Recensione al volume "I Registri della nobiltà delle Due Sicilie"

a cura di Lucia Lopriore

 

         Con volume dal titolo: “I Registri della nobiltà delle Due Sicilie”, pubblicato per i tipi della casa editrice “Claudio Grenzi editore srl” di Foggia, pp. 658, Foggia 2025, € 59,00. Davide Shamà, non nuovo alla ricerca documentaria, in quanto già noto per le numerose pubblicazioni apparse su riviste specialistiche, oltre a gestire un portale di genealogie "Genealogie delle famiglie nobili italiane" (www.sardimpex.com), con questo ulteriore lavoro, frutto di quindici anni di ricerche, svolto in collaborazione nella prima parte  con il dott. Francesco Lombardo barone di San Chirico e nella seconda parte con il noto studioso di Araldica Maurizio Carlo Albero Gorra, membro dell’Académie International d’Héraldique, e Perito in Araldica, ancora una volta propone uno studio altamente scientifico ed inedito.

Nella prima parte del volume l’Autore introduce, attraverso un interessante excursus storico, alcuni aspetti della legislazione nobiliare attraverso lapresenza di documenti archivistici mai studiati in precedenza,egli, infatti, precisa che l’esigenza di dedicarsi allo studio sull’argomento è scaturita proprio dalla mancanza di fonti scritte.  Così, nel tempo, svolgendo studi sulle famiglie nobili del Regno di Napoli, si è reso conto che l’enorme quantità di nomi e famiglie citati nei registri e nella bibliografia rendeva necessario un censimento globale dell’alta nobiltà titolata, studio già in parte affrontato nel volume sui titoli nobiliari confluito in una pubblicazione e data alle stampe nel 2015 e ristampata nel 2024 con una serie di aggiornamenti, inquest’ultima occasione sono venute alla luce alcune fonti riguardanti la nobiltà napoletana, uno studio sui registri dei feudatari, un altro sul patriziato di Trani ed un doppio saggio sui registri melitensi, dati alle stampe su varie riviste e bollettini specialistici.

         Se pure in passato alcuni autori come il Crollalanza ed il Candida Gonzaga, si erano occupati della nobiltà napoletana, pubblicando le loro opere, questi studi non avevano nulla o quasi di scientifico, o perché le notizie riportate erano tratte da altri testi, oppure perché gli studi risultavano incompleti. Solo successivamente autori come il Bonazzi di Sannicandro, il Maresca di Serracapriola o il Pellicano Castagna, hanno seguito metodologie differenti nello svolgimento dello studio rendendo le loro opere più attendibili.

         Nel 2016 con Maurizio Carlo Alberto Gorra l’Autore ha pubblicato una serie di studi che hanno toccato diversi ambiti della nobiltà napoletana che vanno dalla feudalità alla burocrazia e alle forze armate borboniche. Nel 2023 con il ritrovamento della Platea del Libro d’Oro napoletano, grazie alla ricerca meticolosa del dott. Gaetano Damiano, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, l’Autore ha potuto studiarla e per la notevole quantità di notizie tratte, insieme agli altri lavori già pubblicati in precedenza, è scaturita l’idea direalizzare la pubblicazione.Nel volume sono stati inseriti dati genealogici delle persone citate nei Registri facendo del testo un unicum che si propone di fornire informazioni precise sulle dinamiche genealogiche e nobiliari della classe elitaria napoletana che ricopre l’arco cronologico che va dal XVIII al XIX secolo.

         L’introduzione mette in luce alcuni aspetti della nobiltà evidenziando le dinamiche secondo le quali esisteva una certa gerarchia maggiormente derivante dalla stratificazione sociale, storica e giuridica plurisecolare che non fornisce termini di paragone in Italia con il resto dell’Europa. Ogni dominazione che si è succeduta ha apportato il proprio contributo in relazione agli eventi storici trascendenti il fattore locale. A tale riguardo si può affermare con fondato realismo che la diversificazione della nobiltà napoletana rimane quasi intatta fino all’unità d’Italia. Ogni regione aveva le proprie peculiarità e le proprie tradizioni nobiliari.

Gli avvenimenti del 1799 furono uno spartiacque in quanto molti nobili aderirono alle idee giacobine tanto da determinare uno scollamento dell’istituzione della monarchia. Conclusa l’esperienza della rivoluzione partenopea, re Ferdinando IV prese atto del fallimento della sua politica immobilista e riprese con vigore e con intento punitivo alcune riforme che colpirono anche la classe nobile. Così non si potevano sostenere i patriziati considerati obsoleti e dannosi, le loro funzioni civili e amministrative dovevano passare alla pubblica amministrazione. Dopo la loro abolizione si pose il problema della qualità dei loro appartenenti, dato che per la prima volta si passò dalla nobiltà reale a quella nominale. A questo punto privati dei loro poteri i patrizi correvano il rischio di perdere i loro titoli, così si pensò di fare in modo che lo Stato si sarebbe fatto carico della protezione legislativa e del riconoscimento dei loro titoli attraverso una serie di registri.

