lascito di G.B. Paternò; la Chiesa e il Convento dei PP Minori Riformati, beneficiata da Alvaro Paternò Manganelli e poi da Francesco Paternò Castello, Duca di Carcaci.

[35] Per quanto riguarda gli orfanotrofi, ricordiamo il Conservatorio delle Vergini al Borgo, fondato da Giacinto Paternò e poi sostenuto dai Principi di Biscari; il Conservatorio della Conciezione e il Conservatorio del Lume, fondati entrambi da Vincenzo Paternò Castello, Duca di Carcaci; il Conservatorio delle Verginelle, sorretto da Vincenzo Paternò Castello, Duca di Carcaci; il Conservatorio del Bambino, beneficiato da Giovanni Paternò Castello.