         I registri della nobiltà istituiti con i Regi Decreti del 25 aprile 1800 e del 13 ottobre 1801, divennero un censimento della classe nobile. Essi riguardavano in speciale modo i patriziati a piazza chiusa ma si aggiunsero anche un registro per i feudatari da duecento anni e per le famiglie ammesse nell’Ordine di Malta. A questo gruppo di registri ne sarebbero seguiti altri che avrebbero classificato la nobiltà regnicola. Tuttavia tali registri erano imperfetti, a parte la Platea del libro d’ Oro riguardante la città di Napoli, ed in parte il registro delle piazze dichiarate chiuse riservato al ceto patrizio, solo questi in realtà erano completi. Quest’ultimo sebbene dovesse riguardare tutte le città con le piazze chiuse, ne iscrisse d’ufficio solo cinque, rimanendo incompiuto fino al 1858 quando si aggiunse il patriziato di Pozzuoli. Alla Restaurazione il legislatore non si preoccupò di aggiornare il testo con le nuove piazze, così ne rimasero escluse diverse come L’Aquila, Lucera e Cosenza. L’iscrizione e l’aggiornamento delle schede erano a carico dei richiedenti dietro pagamento di una tassa. Non tutti i patrizi decisero di iscriversi poiché ritenevano inutile tale iscrizione in quanto dal punto di vista giuridico le famiglie non venivano in alcun modo agevolate e poi una seconda ragione era dovuta al fatto che la Restaurazione le aveva impoverite.

         Ancora più problematico è il Registro dei feudatari da duecento anni in quanto se in un primo momento doveva contenere solo i possessori dei feudi, incluse anche le famiglie che non possedevano più un feudo da tempo, ma che potevano dimostrare la loro antica nobiltà generosa. In questo caso il legislatore manifestava la volontà di separare i feudatari di antica nobiltà generosa da quelli di nobiltà più recente. In special modo quest’ultima con l’acquisto di feudi tra il XVIII e XIX secolo era entrata nei cedolari. Dopo l’abolizione del feudalesimo con la legge del 1806 venne meno la funzione del registro che fu al pari dell’altro dimenticato.

         Per il registro dei cavalieri melitensi la situazione è differente perché si tratta di un vero e proprio registro contenente l’elenco di un gran numero di famiglie con un’Appendice con lo scopo di elencare le stesse non contenute in altri registri. Gli elenchi dei priorati di Capua e Barletta sono, secondo l’Autore, più interessanti del registro vero e proprio, in quanto riportano l’elencazione di un innumerevole moltitudine di famiglie unite a poche informazioni riguardanti i cavalieri professi e qualche rappresentante vivente all’epoca. La funzione degli elenchi era limitatae riservata ad una informativa generica per il legislatore, ma in realtà era utilissima per gli studi del settore. Nel registro sono presenti dettagli su famiglie provinciali estinte o ignorate del tutto nei repertori dando utili spunti per le ricerche. Altra peculiarità consiste nel modus operandi della compilazione perché a parte pochi esempi come il Libro d’Oro e altri anteriori al 1799 che andarono tutti distrutti durante la rivoluzione giacobina, non esisteva un modello preciso da seguire nella compilazione dei nuovi registri. Inoltre il contenuto dei registri borbonici è diverso tra loro pur riguardando la segnatura dei soli maschi di un titolare o di un capofamiglia. Spesso si sbagliano i titoli che possono essere divergenti per la stessa famiglia da un registro all’altro, mancano gli anni di nascita dei registrati annotati, al contrario, nelle successive iscrizioni della Restaurazione e nella Platea, ci possono essere errori nella compilazione come rapporti di famiglia sbagliati, doppioni di schede, ecc. Nel caso dei patrizi dovevano essere presenti anche gli stemmi delle famiglie, tuttavia a parte un tentativo incompleto con il patriziato napoletano, nessun altro registro presenta blasoni o miniature. La presenza dei napoleonidi modificò la funzione dei registri sminuendola; infatti senza il loro governo avrebbero preso corpo tutti quei progetti globali rimasti sulla carta, riguardanti i registri per i cappellani del Real Tesoro di San Gennaro, un altro per i luoghi pii e congregazioni nobili napoletane, uno per i Cavalieri dell’Ordine Costantiniano ed altri. Quasi sicuramente sarebbero state incluse nei registri le famiglie considerate nobili secondo i decreti del 1743, 1756 e 1774, dalle maggiori a quelle prive di importanza.  Conseguentemente ci sarebbe stato un trionfo legislativo della nobiltà napoletana. Nonostante restino un’opera incompiuta tali registri sono fondamentali per gli studiosi del settore, essi restano tra le fonti principali per determinare alcuni titoli o lo status di un gran numero di famiglie. L’abolizione del feudalesimo e tutti i cambiamenti del Decennio Francese ebbero effetti in parte devastanti per l’aristocrazia napoletana in quanto da un lato abolirono tutte le funzioni, cariche e titoli, dall’altro lato si introdusse una legislazione di carattere restrittivo in contrasto con la tradizione pluralista precedente. Il titolo nobiliare perse ogni sua importanza intrinseca per diventare solo una semplice decorazione concessa per meriti straordinari verso lo Stato. Erano considerati validi i nuovi titoli concessi da Giuseppe Napoleone e Gioacchino Murat, si rese necessaria la fondazione di un maggiorasco, formato da beni immobili e denaro, che attestasse la condizione sociale delle famiglie decorate tentando di eleminare quanto esisteva nell’Ancien Régime.

Come base di partenza della nuova giurisprudenza nobiliare napoletana erano i Registri borbonici e le norme della Restaurazione, ma la loro analisi fu nel complesso superficiale. Non si colmarono le lacune originali dei registri né si misero a fuoco le problematiche della legislazione borbonica o il contesto storico. Non furono fatte neanche le indagini preliminari utili a quantificare le famiglie detentrici di un titolo formalmente concesso. Non venne fatto un censimento dei titoli concessi a partire dal XVI secolo fermandosi a quanto prodotto nella restaurazione. Applicando un principio cronologico della moderna giurisprudenza, il legislatore italiano prese in considerazione soprattutto la legislazione delle Due Sicilie non considerando quella precedente al 1806, ancor più i nuovi legislatori si disinteressarono dell’ingente materiale prodotto dalla Real Commissione dei titoli delle Due Sicilie ricchissima di sentenze su questioni diverse. Le difficoltà incominciarono ben presto ovvero quando si costituirono le commissioni regionali e la Consulta Araldica. Le pubblicazioni delle Massime da parte della Consulta Araldica, furono contestate da vivaci polemiche quando si trattò di ordinare la materia napoletana. Un’altra gravissima controversia si sviluppò intorno alla natura del titolo di Barone napoletano. Il contrasto tra gli addetti ai lavori fu estremo tanto da durare fino alla caduta del Regno d’Italia. Per il suo riconoscimento si prese come base di partenza il Registro dei feudatari e alcuni princìpi riguardanti la nobiltà generosa, l’assenza della condizione pluricentenaria e la mancata iscrizione nei registri ridusse in maniera vistosa la possibilità di riconoscimento per giustizia del titolo. Si introdusse un'altra procedura complicatissima, ovvero quella di ottenere un riconoscimento di grazia, che era una concessione del Re d’Italia. Gli oneri del riconoscimento vennero attribuiti solo ai richiedenti. Il risultato fu l’oblio delle famiglie registrate nei cedolari in possesso di un feudo e che sarebbero potute confluire d’ufficio negli elenchi ufficiali. C’è da dire che i Borbone, al contrario, rispettarono sempre i titoli pregressi senza alcuna limitazione di legge. Altro aspetto controverso riguardò il trattamento di Don e Donna che venne autorizzato solo per titoli specifici ovvero di principe, duca e marchese di baldacchino e limitato ad alcune fattispecie come il patriziato milanese e ai nobili sardi. Tale forma di omologazione ha danneggiato soprattutto le ex Due Sicilie. Si misero sullo stesso piano situazioni regionali antitetiche tentando una mediazione con dati discutibili. Questi alcuni aspetti della legislazione nobiliare italiana postunitaria, che non mise a frutto le diversità e le esigenze storiche delle varie nobiltà regionali.

         Da quanto innanzi detto, nella prima parte del volume l’autore parla delle fonti giuridiche della nobiltà napoletana e dei registri borbonici,dividendo in paragrafi con intitolazioni diverse gli argomenti:

-         Nel primo capitolo, in collaborazione con Lombardo di San Chirico, Egli discorre sulle fonti della nobiltà napoletana ed in particolare dei decreti e dei registri; Mette in evidenza le fonti e i principi generali secondo cui i nobili erano divisi in due specifiche categorie: quelle che ordinavano la nobiltà nel suo complesso e quelle specifiche rivolte alle nobiltà cittadine. Segue la distinzione dei vari registri ed elenchi che segnavano i soli maschi con specifiche caratteristiche legislative.

-         Il secondo capitolo tratta della Platea del Libro d’Oro napoletano, rinvenuta casualmente quando si pensava che fosse stata smarrita durante il secondo conflitto mondiale. Tale documento già studiato in parte da Francesco Bonazzi nel 1879, viene ripreso in ogni sua parte dall’Autore con ulteriori e specifiche notizie sull’importanza del documento che resta un punto fermo e prima fonte della nobiltà patrizia napoletana. Segue un dettagliato elenco delle famiglie ascritte e nuovamente ascritte al Libro d’Oro in ordine alfabetico. In questo caso oltre ai dati anagrafici dei personaggi e dei successori ai titoli, l’Autore fornisce anche dati relativi ai predicati nobiliari.

-         Il terzo capitolo riguarda il registro delle piazze dichiarate chiuse con la suddivisione dei cinque patriziati di piazza chiusa formalmente autorizzati dai sovrani borbonici o di antichità ben nota iscritti d’ufficio. Nell’elenco sono contemplate le seguenti città: Bari, Pozzuoli, Salerno, Sorrento, Trani, Tropea. Anche in questo caso l’Autore procede con l’elencazione dei nobili iscritti per ogni città.

-         Il capitolo relativo al registro dei Feudatari da duecento anni è stato redatto in collaborazione con Lombardo di San Chirico, e fu creato con Regio Decreto del 24 aprile 1801; voluto dal sovrano in seguito agli avvenimenti storici del 1799. Esso riguarda l’elenco dei feudatari che avevano posseduto un feudo da duecento anni; in esso erano annotati i nomi dei capifamiglia i titoli e i nomi dei maschi viventi. Anche in questo paragrafo sono evidenziati i criteri e le ragioni che ne hanno determinato la creazione, segue l’elenco degli iscritti con le identiche peculiarità dei precedenti.

-         Il quinto capitolo riguarda il registro delle famiglie dei cavalieri di Malta e di giustizia, creato con lo scopo di censire il maggior numero di famiglie nobili napoletane che non rientravano negli elenchi delle famiglie patrizie. Era un documento che concretizzava in regime post feudale il concetto di nobiltà generosa. Tale registro fu previsto nel Regio Decreto del 25 aprile 1800 e formalmente istituito con Regio Dispaccio del 6 luglio 1804. Esso è importante in quanto introduce il concetto di nobiltà generosa legato alle prove presentate per l’ammissione di giustizia all’Ordine melitense. Anche in questo caso sono elencati in ordine alfabetico tutti i cavalieri rispettando lo stesso criterio delle altre elencazioni.

Conclude la prima parte del testo il sesto paragrafo che riguarda il registro dei priorati di Capua e Barletta. Questo paragrafo è stato redatto dall’Autore in collaborazione con Lombardo di San Chirico. Il registro comprende i Priorati summenzionati la cui compilazione fu ritenuta necessaria e resa ufficiale con la Reale Carta del 14 novembre 1800 e Real Dispaccio del 13 dicembre 1800. Esso completa il precedente Registro dei Cavalieri dell’Ordine di Malta riguardanti le famiglie di nobiltà generosa delle due città summenzionate. Anche in questo caso sono riportati i nominativi delle famiglie in ordine alfabetico con i relativi dati genealogici, i titoli ed i successori.

La seconda parte del testo introduce ad altri repertori con i contributi dell’autore e dell’esperto di Araldica Maurizio Carlo Alberto Gorra.

Il primo capitolo, scritto con Maurizio Carlo Alberto Gorra, tratta della Compagnia delle Reali guardie del Corpo a cavallo (1815-1860); comprende un dovizioso repertorio genealogico, araldico e storico. Con l’elenco dei cavalieri e dei candidati relativi al periodo summenzionato.

Il secondo capitolo scritto dall’autore tratta del Registro ovvero della Nota di Palazzo delle ammissioni ai reali baciamani.

Il terzo capitolo tratta delle dame ammesse ai reali baciamani alla corte di Napoli.

Il quarto capitolo tratta dei Cavalieri di Giustizia dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio.

Completa il volume una doviziosa Appendice che riporta altri contributi dell’autore in collaborazione sempre con Maurizio Carlo Alberto Gorra, che spaziano dai patriziati a piazza chiusa del Regno di Napoli con il sottotitolo: dai Registri borbonici all’ordinamento nobiliare italiano; ai provvedimenti nobiliari di Francesco II Re delle Due Sicilie (1859-1866); dal Titolo di Barone nel Regno di Napoli, ovvero titolo o qualità di Feudatario? Origine e uso comune del Diritto; per concludere si parla del trattamento di Don e Donna nelle province napoletane.

Ogni capitolo, infine, è corredato da una doviziosa bibliografia e dall’elenco delle fonti documentarie utilizzate; come pure non mancano a piè di pagina le rispettive note esplicative riferite alle varie notizie riportate nel testo.